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8 2016 Set

I gangster dell’Appia

In riferimento all’iniziativa di MAppiam! riporto qui un articolo di Antonio Cederna, scritto esattamente 53 anni fa, incentrato sulla Via Appia: sempre sensibile alle problematiche della salvaguardia e tutela del patrimonio culturale, traccia un quadro desolante della Regina Viarum, allora preda di speculazione edilizia e alla mercé di privati del tutto insensibili al passato. Nonostante la situazione sia in gran parte mutata, proprio grazie al suo operato, a distanza di mezzo secolo permane il medesimo senso di disinteresse e gestione privatistica di un bene di valenza mondiale.

« La lotta per la salvaguardia dei valori storico-naturali del nostro paese è la lotta stessa per l’affermazione della nostra dignità di cittadini, la lotta per il progresso e la coscienza civica contro la provocazione permanente di pochi privilegiati onnipotenti. »
(Antonio Cederna, Salvaguardia dei centri storici e sviluppo urbanistico, in Casabella 250, 1961)

Sulla via Appia Antica, fuori Porta San Sebastiano, c’è una «stazione di servizio» per automobili, mal situata, brutta, ridicola. Mal situata, perché appena cinquanta metri prima del Domine quo vadis?, cioè al bivio con la via Ardeatina, dove l’Appia si restringe e l’incrocio è pericoloso. Brutta, perché arieggia a portico di vecchia fattoria con le sue tre arcate, la tettoia coperta da tegole e qualche sparuta pianta verde in vasi di terracotta, nella pretesa di non stonare con «l’ambiente círcostante». Ridicola, perché nel suo muro, a edificazione del turista, sono incastrati frammenti antichi di marmo, di iscrizioni greche e latine, sarcofagi, cornici architettoniche: altri frammenti antichi di marmo e terracotta sono esposti in una vetrina tra i bidoni dell’olio, e ancora marmi, terrecotte, pezzi di stemmi medioevali, unti e macchiati, sono collocati sopra ai distributori di benzina. Tutte queste «antichità», in parte false, in parte comprate in via del Babuino, in parte rubate sulla via stessa, oltre a costituire un degno prologo per chi si accinge a visitare in macchina i restí di quella che fu la «regina delle vie», hanno un grande valore simbolíco: oggi l’antico è tollerato solo se, fatto a pezzi insignificanti, può essere ridotto a ornamento, a fronzolo, a servo sciocco delle «esigenze della vita moderna», del «traffico», del «dinamísmo del nostro tempo», insomma di quello che dicono «progresso». È quello che sta succedendo a tutta la via Appia, destinata entro pochissimi anni a scomparire, per diventare un rigagnolo in mezzo alla nuova città che sta sorgendo sopra e intorno ad essa, grazie a una banda di speculatori, alla previdenza dei tecnici del Comune di Roma, all’inerzia degli organi ministeriali, teoricamente prepostí alla tutela del nostro patrimonio archeologico, paesistico, monumentale.

Ammírato il distributore di benzina, voltiamo a destra per un sentiero in salita: fatta qualche decina di metri, restiamo esterrefatti. Abbiamo davanti a noi tutta la zona tra le vie Appia e Ardeatina da una parte e la via Cristoforo Colombo dall’altra, quasi un grande rettangolo di un chilometro per seicento metri: quello che l’anno scorso era ancora un pezzo di campagna romana, un dolce irregolare avvallamento a prati, alberi, orti, con qualche vecchio casale, è oggi un deserto d’inferno, ad altipiani e abissi, sconvolto dalle macchine scavatrici, che hanno distrutto alberi, prati e orti, che mangiano la terra intorno ai vecchi casali, lasciandoli sospesi in cima ad assurdi pinnacoli. Si sta sistemando il terreno, si stanno scavando le fondamenta di un nuovo quartiere di Roma extra moenia, esteso quanto villa Borghese.

In prossimità della via Appia e dell’Ardeatina sorgerà una fascia di «villini» e di «villini signorili» a quattro piani, quindi una fascia di «palazzine» a cinque e sei piani, quindi verso la via Crístoforo Colombo un ampio agglomerato a costruzione intensiva, con edifici di almeno otto piani, per un’altezza massima di ventotto metri. A parte i consueti abusi, come l’aumento dei piani grazie ai finti seminterrati, gli attici «arretrati», ecc., il nuovo quartiere incomberà ad altezze scalate sulla via Appia, divenuta misero budello ai suoi piedi, tanto più che essa in quel tratto è a quota 16-18, mentre il terreno del nuovo quartiere arriva a quota 30-40. Qualche esigua e frammentaria zona di rispetto «assoluto» (un centinaio di metri sulla carta) e di rispetto «con particolarilimitazioni», servirà soltanto ad attestare l’ipocrisia dei progettisti.

Il nuovo quartiere sarà naturalmente attraversato da strade. Una strada larga venti metri, partita dalla piazza dei Navigatori sulla via Cristoforo Colombo, dove sta la truce mole dell’ex «albergo di massa», oggi casa-prigione popolare, attraverserà il nuovo quartiere in diagonale, scavalcherà la via Appía quasi all’altezza del Domine quo vadis? e andrà a finire al quartiere Appio-Latino. Una seconda strada, di circonvallazione, larga cinquanta metri, partita dalla via Ostiense, scavalcherà la via Appia quasi all’altezza del Domine quo vadis? e arriverà all’Appia Nuova. Una terza strada, proveniente presumibilmente dall’E 42, scavalcherà la via Appia quasi all’altezza del Domine quo vadis?, dove si unirà alle prime due. Altre strade minori taglieranno il nuovo quartiere recando nuova congestione al Domine quo vadis?: la scelta dell’illustre chiesina come centro di confluenza di tanto traffico è davvero una trovata ammirevole. Infine, un’altra strada di circonvallazione lungo la ferrovia Roma-Pisa, di cui già esiste un tratto (via Cilicia), ma che si è dovuta arrestare di fronte alla scoperta dei ragguardevoli resti di un mausoleo, scavalcherà la via Appia a metà strada tra il Domine quo vadis? e la Porta San Sebastíano. Chi arriverà a Roma dalla via Appia si meraviglierà di entrare in galleria.

