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20 2016 Feb

Come prepararsi serenamente alla morte

RIP

 

 

Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni.

 

Allo stupore di Critone ho chiarito. “Vedi,” gli ho detto, “come puoi appressarti alla morte, anche se sei credente, se pensi che mentre tu muori giovani desiderabilissimidi di ambo i sessi danzano in discoteca divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, giornali e televisioni sono intesi solo a dare notizie rilevanti, imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente e si ingegnano a restaurare una natura fatta di ruscelli potabili, declivi boscosi, cieli tersi e sereni protetti da un provvido ozono, nuvole soffici che stillano di nuovo piogge dolcissime? Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te ne vai, sarebbe insopportabile.
Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”

 

Critone mi ha allora domandato: “Maestro, ma quando devo incominciare a pensare così?” Gli ho risposto che non lo si deve fare molto presto, perchè qualcuno che a venti o anche trent’anni pensa che tutti siano dei coglioni è un coglione e non raggiungerà mai la saggezza. Bisogna incominciare pensando che tutti gli altri siano migliori di noi, poi evolvere poco a poco, avere i primi dubbi verso i quaranta, iniziare la revisione tra i cinquanta e i sessanta, e raggiungere la certezza mentre si marcia verso i cento, ma pronti a chiudere in pari non appena giunga il telegramma di convocazione.

 

Convincersi che tutti gli altri che ci stanno attorno (sei miliardi) sino coglioni, è effetto di un’arte sottile e accorta, non è disposizione del primo Cebete con l’anellino all’orecchio (o al naso). Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il igorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire.

 

Quindi la grande arte consiste nello studiare poco per volta il pensiero universale, scrutare le vicende del costume, monitorare giorno per giorno i mass-media, le affermazioni degli artisti sicuri di sé, gli apoftegmi dei politici a ruota libera, i filosofemi dei critici apocalittici, gli aforismi degli eroi carismatici, studiando le teorie, le proposte, gli appelli, le immagini, le apparizioni. Solo allora, alla fine, avrai la travolgente rivelazione che tutti sono coglioni. A quel punto sarai pronto all’incontro con la morte.

 

Sino alla fine dovrai resistere a questa insostenibile rivelazione, ti ostinerai a pensare che qualcuno dica cose sensate, che quel libro sia migliore di altri, che quel capopopolo voglia davvero il bene comune.
E’ naturale, è umano, è proprio della nostra specie rifiutare la persuasione che gli altri siano tutti indistintamente coglioni, altrimenti perchè varrebbe la pena di vivere? Ma quando, alla fine, saprai, avrai compreso perchè vale la pena (anzi, è splendido) morire.

 

Critone mi ha allora detto: “Maestro, non vorrei prendere decisioni precipitose, ma nutro il sospetto che Lei sia un coglione”.

 

“Vedi”, gli ho detto, “sei già sulla buona strada.”

 

Umberto Eco
(La bustina di Minerva, Espresso, 12 giugno 1997)
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12 2015 Set

In memoria di Fabio Maniscalco

Navigando per l’Internet, mi sono imbattuto in una figura che definire eroica sarebbe un eufemismo: Fabio Maniscalco. Nato a Napoli il primo agosto del 1965, a 28 anni (1993) era già Ispettore Onorario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ma – soprattutto – nel 1996 nel teatro di guerra della Bosnia e di nuovo nel 1997 “ha creato e diretto il team sperimentale di tutela dei beni culturali del contingente multinazionale in Albania, con cui ha realizzato il monitoraggio del patrimonio culturale durante l’operazione di peace-keeping “ALBA” (fonte Wikipedia). Grazie a Maniscalco, arruolato nei ranghi della Brigata Garibaldi, per la prima volta dal 1954 viene quindi applicato l’articolo 7 della Convenzione dell’Aja per la protezione dei beni culturali in caso di conflitti armati. Come se non bastasse, “durante l’attività di monitoraggio si è inoltre infiltrato nel mercato clandestino dell’arte, recuperando numerosi materiali archeologici” (fonte Wikipedia). Tutto il contrario, quindi, di quell’Indiana Jones al quale fu accostato dalla stampa di quegli anni. Si batte contro lo Ius Predae – in pratica, il diritto da parte del vincitore di fare bottino del patrimonio storico-artistico dello sconfitto – e a favore della salvaguardia e della tutela delle testimonianze del passato.


Una testimonianza della distruzione del cinquecentesco ponte di Mostar, avvenuta nel 1993, simbolo fino a quel momento di pacifica convivenza tra culture differenti.

Mentre quindi crescevo al ginnasio, manifestando con i miei coetanei contro l’assurdità della guerra jugoslava, e poi al liceo contro il conflitto albanese e serbo-kosovaro, un archeologo della mia attuale età spendeva tutte le sue energie nella difesa del patrimonio culturale, inteso nella sua accezione più ampia, ossia come appartenente all’Umanità intera. Tranne qualche articolo di giornale a ricordarlo, di Maniscalco non si ricorda quasi più nessuno. Come mai? Eppure, nel 2007, venne addirittura candidato al premio Nobel per la pace – andato poi ad Al Gore e all’IPCC dell’ONU non senza polemiche. Come mai, dicevamo? Perché Maniscalco è morto nel 2008 a causa dell’esposizione delle polveri di uranio impoverito contenuto nei proiettili e nei missili utilizzati nella guerra dei Balcani, polveri che a distanza di anni hanno causato prima il cancro, quindi la morte di decine e decine di militari. Una morte scomoda, la cui eziologia solo in epoca recente sta divenendo di fatto riconosciuta.

Non una damnatio memoriae, ma un silenzio assordante su di una figura di primo piano, realmente in prima linea nella difesa del patrimonio culturale, figura di cui si sente assoluta mancanza dato soprattutto il panorama attuale.

Da ‘Predella‘, n. 35 (il grassetto è mio)

FORMARE, EDUCARE E COOPERARE: L’ATTIVITÀ DI FABIO MANISCALCO E L’OSSERVATORIO PER LA PROTEZIONE DEI BENI CULTURALI IN AREA DI CRISI

Mariarosaria Ruggiero Maniscalco

Fabio Maniscalco è noto soprattutto per il suo impegno nel campo della salvaguardia dei beni culturali nelle aree a rischio e di conflitto [… e] poté sostenere che la distruzione culturale è un’arma di guerra sottovalutata, ma efficace e ampiamente praticata, aprendo fronti di studi inesplorati.

Intese la cancellazione della memoria come cancellazione di una comunità stessa, della sua identità e dignità; interpretò la distruzione del patrimonio culturale di un popolo non come conseguenza di una pulizia etnica, ma come uno dei suoi germi più biechi. Indagò, fece nascere e collazionò studi isolati e spesso ignorati sull’argomento, offrendo una panoramica di ampio respiro, maggiormente intelligibile. Si occupò delle problematiche del patrimonio culturale ad ampio raggio: dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale alla situazione balcanica, dalla distruzione dei resti archeologici di Cipro ai danni ai beni culturali dell’Iraq, della Palestina e della striscia di Gaza, toccando aree martoriate come l’Afghanistan, l’Algeria, il Libano, la Valle di Kathmandu, i templi di Lhasa. […]

Analizzò anche i rischi derivanti dalla spoliazione del patrimonio culturale nazionale e mondiale operata dal mercato clandestino, dalle archeomafie, dai furti e saccheggi connessi a fatti storici di maggiore portata: nelle città italiane, a Napoli in particolar modo, instaurando una fitta collaborazione con il Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri e col generale Roberto Conforti, col quale strinse un rapporto di stimata collaborazione. Per aree più lontane come il Mali e la Nigeria, quest’ultima martoriata dall’alternarsi di colpi di stato e di conflitti interni, ravvisò nell’esportazione illecita di beni culturali una delle principali cause della dispersione del patrimonio archeologico e demo-etno-antropologico. Gli ultimi due volumi della collana monografica da lui ideata e diretta, dedicati alla Palestina e agli interventi a salvaguardia dei beni culturali nelle aree a rischio bellico, presentano una stretta correlazione e sono emblematici dell’idea che Fabio aveva di tutela del patrimonio culturale di un popolo. Si tratta in entrambi i casi delle prime pubblicazioni scientifiche interamente dedicate al tema della tutela e della conservazione nei territori a rischio bellico e in quello palestinese in particolare. Da un lato egli sottolineava la necessità di una approfondita conoscenza delle sopravvivenze storico-culturali, dall’altro era presentata l’idea forte, innovativa, che la tutela debba intendersi come salvaguardia attiva, svolta sul territorio durante le fasi di un conflitto, messa in atto possibilmente dalle stesse parti interessate, addirittura prima del conflitto. Insomma insegnava a predisporre una coscienza della preservazione dal danno derivante dallo stato di emergenza. […]