Guardiamoci attorno: Roma col suo più bel tratto di mura è ancora, per il momento, davanti a noi. Ma già sulla via Cristoforo Colombo si alzano i sinistri scheletri di due smisurati casamenti a 10-11 piani (cooperative villa Madama e Montecitorio), destinati a case economiche per deputati, senatori e funzionari del Senato e del Parlamento: tutta la larghissima via, in origine destinata ad essere strada-parco, diventerà una strada-corridoio, costruita intensivamente con edifici colossali su entrambi i lati, anzi, un’apposita commissione ne garantirà il «carattere monumentale» (!). Più lontano, tutta la zona ai piedi del Bastione del Sangallo rigurgita di villini di freschissima data costruiti, ad opera di varie cooperative edilizie, per abitazione di funzionari delle Belle Arti, che si sono auto-autorízzati a infischiarsi delle zone di rispetto: il «via» alle costruzioni abusive appena sotto alle Mura fu dato, poco prima della guerra, dalla villa di Eugenio Gualdi, presidente della Società Generale Immobíliare. Guardiamo infine al di là dell’Appia, al di là della valle dell’Acquataccio e della Caffarella: grotteschi edifici sono sorti in via Cilicia, la via Latina è scomparsa sotto un mucchio confuso di nuove costruzioni: tutta la zona tra la ferrovia RomaPisa e la via Latina sarà costruita intensivamente, e gran parte della bella conca della Caffarella costruita a «villini» (o come altro saranno chiamati), per oltre mezzo chilometro.

Nella relazione che il 21 ottobre 1951 la Giunta romana tenne al Consiglio comunale, intorno al nuovo piano regolatore, si diceva, in tono saggio e mellifluo, che Roma deve espandersi verso i Colli e verso il mare: tra queste due direttrici, sarebbe rimasto intatto «il grande cuneo della zona archeologica (che), a cavallo dell’Appia Antica, si spinge fino al cuore della città, al Campidoglio, come una riposante fascia di verde, dalla quale emergeranno, testimonianza perenne di storia e civiltà, i resti dei gloriosi monumenti», ecc. ecc. Farebbe un’opera buona chi volesse spiegarci perché mai, in meno di due anni, il cuneo archeologico e la riposante fascia di verde si sono trasformati in cuneo, fascia e baluardo di cemento armato.

Pochi metri oltre la basilica di San Sebastiano, sulla nostra destra, il muro della via è abbattuto: un centinaio di metri in là, nella bella campagna, ecco il primo esempio della nuova edilizia che distruggerà per sempre l’integrità monumentale e paesistica di tutta la via Appia. Sei villini son già pronti, arancione, gialli e rossi, strani nella pianta e nell’alzato, a mezzo tra la piccola stazione ferroviaria, la vecchia fattoria e la casina della bambola; tetti, terrazze, verande, scale esterne si accostano, si susseguono, si incastrano ad angoli retti, ottusi, acuti: vediamo finti comignoli di forma indescrivibile, torrette cilindriche, loggiati ad arcate, balconcini a tettoia sorrettida travi di legno, pensiline sorrette da pilastri di tufo, finestre lunghe e corte, alte e basse, strette e larghe, rettangolari e quadrate, barbacani ed oblò. Retrocediamo in fretta, e superiamo la tomba di Cecilia Metella.

Comincia il tratto più splendido e più famoso della via Appia. Al quarto chilometro, di fronte alla casa in cui Pio IX nel 1853 si fermò a sperimentare il telegrafo (elettrico relatori experi-undo), entriamo nei campi alla nostra sinistra. Ecco, a un centinaio di metri, un altro gruppo di ville (tutto il vasto terreno è già lottizzato, tra la via Appia e la via dell’Acquasanta), giallognole, dal tetto a spioventi, con alti comignoli: nonostante che portici e finestre siano «moderni», queste ville hanno qualcosa di vecchio, di cui non sappiamo per ora renderci ragione. Ci inoltriamo ancora nella campagna, fin che arriviamo sul ciglio di una vecchia cava di selce, e per poco non vi precipitiamo dalla meraviglia: una decina di metri sotto ai nostri piedi ci appare una vasta macchia di un azzurro accecante, una grande piscina privata con fondo in mosaico di vetro, orlo ondulato di cemento come le fosse degli orsi, toboga, trampolino, ombrelloni gialli, rossi e blu.

Tornati sulla via e fatto un centinaio di passi, pieghiamo a sinistra in una nuova strada asfaltata: eccoci di fronte a un grande edificio in costruzione, arrivato al primo piano. A terra vediamo un mucchio di tegole, e comprendiamo quanto prima ci aveva sorpreso: l’aria di «antico» delle case, che a decine e a centinaia vanno sorgendo sulla via Appia, deriva in gran parte dall’impiego di tegole usate; un muratore che sta lavandosi i piedi in una vasca dove sono a bagno i mattoni ci spiega che ciò avviene per legge. Con simili espedienti i responsabili si mettono a posto la coscienza.

Guardiamo meglio l’edificio in costruzione, un’altra grande sorpresa ci aspetta: per un paio di metri di altezza il muro esterno è rustico, fatto di pietre chiare e scure, ma tutte, di nuovo, hanno qualcosa di «antico», molte addirittura sono già coperte di muschio. C’era da aspettarselo: per tutta la sua ampiezza il muro è composto di pietre antiche, rubate alla viaAppia e ai suoi monumenti. Giriamo intorno all’edificio, tra cataste di mattoni e pozzi di calce, e contiamo, sull’erba, una dozzina di grossi mucchi (carico di altrettanti camion) di pietre antiche rubate alla via Appia e ai suoi monumenti: sono blocchi di selce del pavimento antico della via, inconfondibili perla forma e l’impronta delle carreggiate, sono grossi pezzi di marmo lunense e di pietra albana tolti al rivestimento dei sepolcri, sono (chi non ci crede vada a verificare) grossi frammenti di statue.

Non basta: tutti i muretti e relativi pilastri d’ingresso, che sono stati costruiti per centinaia di metri lungo la via Appia, a delimitazione delle nuove proprietà, sono tutti fatti con pietre antiche rubate alla via Appia e ai suoi monumentí; tra le pietre antiche vediamo ancora iscrizioni, frammenti di sarcofagi, di ornati architettonici, di colonne, basi e capitelli, frantumi di selce dell’antico pavimento. Un secolo fa l’archeologo Luigi Canina eresse lungo la via delle piccole pareti in cotto e con gusto eccellente vi murò i frammenti antichi che man mano veniva scoprendo: da anni, un giorno dopo l’altro, questi frammenti vengono smurati, trafugati, venduti, usati come materiale di costruzione.