La sua missione fu costantemente rivolta a scongiurare la damnatio memoriae, in primo luogo attraverso la conoscenza e l’attuazione della Convenzione dell’Aja del 1954. Come egli ricordò in più occasioni, Israele ratificò la Convenzione nel 1957, ma poiché l’Autorità palestinese non aveva l’arbitrio di ratificare gli accordi internazionali la Convenzione era valida solo su determinate aree previste (B e C) dall’accordo di Oslo (1993) e dal Protocollo di Hebron. Israele, dunque, ha attuato a più riprese distruzioni di interi quartieri. Ma anche nelle aree previste dagli accordi è facile immaginare che le disposizioni convenzionali furono e sono puntualmente ignorate o disattese.

Da qui l’idea di apporre il simbolo di protezione dei beni culturali, lo Scudo Blu, sugli edifici storici di Nablus e di Hebron con due finalità: quella per cui nacque istituzionalmente, e cioè segnalare la presenza di un monumento di interesse storico agli eserciti e al personale presente sul territorio durante il conflitto; l’altra, favorire l’agnizione della memoria storica da parte della popolazione e dell’Autorità palestinese. Insomma Fabio metteva di fronte alle responsabilità non solo lo Stato occupante, ma anche le autorità civili e culturali, quali le Università e i centri di ricerca. […]

Fabio era certo che solo l’educazione a sentire come un patrimonio comune l’espressione culturale dell’altro, anche del nemico, è la chiave per proteggere il patrimonio culturale mondiale che soffre di saccheggi e distruzioni, di snaturamenti e deturpazioni causati non solo dalla guerra, ma anche dagli interventi ricostruttivi del dopoguerra, oltre che da terremoti e disastri naturali. L’operato dell’Osservatorio fu guidato dall’esigenza di una regolamentazione della materia di tutela dei diritti umani e della difesa della cultura, dalla necessità di una divulgazione, applicazione e, ove necessario, di una revisione della legislazione; Fabio fu in più occasioni critico anche sull’operato dell’ONU, che ha in più di una circostanza dimostrato di essere subordinata alle grandi potenze mondiali, e dell’UNESCO che non sempre è stata in grado di gestire le situazioni di crisi in maniera del tutto autonoma e indipendente.

Aggiornamenti e link

Qualche tempo dopo questo articoletto, sull’onda delle vicende dell’ISIS e in occasione dell’uscita di un libro tra il biografico ed il romanzato (‘Oro dentro. Un archeologo in trincea’ di L. Sudiro e G. Rispoli), si è tornati a parlare del Nostro.

F. Maniscalco, “Sarajevo” (da Google Books):

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28 2015 Lug

Perché Internet non salverà il mondo

Intervista con Evgeny Morozov, il filosofo avversario della Silicon Valley [estratti]

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16 2014 Ago

Con lo 0,2 % la cultura muore

“CARI ITALIANI, CON LO 0,2 % LA VOSTRA CULTURA MUORE”
Alain Le Roy, Ambasciatore di Francia in Italia (2012-2014)

“L’Italia non deve disperarsi. È ancora la seconda potenza manifatturiera in Europa, dove ci sono problemi per tutti. Noi francesi per esempio condividiamo con gli italiani il rimpianto per le riforme strutturali non fatte quando sarebbero state meno costose, prima della crisi. La Germania le ha realizzate dieci anni fa quando c’erano più margini di manovra. Adesso anche noi soffriamo. Il governo francese ha dovuto varare un taglio della spesa pubblica di 50 miliardi di euro da qui al 2017″. Alain Le Roy sta per lasciare il principesco ufficio romano di Palazzo Farnese al termine dei tre anni di mandato come ambasciatore della Francia. Con la felpata e diplomatica attenzione che ha dedicato alla crisi economica e politica italiana, una cosa non è riuscito a capire: perché l’Italia, il Paese che ha di gran lunga il più ricco patrimonio artistico al mondo, spende così poco per la cultura.

Lei saprà che l’Italia ha avuto un importante ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che ha teorizzato che “con la cultura non si mangia”?
Ho saputo. Ma non credo che sia questa l’idea prevalente nel vostro Paese. Ho parlato con molti politici di ogni orientamento, e tutti mi hanno dato la stessa risposta: è giusto, ma in questo momento non abbiamo risorse in più da investire sulla cultura.
Siamo davvero così indietro?
L’Italia spende per la cultura lo 0,2 per cento del bilancio dello Stato, la Francia l’I per cento. Cinque volte tanto. È così da sempre. Il livello di investimento francese è questo dai tempi di François Mitterrand, quello italiano è così basso da sempre, responsabilità dei governi di ogni colore politico.
Come si fa a mangiare con la cultura?
In primo luogo sono soldi spesi bene perché servono a educare i giovani. Le faccio un esempio: il museo del Louvre ha aperto recentemente una sezione dedicata all’arte islamica, anche grazie a importanti contributi finanziari di diversi Paesi arabi. Sicuramente questa iniziativa diffonderà in Francia la comprensione della ricchezza culturale di quel mondo. In secondo luogo, la cultura può essere un motore della crescita e oggi in Francia possiamo constatare che l’industria culturale da più posti di lavoro dell’industria dell’auto. Questo avviene grazie alla spesa statale nel settore. Per questo penso che lo scarso livello di spesa dell’Italia, in questo scenario di crisi economica e disoccupazione, si traduca in un’occasione persa, in un tesoro buttato.
Lei parla di industria culturale, ma l’Italia ha il problema di tenere aperti i musei e fermare lo sfacelo di Pompei.
È vero. Non sarà un caso che da noi il ministero, fondato nel 1959 dallo scrittore André Malraux, si chiama “della Cultura”, da voi “dei Beni culturali”. Il bilancio del ministero francese, pari a 7,2 miliardi di euro, è destinato per 2,7 miliardi alla cultura in senso stretto (monumenti, musei…) e per 4,5 miliardi alla lettura, ai media e all’industria culturale. Lo Stato per esempio sostiene molto il cinema, che oggi vanta un primato in Europa. Devo dire che forse in questo settore la Francia è aiutata dalla struttura più centralizzata dello Stato.
Non avete le regioni e avete una radicata tradizione statalista.
Soprattutto c’è l’idea che la politica culturale è un pilastro decisivo dell’azione dello Stato. Pensi al fatto che abbiamo da trent’anni la legge sul prezzo unico del libro, introdotta dal ministro Jack Lang, che vietando sconti superiori al 5 per cento sui libri ha salvato molte piccole librerie nei centri storici. E pensi che il Louvre ha potuto aprire un vero e proprio museo distaccato a Lens, ex cittadina mineraria del nord flagellata dalla disoccupazione giovanile. Gli effetti positivi sull’economia della zona sono stati immediati.
In questi tre anni non ha visto niente di simile?
Sicuramente l’esempio di Torino è importante. La città ha cambiato identità, da capitale industriale è diventata anche un polo di attrazione culturale, molti più turisti francesi hanno cominciato ad andarci. È un fatto locale, dovuto a buoni sindaci come Sergio Chiamparino prima e Piero Fassino adesso.
Chi glielo dice al governo italiano, mentre deve fronteggiare il mantra europeo dell’austerità, di trovare un po’ di miliardi di euro da spendere in musei, restauri e sostegno al cinema?
Capisco che il momento è difficile, e lo è per tutti in Europa. Però noto che in Francia la crisi economica sta colpendo duramente, eppure mai nessuno ha introdotto nel dibattito pubblico l’idea di tagliare i fondi alla cultura.
La soluzione che va per la maggiore in Italia è quella di delegare ai privati manutenzione e sfruttamento economico dei beni culturali.
Non è tra le soluzioni prese in considerazione dal governo francese. Il Louvre, per esempio, nessuno ha mai pensato di privatizzarlo. Accoglie ogni anno circa 10 milioni di visitatori, ma ben il 40 per cento dei suoi ricavi vengono dai privati, sotto forma di contributi e donazioni. Quando il sistema funziona, aziende e fondazioni private sono incoraggiate a intervenire con i loro contributi. Naturalmente questo anche grazie a meccanismi di sconto fiscale, una strada sulla quale il ministro Dario Franceschini lavora nella stessa direzione.
Con tutte queste differenze (spesa alta contro spesa bassa, centralismo contro autonomie locali) la collaborazione tra i due governi risulta complicata?
Le cooperazioni culturali sono fitte e funzionano bene. E devo dire che quando ci sono state da fare importanti battaglie internazionali la Francia ha sempre trovato l’Italia al suo fianco. Insieme abbiamo difeso il progetto Erasmus. E quando abbiamo sostenuto il principio di quella che noi chiamiamo exception culturelle, cioè l’esclusione dei prodotti culturali dal trattato di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, per difendere il mercato interno, i governi Monti prima e Letta poi ci hanno seguito. E abbiamo vinto.