Torniamo sull’Appia: un cartello ci informa che «42.000 metri quadrati di terreno, eventualmente divisibili» sono in vendita; passiamo davanti a una nuova villa (n. 201, «Sola beatitudo»: vedremo tra un paio d’anni dove sarà andata a finire la beata solitudo), e arriviamo al n. 203: ci balza innanzi la massa informe, orrenda della Pia Casa Santa Rosa, ormai famosa per lo scandalo che suscitò un paio di anni fa. Se non ricordiamo male, l’edificio, progettato a tre piani, venne autorizzato dal Consiglio Superiore del Ministero della Pubblica Istruzione «per deferenza alla benefica istituzione» (bel principio urbanistico). Nell’entusiasmo dei lavori l’architetto (Spina Alberto) pensò bene di aggiungere un quarto piano: contro il quarto piano insorsero la Commissione provinciale per le bellezze naturali, panoramiche e paesístiche, insorse la Soprintendenza ai Monumenti, insorse lo stesso ConsiglioSuperiore, che ne ordinò «l’immediata demolizione». L’ordine rimase naturalmente lettera morta, capitò invece che i fondi stanziati venissero anzitempo esauriti, tanto che si sperò vivamente che la Pia Casa rimanesse incompiuta: ma intervenne la Provvidenza, e oggi la Pia Casa è in funzione, con tutti i suoi quattro piani e il suo macabro intonaco violetto. È psicologicamente interessante ricordare che l’architetto Spina si difese dalle critiche, non solo paragonando il suo capolavoro alle badie di Farfa, Casamari e Subiaco e al monastero di Montecassino, ma sostenendo che la via Appia, lungi dall’esserne danneggiata, ci guadagnava.

Andiamo avanti ancora, osservando i monumenti a testa bassa, per non scoprire altri scempi. Ma i monumenti stessi sono ridotti a letamai, sommersi da immondizie di ogni genere: sembra che per il bilancio del Comune di Roma (o della Soprintendenza alle Antichità? o di quella ai Monumenti?) un paio di spazzini per la via Appia siano un carico eccessivo. Gíungiamo all’altezza di Tor Carbone: qui sulla destra dell’Appia dovrebbe sorgere, grazie alla Società Immobiliare, un grande quartiere di villini di lusso, collegato con una strada all’E 42. Prendiamo a sinistra la via Erode Attico che porta all’Appía Pignatelli: fatti pochi metri, riceviamo un altro tremendo colpo nello stomaco.

Nel vasto angolo formato dalla via Erode Attico con la via Appia, ci feriscono la vista una dozzina di «víllini signorili», di varia foggia e dimensione. Tra i colori predominano il víola e l’arancione: le case hanno forma assai complessa, con avancorpi, sporgenze e rientranze, i tetti hanno i soliti comignoli e le solite tegole; vediamo portici ad arco pieno, ad arco ribassato, ad architrave, finestre a feritoia, arcuate, quadrate, finte colombaie, lampioni di ferro battuto: ogni casa è recintata da un muro di tufo giallo, talvolta con pilastri copertí a tettuccio. Il bel quartierino ha la solita aria finto paesana da città dei balocchi, come fosse costruito da uno scenografo incerto tra Italia centrale, Tirolo e Svizzera, con qualche reminiscenza classica. Tra le curiosità principali notiamouna casa con grondaia in su anziché in giù, e una specie di pagoda cinese a due piani, il primo ad arcate di mattoni, il secondo a vetrate continue.

Gíriamo intorno gli occhi: verso nord, dietro al bel quartierino, si innalza in tutta la sua profondità lo spettro della Pia Casa; verso sud, cioè sempre sulla sinistra della via Appia, ci appaiono adesso altre ville e villini; verso oriente, in basso, ecco distendersi un nuovo e maggiore quartiere, dall’aspetto meno «signorile» del primo; scendiamo nella stessa direzione e passiamo in mezzo alla vasta e miserabile nuova Borgata di Santa Maria Nuova. Quanto all’Appia Pignatelli, la bella via solitaria a valle dell’Appia Antica, sappiamo che verrà allargata per essere trasformata in grande strada di traffici (naturalmente con costruzioni ai lati, anche attorno al Circo di Massenzio), che sarà prolungata fino a Roma con un tronco parallelo all’Appia Antica, portando nuova rovina nella valle della Caffarella, fino a Porta Latina: sarà quindi la quinta grande nuova strada che cancellerà dalla faccia della terra la campagna a sud di Roma.

Ríentrati a Roma, fermatici davanti alla stupida e spropositata mole del palazzo della Fao, rovina della Passeggiata Archeologica, cioè del primo tratto della via Appia, nel riporre una vecchia guida, rileggiamo la frase di Goethe, dell’11 novembre 1786, messa a epigrafe del primo capitolo: «Questi uomini lavoravano per l’eternità; tutto essi hanno preveduto tranne la demenza dei devastatori, cui tutto ha dovuto cedere».

La demenza dei devastatori ha raggiunto oggi vette inimmaginabili: un ultimo esempio corona per il momento il nostro triste e parzialissimo elenco. Al sesto chilometro della via Appía, sulla sinistra, isolate nella campagna, sorgono le rovine famose, vaste, imponenti della villa dei Quintili, del secondo secolo dopo Cristo, avanzi di un ninfeo, di un acquedotto, di un criptoportico, di terme, di cisterne, di sale grandiose, ecc., con una vista stupenda sui Colli e i Castelli. Ebbene, anche qui i nuovi vandali dementi stanno tramando un colpo inaudito: un «nucleo residenziale» (grazie alla SocietàGenerale Immobiliare) sorgerà immediatamente a ridosso delle rovine, per una profondità di circa trecento metri nella campagna; la lottizzazione si estenderà in uguale misura, complessivamente per una cinquantina di lotti, anche sulla destra della via Appia: questa, chiusa in mezzo, sarà affiancata da due strade parallele, una a destra, l’altra a sinistra. Lottizzare il Foro Romano o la villa Adriana non sarebbe misfatto peggiore.

Ingenuo chiedersi come avvenga tutto ciò. Esistono articoli di leggi (legge 1939 sulla tutela delle cose d’interesse artistico e storico, legge 1939 sulla protezione delle bellezze naturali e panoramiche, regolamento 1940 per l’applicazione della precedente), intesi a salvaguardare «l’integrità», le condizioni di «prospettiva», «luce», «ambiente», «decoro», dei monumenti, la «bellezza panoramica», la «spontanea concordanza e fusione fra la espressione della natura e quella del lavoro umano», e via dicendo. Esiste un vincolo di rispetto per un centinaio di metri da una parte e dall’altra della via Appia, esiste un altro vincolo di poco più esteso, proposto il gennaio scorso dalla Commissione provinciale per le bellezze naturali, ecc., ma che non comporta l’inedificabilità delle aree, limitandosi solo a imporre generici riguardi ai costruttori. Esistono organi di tutela, statali, comunali, provinciali, cui manca spesso la cultura e l’intelligenza, cui manca sempre l’iniziativa e la forza di intervenire.

Da un paio d’anni lo scempio della via Appia è entrato nella sua fase definitiva. Le lottizzazioni da sporadiche si vanno facendo organizzate, stringendosi a soffocare tutta la via in un abbraccio mortale, la campagna assume un aspetto da stazione climatica, gli edifici cui abbiamo accennato (ipocrisia delle sottili strisce di rispetto) sono e saranno tutti visibili dalla via: il gioco degli interessi stronca in partenza qualsiasi iniziativa sensata.

Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall’altra, la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sueleggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti. Perfino per la cattiva letteratura che nel nostro secolo vi era sorta intorno. Andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l’avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un’opera d’arte di una opera d’arte: la via Appia era intoccabile, come l’Acropoli di Atene. Ma che importa ai funzionari, agli architetti, agli speculatori? Il loro ideale estetico sono gli obelischi di via della Conciliazione, e i baracconí di gesso dell’E 42, nati per ospitare le «Olimpiadi della Civiltà» e scaduti, com’era giusto, a fiera campionaria e parco dei divertimenti, e poi malauguratamente diventati massimo centro d’attrazione per lo sviluppo di Roma.

«Il Mondo», 8 settembre 1953

Fonte: http://archivio.eddyburg.it/article/articleview/10403/0/249/

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19 2015 Mag

Un catasto per le antichità di Roma

Da Archeo 324, febbraio 2012 (!)

Può la pubblica condivisione dei dati archeologici promuovere, nei cittadini, una maggiore attenzione verso i problemi della tutela e della conservazione? 

di Daniele Manacorda

Poco più di un anno fa si è tenuto a Roma un convegno nel quale sono stati presentati i primi risultati del grande lavoro che la locale Soprintendenza archeologica sta svolgendo in vista della costruzione di un Sistema Informativo Territoriale per l’Archeologia di Roma (SITAR). L’uscita degli atti di quell’incontro è stata l’occasione per riflettere su questa esperienza strategica, non solo per la Capitale, ma per l’intero territorio nazionale.


Che cosa è il SITAR? Potremmo semplicemente rispondere che si tratta di un catasto archeologico, cioè della rappresentazione puntuale di ciò che si vede o si è visto del sottosuolo di Roma, di ciò che resta o non c’è più, ma anche di ciò che dovrebbe esserci. Intendo dire, cioè, della nuova conoscenza che la messa in pianta di tutto ciò che è noto produce in termini di ricostruzione possibile o probabile dei contesti topografici di una città stratificata dalla storia millenaria.


Sono secoli che si fanno i catasti; ma questo catasto archeologico viene a colmare decenni di ritardo, e forse non a caso proprio ora, quando la somma ormai ipertrofica dei dati d’archivio e di quelli che emergono ogni giorno dal sottosuolo sembra avere superato la soglia della tollerabilità gestionale. Il salto di quantità ha dunque generato il salto di qualità, che andava fatto ora o mai piú. E per fortuna è stato fatto: al servizio dell’attività quotidiana della soprintendenza, certo, ma anche per orientare la pianificazione territoriale e per interagire con gli altri enti che governano la città. E per mettere tutti in condizione di studiare su un solo schermo l’espansione della città antica e moderna e anche di quella che ancora non c’è, mettendo quindi al centro del tavolo la storia urbana e l’urbanistica, disciplina che, in fondo, altro non dovrebbe essere che un insieme di saperi e di scelte che da questa storia derivano.
Il raggiungimento di un obiettivo cosí difficile è stato il frutto di una collaborazione efficace fra tutto il personale della Soprintendenza, ma anche di una sinergia fra soggetti istituzionali diversi, come la Regione, la Provincia, il Comune, e le Università, in primo luogo con la cattedra di Archeologia classica dell’Università «La Sapienza», il cui Atlante storico di Roma va in stampa in queste settimane.

Di dominio pubblico
In questa collaborazione vorrei vedere lo stesso spirito di costruzione di una rete complessa, ma nella sua ispirazione assai semplice, che quasi 15 anni fa ci aveva fatto sognare la nascita di un «sistema della tutela», che continua a sembrare ai miei occhi la strada maestra per chiamare tutte le energie presenti nel nostro Paese al grande compito di conoscenza, salvaguardia, valorizzazione e comunicazione del patrimonio, a cui nessuno può pensare di fare fronte da solo, e tanto meno in condizioni di conflittualità.
«La Soprintendenza si è impegnata a condividere tutti i dati delle proprie ricerche effettuate a partire dal 1975 fino al 2002». Questa piccola frase entrerà negli annali della storia della amministrazione dei beni archeologici in Italia. È la prima volta, infatti, che le informazioni relative al patrimonio vengono rese diffusamente di dominio pubblico. Perché questo strumento funzioni ci vuole condivisione, che è una somma di libere scelte, e ci vuole l’accettazione di alcune semplici regole, ovvero degli standard minimi per redigere la documentazione archeologica, che, a partire dal 2012, dovranno essere utilizzati da quanti opereranno sul territorio di Roma al fine di rendere possibile l’omogeneizzazione dei dati e l’auto-implementazione del sistema. In questo caso l’obbligatorietà è davvero la migliore strada possibile, perché è qui che lo Stato, a mio modo di vedere, deve essere autorevole e impositivo, per creare e far vivere la base della condivisione, non per ostacolare – come ancora avviene – la circolazione delle informazioni.