 

di Giorgio Meletti, Il Fatto Quotidiano 8 agosto 2014

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12 2014 Ago

Correlazioni

Primo grafico: andamento del PIL per quadrimestre (Q), da L’Espresso.

pil

Secondo grafico: alternanza dei governi in Italia dal 1999, da Wikipedia.
govern

Rivedere primo grafico.

Rivedere il secondo.

Coincidenze?

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11 2014 Ago

Museo della città: Londra, Roma e l’importanza dell’identità

Quando si visita una città, in special modo se la città in questione è una delle grandi capitali mondiali, occorre fare i conti con la complessità della sua compagine rispetto al poco tempo a disposizione per farsene un’idea e comprendere realmente le sfumature del luogo prescelto per la visita. La soluzione più naturale è quella di avere a disposizione un museo pensato proprio per la funzione di fornire uno sguardo generale, strutturandolo a più livelli di approfondimento e di rimandi al contesto urbano, generalmente realizzato in primis per sensibilizzare chi in quella città ci abita, plasmandone ed educandone l’animo civico tale da trasformarlo da residente in cittadino a tutti gli effetti. Tale museo, essendo portavoce dell’intera città, deve avere una propria identità, immediatamente percepibile dall’avventore occasionale, dal turista più smaliziato, dal cittadino stesso: già dal logo deve essere in grado di esprimere la propria particolarità, il proprio valore aggiunto in quanto sintesi efficace della multiformità di una realtà pluristratificata ed in continua evoluzione.

Il Museo di Londra, fondato nel 1976, racconta la vita e l’evoluzione della capitale inglese dalla preistoria ad oggi. Si tratta di un museo all’avanguardia, orientato alla cittadinanza innanzitutto – essendo qui racchiuso tutto il background della città in cui vivono, articolato anche in una sezione dedicata ai Docks (l’area portuale) e alla parte archeologica vera e propria – e quindi ai turisti, ai quali viene offerta una visuale a 360 gradi sulla città che sono andati a visitare: attratti da altri monumenti ed istituzioni ben più celebri – ad esempio, il British Museum – vengono qui sensibilizzati e fatti partecipi delle vicende cittadine. Per meglio comunicare la propria missione, nel 2009 ha avviato una sperimentazione riguardo il logo, alla ricerca di una identità per sé e le due istituzioni connesse. Il risultato, progettato da londinese Coley Porter Bell, è quello sottostante:

museum_of_london_logo

museum_of_london_sub

Immagini: http://www.underconsideration.com/brandnew/archives/london_over_time_as_a_logo.php#.U-TrU_l_uSo

Le diverse aree colorate sono rappresentazioni schematiche dell’evoluzione della pianta di Londra, dalle sue origini fino ai giorni nostri. Per le Docklands la dominante è il colore azzurro, legato all’acqua; per l’archeologia, il marrone. In una maniera semplice ed immediata, moderno e bello a vedersi, il logo fornisce ai futuri visitatori una sintesi visuale e concettuale di tutto ciò che potranno vedere nelle sale del museo, rimando ipertestuale alla città ed alla sua complessità.

A Roma, invece, cosa accade? Anzi, cosa non accade: non esiste, nonostante se ne parli grossomodo da un secolo, un museo della città. Il facente funzione, al momento, è il Museo di Roma di Palazzo Braschi, che però inizia la sua narrazione dal Medioevo, con un orientamento spiccatamente artistico. La visione di Roma, invece, dovrebbe spaziare liberamente, con un maggiore accento – inevitabile quanto comprensibile – sull’archeologia. “Il patrimonio archeologico, in particolare, è privo di narrazioni e ricostruzioni. Il museo della città dietro Santa Maria in Cosmedin, ideato da Veltroni, non ha fatto passi avanti: sarebbe un luogo per conoscere, che compenserebbe la transumanza [del turismo mordi e fuggi, ndr]”, scriveva Andrea Carandini sul Corriere della Sera [Roma, Mercoledì 5 Giugno, 2013]. Era invece il 23 dicembre 2009 quando uscì invece questa notizia: http://roma.repubblica.it/dettaglio/il-museo-della-citta-di-roma-avra-un-cuore-digitale/1812769. “Non sarà un’esposizione di collezioni di opere d’arte” – disse l’assessore dell’epoca – “ma un luogo per capire nel profondo la complessità storica di Roma. Diventerà lo strumento per capire la città più antica del mondo [per] turisti e cittadini”. Ovviamente non se ne fece nulla. Roma è dunque tuttora priva di un luogo sede della narrazione di sé stessa, frammentata tra una miriade di musei purtroppo sconosciuti al più dei residenti, figurarsi ai visitatori che rimangono nell’Urbe lo spazio di un fine settimana, in media.
Fermiamoci allora all’esistente, al circuito museale del Comune di Roma. Ecco il logo:

portaledeimuseiincomune

Fatta salva l’idea di unificare la gestione in un unico circuito, in una realtà orientata verso la personalizzazione e l’addizione di valori quale particolarità dovrebbe esprimere tale grafica? La comunicazione – e dunque la compartecipazione dell’utente – inizia già dall’elemento primo identificativo: ma qui regna l’anonimato e l’insipidezza più spinta. Speculare è il portale web, un maelstrom di informazioni ridondanti ed inutili, in cui i pochi contenuti sono sacrificati ad una struttura farraginosa che schiaccia l’individualità del museo stesso. Un portale dovrebbe avere – come dice il nome stesso – funzione di smistamento degli interessi, di accoglienza, di guida, di relazioni e percorsi dinamici, non di vetrina statica. Tra frammentarietà ed anonimato, Roma risulta dunque incapace di raccontarsi, di coinvolgere il turista – che si accontenterà per lo più di autoscatti nei punti più rappresentativi – e, peggio, la cittadinanza stessa, che risulterà gradualmente sempre più disaffezionata verso di essa.

Tutto per l’incapacità di comunicare, lì dove il logo – incapace di trasformarsi in brand – è il sintomo più evidente.

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10 2014 Ago

Open source, amministrazione e lungimiranza

Due notizie a confronto:

Il Comune di Torino rinnova i pc e dà l’addio a Microsoft: “Risparmiamo 6 milioni”. La città si avvia a diventare il primo grande centro italiano “open source”: passaggio graduale, gestito dal Csi, al software gratuito Linux: finora la spesa per ognuna delle 8300 postazioni era di 300 euro. La novità potrebbe estendersi ad altri enti come Regione e comparto sanità
(Fonte: http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/08/03/news/il_comune_rinnova_i_pc_e_d_laddio_a_microsoft_risparmiamo_6_milioni-93067980/)

e

Pc, telefoni, luce: tutti gli sprechi del Comune di Roma. Per l’acquisto dei software per i computer, il Campidoglio spende quasi il 600% in più rispetto ai costi di riferimento. Ecco gli interventi previsti dall’amministrazione capitolina nel piano di rientro per risparmiare 440 milioni di euro in tre anni (Fonte: http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/08/07/news/pc_telefoni_luce_tutti_gli_sprechi_del_comune-93285659/)

 

Nel primo si legge “Microsoft e compagnia, addio: in Comune approderà Linux e Gates e i suoi soci si vedranno alleggerire le casse di 300 euro per ciascuno degli 8300 computer dell’amministrazione comunale”. Nel secondo: “Per la precisione, Roma capitale spende per dotare i propri pc di comunissimi software 4.037 euro a computer anziché 585, esattamente il 590% in più“.

A ognuno le sue considerazioni.