«Petrolio a parole»
L’esperienza del SITAR è stata l’occasione di un primo contatto con la gestione concreta della tutela per molti giovani archeologi, perlopiú in cerca di una occupazione stabile, costretti cioè a lavorare da precari in un Paese che si fregia retoricamente di possedere percentuali fantasiose dei beni culturali del pianeta, senza che questo comporti un minimo decente di investimento nella formazione e nella occupazione produttiva in questo settore. Il nostro «petrolio a parole» genera chiacchiere, tante (anche le mie), ma non posti di lavoro. Il lavoro di questi giovani dà fiducia e speranza, perché è il segno che la formazione universitaria può ancora raggiungere livelli elevati di qualità, e perché ci dice che le nostre soprintendenze possono aspirare a essere quello che tutti vorremmo che fossero, cioè un efficiente istituto culturale.
C’è un’incognita nella dilatazione della conoscenza, cioè nella democratizzazione dell’informazione? Faccio mia la domanda di Giovanni Azzena, perché di questo parliamo quando parliamo del SITAR. La sfida democratica si gioca oggi a livello globale: i regimi autoritari guardano con sospetto alla comunicazione globale, priva di filtri, così come la pretende Internet. Questo esito quasi fisiologico della rivoluzione liberale del Settecento nei nostri stati occidentali mette magari in crisi la secolare bardatura burocratica delle amministrazioni pubbliche, che ancora non hanno digerito neppure gli impervi sentieri della legge 241 che dovrebbe garantire la trasparenza degli atti pubblici in favore del cittadino. Trasparenza e condivisone delle conoscenze sono davvero un obiettivo epocale, per il quale vale la pena di impegnarsi. Nel nostro caso intendo dire che, fatto il passo decisivo della condivisione fra istituzioni, tutt’altro che scontato nella pratica amministrativa del nostro Paese, sorge il bisogno di estendere questa condivisione non solo a quanti sono impegnati in progetti sul territorio, ma a quella che chiamiamo «società civile». 

Il potenziale archeologico
Ricordo le appassionate discussioni di venti anni fa, quando, prendendo atto che il sistema statale di tutela non possedeva, a oltre un secolo dalla sua istituzione, neanche un pallido barlume di una carta archeologica del territorio nazionale. In molti sognavamo (era una fuga in avanti?) di un Paese in cui, a sportello, il funzionario comunale per rifare una fognatura, l’imprenditore privato per costruire un edificio, il singolo cittadino per fare il garage nel suo giardino, grazie a un semplice monitor, potessero domandare che cosa già si sapeva che ci fosse nel sito puntuale del loro intervento e nell’areale di riferimento; per conoscere prima l’eventuale esistenza di un vincolo, ma anche per orientare, modificare, condividere prima il progetto e sentirsi quindi partecipi attivi della tutela. Parlo insomma di quella progettazione condivisa, dove – come scrive Mirella Serlorenzi, che ha coordinato il lavoro del SITAR – «il tanto temuto rischio archeologico si possa chiamare con tranquillità potenziale archeologico».
Penso anch’io, infatti, che la migliore arma per la tutela del territorio e per la conservazione del paesaggio sia la condivisione della conoscenza con i cittadini che vi abitano, che li faccia sentire coinvolti, non estromessi dalle problematiche archeologiche. Sono convinto anch’io che «la forza di tante persone consapevoli supera ampiamente quella di un vincolo puntuale ed è in grado di arrestare una speculazione edilizia o una connivenza politica» (Serlorenzi). Perché non vogliamo più sentirci dire che la conoscenza archeologica del territorio alimenta gli scavi clandestini (anche se capiamo le necessarie cautele), o che la libertà di fotografare i beni di proprietà pubblica alimenta un inesistente mercato delle cartoline…

Una nuova pagina
Una base di conoscenza condivisa è uno strumento culturale potente, perché genera attenzione e fa stringere alleanze. Perché la carta archeologica è uno strumento atteso al di fuori della nostra cerchia di specialisti piú di quanto possiamo immaginare. È un dispositivo democratico, che può sviluppare sinergie tra soggetti sociali diversi, portatori di esigenze diverse, eppure capaci di trovare, nell’attenzione al patrimonio, una sintesi alta, generatrice di fiducia nelle istituzioni e di tutela attiva partecipata. È un sogno? Forse. Lasciateci allora sognare che «un’azione integrata di conoscenza del c.d. bene comune invece che di discendere dalla norma – come scrive Giovanni Azzena – possa col tempo invece influenzarla». 
Oggi salutiamo dunque un salto di qualità amministrativo, che tanto piú consola quanto piú perché figlio di un organo periferico di un ministero che, da vent’anni almeno, è al centro di una crisi di identità e di efficienza. Una crisi che tanto piú preoccupa quanto piú appare generata da un avvitamento interno, frutto di una delegittimazione che giunge prevalentemente dal mondo della politica e che ha prodotto infinite nuove norme, nuovi decreti, nuovi codici, nuove denominazioni, nuove carte intestate e vuotato al tempo stesso centro e periferia di personale, di mezzi, di capacità di intervento. Speriamo, insomma, che da un «semplice» catasto si apra davvero una pagina nuova per il patrimonio storico del nostro Paese.

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6 2015 Mag

Forma Urbis Romae

I risultati degli studi di Rodolfo Lanciani sulla dislocazione dei monumenti antichi della città furono pubblicati tra il 1893 e il 1901 con il titolo di Forma Urbis Romae: si tratta della pianta di tutti i resti conosciuti dell’epoca romana e fino al VI secolo, composta da 46 tavole in scala 1:1000.

Scarica la versione digitale in dxf (AutoCAD) della Forma Urbis

(clicca sul link per visualizzare, clicca con il tasto destro e scegli la voce ‘Salva con nome’ per scaricare il file zip di 21.4 mb)

 

File pdf grazie a: Rometheimperialfora19952010

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29 2015 Gen

Vino, scoperto in Sardegna il vitigno più antico del Mediterraneo occidentale

ROMA – Una scoperta che riscrive la storia della viticultura dell’intero Mediterraneo occidentale. A farla gli studiosi dell’Università di Cagliari. L’équipe archeobotanica del Centro Conservazione Biodiversità (CCB), guidata dal professor Gianluigi Bacchetta, ha rinvenuto semi di vite di epoca Nuragica, risalenti a circa 3000 anni fa. E ha avanzato l’ipotesi che in Sardegna la coltivazione della vite non sia stata un fenomeno d’importazione, bensì autoctono.

Sino ad oggi, infatti, i dati archeobotanici e storici attribuivano ai Fenici, che colonizzarono l’isola attorno all’800 a.C., e successivamente ai Romani, il merito di aver introdotto la vite domestica nel Mediterraneo occidentale. Ma la scoperta di un vitigno coltivato dalla civiltà Nuragica dimostra che la viticoltura in Sardegna era già conosciuta: probabilmente ebbe un’origine locale e non fu importata dall’Oriente. A suffragio di questa ipotesi, il gruppo del CCB sta raccogliendo materiali in tutto il Mediterraneo: dalla Turchia al Libano alla Giordania si cercano tracce per verificare possibili “parentele” tra le diverse specie di vitigni.

La ricerca. Nel sito nuragico di Sa Osa, nel territorio di Cabras, nell’Oristanese (non lontano dal luogo del ritrovamento dei Giganti di Mont’e Prama), la squadra di archeobotanici del professor Bacchetta, grazie alla collaborazione con la Soprintendenza per i Beni  Archeologici per le province di Cagliari e Oristano, ha trovato oltre 15.000 semi di vite, perfettamente conservati in fondo a un pozzo che fungeva da ‘paleo-frigorifero’ per gli alimenti. “Si tratta di vinaccioli non carbonizzati, di consistenza molto vicina a quelli ‘freschi’ reperibili da acini raccolti da piante odierne – spiega Bacchetta – . Grazie alla prova del Carbonio 14 i semi sono stati datati intorno a 3000 anni fa (all’incirca dal 1300 al 1100 a. C.), età del bronzo medio e periodo di massimo splendore della civiltà Nuragica”.

Gli archeosemi ritrovati e analizzati sono quelli della Vernaccia e della Malvasia, varietà a bacca bianca coltivate proprio nelle aree centro-occidentali della Sardegna. “Affermare che la viticoltura in Occidente sia nata nell’Isola sarebbe esagerato – spiega ancora Bacchetta –  e non sarebbe supportabile in base alle evidenze scientifiche attuali. Quello che è certo, però, è che la vite in Sardegna non è stata portata dai Fenici, che in Libano già la coltivavano ancor prima dell’età Nuragica. Più che un fenomeno di importazione, dunque, noi pensiamo che in Sardegna si sia verificata quella che noi chiamiamo ‘domesticazione’ in loco di specie di vite selvatiche, che ancora oggi sono diffuse ampiamente in tutta la Sardegna. Va tenuto conto, però, che i Nuragici erano un popolo molto attivo negli scambi commerciali e hanno avuto contatti anche con altre civiltà, come quella cretese o di Cipro, che conoscevano la vite”.

La scoperta è il frutto di oltre 10 anni di lavoro condotto sulla caratterizzazione dei vitigni autoctoni della Sardegna e sui semi archeologici provenienti dagli scavi diretti dagli archeologi della Soprintendenza e dall’Università di Cagliari. I risultati sono giunti anche grazie all’innovativa tecnica di analisi d’immagine computerizzata messa a punto dai  ricercatori del Ccb in collaborazione con la Stazione Consorziale  Sperimentale di Granicoltura per la Sicilia. L’analisi sfrutta particolari funzioni matematiche che analizzano le forme e le dimensioni dei vinaccioli (semi di vite), mettendo a confronto i dati morfometrici dei semi archeologici con le attuali cultivar e le popolazioni selvatiche della Sardegna. Ciò ha permesso di scoprire che questi antichissimi semi erano appartenuti alle varietà coltivate mostrando, come visto, una relazione parentale anche con quelle silvestri che crescono spontanee sull’Isola.

 


“Adesso abbiamo la prova scientifica che i Nuragici conoscessero la vite domestica e la coltivassero – spiega Andreino Addis, presidente di Assoenologi Sardegna. Una buona occasione per rilanciare in grande stile la viticoltura sarda, che pesa ancora troppo poco sul piano nazionale”.

Questi semi di vite provenienti dal passato sono dunque un patrimonio prezioso per valorizzare le produzioni vitivinicole doc e dei vitigni in via di sparizione. Che poi è lo scopo per cui L’Università di Cagliari è scesa dalla cattedra e si è calata nel territorio: “Da anni diciamo che la ricerca scientifica può aiutare molto le produzioni locali  – conclude Bacchetta – e avere importanti ricadute economiche. Caratterizzare un prodotto, conoscerne le origini costituiscono elementi essenziali per riuscire a dare un valore aggiunto. Di fatto stiamo operando di comune accordo con numerose cantine sociali che credono nel nostro lavoro. E cerchiamo di dare il nostro contributo concreto allo sviluppo economico della Sardegna”.

Fonte: http://www.repubblica.it/salute/alimentazione/2015/01/29/news/vino_scoperto_in_sardegna_il_pi_antico_vitigno_del_mediterraneo-105918935/?ref=HRLV-23

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11 2014 Ago

Museo della città: Londra, Roma e l’importanza dell’identità

Quando si visita una città, in special modo se la città in questione è una delle grandi capitali mondiali, occorre fare i conti con la complessità della sua compagine rispetto al poco tempo a disposizione per farsene un’idea e comprendere realmente le sfumature del luogo prescelto per la visita. La soluzione più naturale è quella di avere a disposizione un museo pensato proprio per la funzione di fornire uno sguardo generale, strutturandolo a più livelli di approfondimento e di rimandi al contesto urbano, generalmente realizzato in primis per sensibilizzare chi in quella città ci abita, plasmandone ed educandone l’animo civico tale da trasformarlo da residente in cittadino a tutti gli effetti. Tale museo, essendo portavoce dell’intera città, deve avere una propria identità, immediatamente percepibile dall’avventore occasionale, dal turista più smaliziato, dal cittadino stesso: già dal logo deve essere in grado di esprimere la propria particolarità, il proprio valore aggiunto in quanto sintesi efficace della multiformità di una realtà pluristratificata ed in continua evoluzione.