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7 2014 Ago

Luciano Canfora: gli Antichi sono falliti di successo

GLI ANTICHI SONO FALLITI DI SUCCESSO Il filologo spiega per il Mulino perché latini e greci sono attuali, al di là della retorica sui valori Canfora: posero temi scottanti, senza cercare consolazioni di Antonio Carioti, Corriere della Sera 4 agosto 2014 Di solito, quando si pongono in appendice a un libro brani di studiosi illustri, lo scopo è invocare la loro autorità in appoggio alla tesi sostenuta dall’autore. Ma a Luciano Canfora non piace essere banale. Quindi fa il contrario: nel pamphlet Gli antichi ci riguardano (II Mulino, pagine 104, €10) offre ai lettori una breve antologia d’interventi che a suo avviso risultano inefficaci nel difendere la causa, da lui caldeggiata con vigore, del mantenimento di un ruolo rilevante per gli studi classici nel sistema scolastico italiano. Non lo convincono le argomentazioni del «fascista di sinistra» Goffredo Coppola, insigne grecista, che «scade nel generico e nel patriottardo-nazionalistico». Ma neppure approva le posizioni assunte da un personaggio a lui politicamente ben più vicino, il grande latinista Concetto Marchesi, esponente del Pci, al quale addebita «un pessimistico aristocratismo». Più in generale Canfora confuta la motivazione più consueta e retorica che viene di solito addotta a difesa degli autori greci e latini. A renderne indispensabile lo studio, si usa dire, sarebbero «i valori fondanti» contenuti nelle loro opere. Tesi che però s’infrange di fronte all’elementare constatazione che i classici dell’antichità non andavano affatto d’accordo tra loro, ma anzi propugnavano visioni del mondo nettamente antagonistiche, per cui è un proposito del tutto velleitario pensare di estrarre dal loro variegatissimo lascito indicazioni univoche. In realtà, osserva Canfora, dietro il richiamo ai principi fondamentali agisce un meccanismo di «rispecchiamento» piuttosto strumentale: «Una volta stabiliti i valori che noi riteniamo prioritari, li ritroviamo anche in una serie di autori, e così, invertendo la prospettiva, diciamo che quegli autori sono i portatori dei valori che ci formano. In realtà sono i valori che noi abbiamo deciso di porre in posizione preminente». Neppure l’idea che imparare le lingue classiche sia innanzitutto utile come esercizio faticoso, dunque formativo, soddisfa del tutto Canfora, che pure in fatto d’istruzione boccia ogni atteggiamento accomodante, ogni demagogica «rincorsa del nuovo», e afferma la necessità di una severa disciplina, basata proprio sull’apprendimento delle tanto vituperate «nozioni», come unico percorso in grado di suscitare l’indispensabile «assunzione di un abito critico» da parte dello studente. Attribuire al greco e al latino una funzione di impegnativa palestra intellettuale, pervia delle difficoltà che presenta il loro apprendimento, è perciò «una risposta che merita attenzione». Ma a Canfora non basta. A suo avviso la ragione più importante per cui è necessario continuare a confrontarsi con Tucidide e con Fiatone, con Grazio e con Euripide, con Lucrezio e con Tacito, risiede paradossalmente nel loro fallimento epocale. Nonostante gli sforzi profusi senza risparmio, essi non sono stati capaci di risolvere i problemi del loro tempo: non sono riusciti a individuare la migliore forma di governo per la convivenza umana, né tanto meno hanno trovato una soluzione allo stridente contrasto tra gli ideali universalistici, per cui tutti gli uomini dovrebbero godere di pari diritti, e le molteplici distinzioni di rango prodotte continuamente dalla storia attraverso i meccanismi escludenti della politica e dell’economia. Ebbene, aggiunge Canfora, forse che tali questioni non si ripresentano anche oggi, in termini per molti versi analoghi? In fondo, per rendersene conto, basta aprire un quotidiano o assistere a un notiziario televisivo. L’attuale crisi delle democrazie rappresentative, evidente soprattutto in Europa, non smentisce l’idea ingenua che le nostre società avessero adottato un sistema di governo ottimale, foriero di un progresso stabile e duraturo? E la retorica dei diritti umani universali, tanto in voga nel discorso pubblico contemporaneo, come si può conciliare con la persistenza di regimi tirannici e sanguinari in buona parte del pianeta, ma in fondo anche con le condizioni di sfruttamento ed emarginazione in cui troppo spesso sono costretti a vivere in Occidente gli immigrati provenienti dai Paesi poveri. Interpellare gli antichi, scrive Canfora, serve ad acquisire una migliore consapevolezza di temi giganteschi e inquietanti come questi, cui se ne possono aggiungere altri: la natura del diritto, la cause della guerra, il significato dell’utopia. Ed è tanto più utile in quanto quegli autori non si sono rifugiati nella visione consolatoria delle religioni rivelate, per cui, se questo mondo ci appare una valle di lacrime, si può tuttavia sperare in una salvezza ultraterrena. La loro ricerca è tutta laica, immanentistica: non prevede scorciatoie sovrannaturali, bensì una tragica assunzione di responsabilità. Una lezione aspra, ma terribilmente attuale. E quanto mai istruttiva.