Il Museo di Londra, fondato nel 1976, racconta la vita e l’evoluzione della capitale inglese dalla preistoria ad oggi. Si tratta di un museo all’avanguardia, orientato alla cittadinanza innanzitutto – essendo qui racchiuso tutto il background della città in cui vivono, articolato anche in una sezione dedicata ai Docks (l’area portuale) e alla parte archeologica vera e propria – e quindi ai turisti, ai quali viene offerta una visuale a 360 gradi sulla città che sono andati a visitare: attratti da altri monumenti ed istituzioni ben più celebri – ad esempio, il British Museum – vengono qui sensibilizzati e fatti partecipi delle vicende cittadine. Per meglio comunicare la propria missione, nel 2009 ha avviato una sperimentazione riguardo il logo, alla ricerca di una identità per sé e le due istituzioni connesse. Il risultato, progettato da londinese Coley Porter Bell, è quello sottostante:

museum_of_london_logo

museum_of_london_sub

Immagini: http://www.underconsideration.com/brandnew/archives/london_over_time_as_a_logo.php#.U-TrU_l_uSo

Le diverse aree colorate sono rappresentazioni schematiche dell’evoluzione della pianta di Londra, dalle sue origini fino ai giorni nostri. Per le Docklands la dominante è il colore azzurro, legato all’acqua; per l’archeologia, il marrone. In una maniera semplice ed immediata, moderno e bello a vedersi, il logo fornisce ai futuri visitatori una sintesi visuale e concettuale di tutto ciò che potranno vedere nelle sale del museo, rimando ipertestuale alla città ed alla sua complessità.

A Roma, invece, cosa accade? Anzi, cosa non accade: non esiste, nonostante se ne parli grossomodo da un secolo, un museo della città. Il facente funzione, al momento, è il Museo di Roma di Palazzo Braschi, che però inizia la sua narrazione dal Medioevo, con un orientamento spiccatamente artistico. La visione di Roma, invece, dovrebbe spaziare liberamente, con un maggiore accento – inevitabile quanto comprensibile – sull’archeologia. “Il patrimonio archeologico, in particolare, è privo di narrazioni e ricostruzioni. Il museo della città dietro Santa Maria in Cosmedin, ideato da Veltroni, non ha fatto passi avanti: sarebbe un luogo per conoscere, che compenserebbe la transumanza [del turismo mordi e fuggi, ndr]”, scriveva Andrea Carandini sul Corriere della Sera [Roma, Mercoledì 5 Giugno, 2013]. Era invece il 23 dicembre 2009 quando uscì invece questa notizia: http://roma.repubblica.it/dettaglio/il-museo-della-citta-di-roma-avra-un-cuore-digitale/1812769. “Non sarà un’esposizione di collezioni di opere d’arte” – disse l’assessore dell’epoca – “ma un luogo per capire nel profondo la complessità storica di Roma. Diventerà lo strumento per capire la città più antica del mondo [per] turisti e cittadini”. Ovviamente non se ne fece nulla. Roma è dunque tuttora priva di un luogo sede della narrazione di sé stessa, frammentata tra una miriade di musei purtroppo sconosciuti al più dei residenti, figurarsi ai visitatori che rimangono nell’Urbe lo spazio di un fine settimana, in media.
Fermiamoci allora all’esistente, al circuito museale del Comune di Roma. Ecco il logo:

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Fatta salva l’idea di unificare la gestione in un unico circuito, in una realtà orientata verso la personalizzazione e l’addizione di valori quale particolarità dovrebbe esprimere tale grafica? La comunicazione – e dunque la compartecipazione dell’utente – inizia già dall’elemento primo identificativo: ma qui regna l’anonimato e l’insipidezza più spinta. Speculare è il portale web, un maelstrom di informazioni ridondanti ed inutili, in cui i pochi contenuti sono sacrificati ad una struttura farraginosa che schiaccia l’individualità del museo stesso. Un portale dovrebbe avere – come dice il nome stesso – funzione di smistamento degli interessi, di accoglienza, di guida, di relazioni e percorsi dinamici, non di vetrina statica. Tra frammentarietà ed anonimato, Roma risulta dunque incapace di raccontarsi, di coinvolgere il turista – che si accontenterà per lo più di autoscatti nei punti più rappresentativi – e, peggio, la cittadinanza stessa, che risulterà gradualmente sempre più disaffezionata verso di essa.

Tutto per l’incapacità di comunicare, lì dove il logo – incapace di trasformarsi in brand – è il sintomo più evidente.

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10 2014 Ago

Kaulon, tesoro a rischio

Regione Calabria: “La tutela? Non è nostra competenza
L’ex colonia greca, oggi parco archeologico, è salva grazie a collette, opere di volontariato e i contributi occasionali delle istituzioni. Due mareggiate hanno eroso parte del tempio dorico. L’archeologo: “Se non si trovano soldi per salvaguardare l’area, bisogna coprire tutto entro l’inverno”

C’è un tesoro dimenticato nel profondo Sud Italia. È il parco archeologico di Kaulon, sul litorale di Monasterace, in provincia di Reggio Calabria, che rischia di essere risucchiato dalle onde del Mar Ionio per colpa dell’inettitudine politica. Lo scorso inverno due mareggiate hanno eroso la duna di sabbia che separa la polis greca dalla battigia provocando il crollo delle mura e degli altari del tempio dorico e della parte orientale dell’antico abitato.

Solo nell’emergenza il sito attira l’attenzione dei piani alti e qualche investimento straordinario. Come i 300 mila euro stanziati il 2 febbraio dal ministero dei Beni culturali per un piano di salvataggio dell’area. Ma “questi soldi potrebbero non essere sufficienti per la messa in sicurezza di tutta l’area lunga la costa”, avverte Maria Teresa Iannelli, direttrice della Sovrintendenza archeologica della Calabria. In questo momento sono all’opera i geologi per misurare la resistenza della sabbia e nei prossimi mesi è prevista la costruzione di una barriera di protezione. “Dopo la prima mareggiata la Provincia aveva stanziato 60 mila euro per realizzare una palizzata di pietre, che però non è servita ad arginare l’acqua sui lati durante la seconda burrasca – spiega Iannelli -. Oltre alla barriera esterna, ne servirebbe anche una subacquea per spezzare la forza del mare”.

L’ex colonia greca di Kaulon, scoperta nel 1911 dall’archeologo Paolo Orsi, è salva grazie a collette, opere di volontariato e i contributi occasionali delle istituzioni. “Fare gli scavi conta poco se non possono essere conservati nel futuro”, sottolinea Francesco Cuteri, 51 anni, l’archeologo che dal 1998 dirige gli scavi nel sito e nel 2013 ha portato alla luce il più grande mosaico di epoca ellenistica nella Magna Grecia, di 30 metri quadrati, raffigurante un corteo marino sulla pavimentazione della sala termale. Un anno prima nella Casamatta ne era stato ritrovato un altro, di 25 metri quadrati, con l’immagine di un enorme drago contornato da un rosone e motivi floreali. L’attiva di scavo si riduce a due mesi l’anno, luglio e agosto, e viene svolta gratuitamente dal team di Cuteri e dagli studenti dell’Università di Pisa e Firenze (vitto e alloggio almeno sono a carico del Comune di Monasterace e della Sovrintendenza dei beni culturali). L’ultimo restauro fatto risale al 2008.

“Il tempio però non siamo mai stati in grado di ristrutturarlo”, denuncia la direttrice della Sovrintendenza. Poi il grido di aiuto dell’archeologo: “Se non si trovano soldi per salvaguardare l’area, bisogna coprire tutto entro l’inverno”. Nel 2012, 44 studenti dell’Istituto comprensivo “Amerigo Vespucci” di Vibo Valentia hanno lanciato la campagna “Adotta il drago”, promossa sul portale web del Miur, per raccogliere i fondi destinati al recupero del mosaico del drago, che altrimenti sarebbe rimasto interrato. “Alunni, genitori e insegnanti della scuola hanno donato cinque mila euro, spesi in parte l’anno scorso per acquistare gli attrezzi e quest’anno per pagare il vitto agli archeologi – comunica la dirigente scolastica, Maria Salvia – Finora sul conto corrente della scuola c’è stato un solo versamento esterno, di 10 euro, da parte di un bambino di sette anni, che vive in Puglia e ha costretto il padre ad andare alle Poste per salvare il drago”.

La campagna “Adotta il drago” si inserisce nel progetto regionale “Calabria Jones”, che ha l’obiettivo di fare conoscere ai bambini i siti archeologici sul territorio. “Viviamo in una città con un alto tasso di criminalità organizzata, nel nostro istituto tanti studenti hanno i genitori in carcere – commenta la dirigente -. Attraverso iniziative del genere facciamo vedere ai ragazzi che ci sono alternative al degrado”. Ma una colletta scolastica non può bastare a risollevare un pezzo del patrimonio culturale italiano. La manutenzione dell’area non è in programma. Il taglio di erbacce e sterpaglie avviene una volta all’anno verso la metà di giugno. Per il resto la pulizia è affidata alla buona volontà dei cittadini di due associazioni, “Ereticamente” e “Orme del parco”, che da due anni organizzano la giornata “Ambientiamoci” per ripulire il luogo.

“Il cittadino deve smettere di essere spettatore passivo – chiosa Nuccio Cantelmi curatore del blog Ereticamente -. Dopo esserci occupati di salvaguardare il bosco dell’Archiforo di Serra San Bruno abbiamo deciso di accendere i riflettori su Monasterace perché rischia di scomparire per sempre e c’è veramente poco tempo per correre ai ripari”. “Il tempo delle deleghe in bianco è finito – dice invece Massimiliano Capalbo, amministratore di Orme nel Parco-. Ci sono alcune scelte strategiche che vanno compiute per il bene di questo territorio e noi vigileremo perché ciò avvenga. Non è importante chi andrà al governo di questa regione nel prossimo autunno, l’argomento ci appassiona poco. A chiunque andrà metteremo fiato sul collo”.

La Regione Calabria, interpellata, si difende dicendo che “la salvaguardia e la tutela di Kaulon non rientra nelle sue competenze” e che al massimo “può valorizzare” quello che già esiste. Allora perché non far pagare il biglietto ai visitatori? Solo nel 2013 sono passati di lì 4639 turisti senza versare un centesimo.

 

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/10/kaulon-tesoro-archeologico-a-rischio-regione-calabria-la-tutela-non-e-nostra-competenza/1069809/

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5 2014 Ago

Pompei, crollo «mai visto» nella Casa di Ganimede

Pompei, crollo «mai visto» nella Casa di Ganimede: ha ceduto un intero solaio

La segnalazione all’autorità giudiziaria c’è stata, quella agli organi di informazione pure, attraverso un comunicato datato 21 marzo 2014. Che recitava così: «È in corso un censimento delle aree più a rischio del sito archeologico di Pompei. Le prime ispezioni di questa mattina si sono concentrate nell’area interdetta al pubblico della Regio VII dove sono presenti diverse strutture in cemento risalenti ai restauri degli anni Ottanta. I funzionari della soprintendenza hanno constatato il cedimento di un solaio latero-cementizio estremamente degradato che è stato immediatamente comunicato alle autorità competenti».

Non ci sono riferimenti precisi alla domus oggetto del cedimento, ma l’episodio in questione è avvenuto nella Casa di Ganimede, nota anche come Casa delle Quattro Stagioni, al civico 4 dell’Insula 13, Regio VII, edificio scavato tra il 1839 e il 1863, noto agli archeologi soprattutto per le pubblicazioni dello studioso tedesco Hans Eschebach. Il solaio dell’oecus, il soggiorno delle antiche case romane, è completamente crollato, i resti insieme con le tracce di un restauro in cemento armato che risale presumibilmente agli anni Ottanta giacciono ancora oggi accumulati al suolo. Con una certa «discrezione», tuttavia: la casa, tradizionalmente chiusa al pubblico, ha infatti il cancello d’ingresso coperto da un telone di tessuto non tessuto bianco. La stessa discrezione di quello che fu il comunicato stampa. Pochi i dipendenti degli scavi a conoscenza di dettagli sull’accaduto. Qualcuno, per vezzo, lo chiama «il crollo mai visto». La domus è stata subito inserita nell’elenco dei monumenti dell’area archeologica che necessitano di interventi di somma urgenza, ma sfortunatamente sorge nella regio VII: il bando per lavori di messa in sicurezza dell’area, a valere sui fondi del Grande progetto da 105 milioni, è uno dei due che fino a questo momento sono stati impugnati davanti al Tar. Sono insomma più dei 30 finora raccontati dalla stampa i crolli verificatisi a Pompei negli ultimi cinque anni, nessuno per fortuna dell’entità di quello della Schola Armatorum, venuta giù nel dicembre del 2010. Tra gli ultimi episodi, i cedimenti al Tempio di Venere, alla Tomba di Lucius Publicius Syneros e a una bottega di via di Nola, accertati a marzo scorso. Casi dopo i quali qualcuno ipotizzò addirittura una regia occulta, atta a screditare agli occhi dei media internazionali l’immagine del sito archeologico meglio noto e peggio conservato del mondo. Non sempre però, come testimonia il caso della domus di Ganimede, il crollo arriva con il clamore dei media sottobraccio.

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Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2014-08-04/pompei-crollo-mai-visto-casa-ganimede-ha-ceduto-intero-solaio-143527.shtml?uuid=ABVhIFhB