Home → Archivio → Categoria → Informatica
Leggi
18 2018 Ott

Bot Telegram Fasti Romani: un filo di Arianna nella storia romana

Dopo aver sviluppato il mio primo bot, ho voluto cimentarmi in qualcosa di più complesso sia dal punto di vista della strutturazione dei dati, sia della programmazione: ecco Fasti Romani! Numerose le funzioni: si può scoprire quale re/console/imperatore fosse al potere in un determinato anno (dal 753 a.C. fino al 476 d.C.: per il momento, solo per la parte occidentale dell’Impero Romano; per i consoli, solo fino al 300 d.C.)*, convertire date a.U.c. ed espresse in Olimpiadi, fare ricerche veloci per nome e altro ancora, con qualche piccolo easter egg.

Per avviarlo, basta scrivere il nome del bot nella chat Telegram (@Fastiromani_bot), oppure aprire questa pagina: t.me/Fastiromani_bot. Le istruzioni di avvio (“/start”) e i comandi presenti (attivabili digitando “/”) faranno da guida per l’utilizzo di Fasti Romani.

Utilizzo

Al primo avvio del bot, l’impostazione di ricerca predefinito è “/anno”. Per scrivere le date in a.C., andrà indicato il segno negativo: “27 a.C.” dovrà essere quindi scritto “-27”. L’anno 0 non è considerato come data, quindi si passa da 1 a.C. a 1 d.C.

In caso di risultati troppo ampi, dato il limite di 4096 bytes per messaggio imposto da Telegram, come visto per il bot precedente vi sarà una suddivisione in più pagine: se si cerca ad esempio il console “giulio”, il bot provvederà a indicare il numero di pagine, per consultare le quali andrà scritto “giulio1”, “giulio2″ ,”giulio3” e così via.

Per cambiare tipologia di ricerca, è sufficiente utilizzare i comandi di seguito elencati.

Comandi

Per accedere alle varie funzioni del bot è sufficiente pigiare il tasto con con “/” nella casella di testo della chat, oppure iniziare a scrivere “/” seguito dalle prime lettere del comando. Al momento la lista prevede:

  • /anno” – Attiva la funzione di ricerca per anno, dalla fondazione di Roma al (per il momento) 476 d.C., visualizzando i consoli ed eventualmente gli imperatori in carica in quell’anno. Ci si può divertire a inserire valori diversi rispetto a questi due estremi, e vedere il bot come risponde 😉
  • /auc” – Attiva la funzione di conversione da date espresse in a.U.c. a quelle gregoriane, e viceversa; le date a.U.c. ovviamente non possono essere negative. Il convertitore considererà come predefinito il valore in a.U.c.: scrivendo 1, ad esempio, restituirà come data 753 a.C.; per effettuare una conversione da data gregoriana in a.U.c. andrà anteposta la lettera “c”: “753 a.C.” andrà quindi scritto come “c-753”. Inserendo i valori 1000 e 1001 verranno restituite due curiosità, mentre scrivendo “o” si otterrà immediatamente l’anno corrente convertito in a.U.c.
  • /console” – Attiva la ricerca per consoli (per il momento, dal 509 a.C. al 300 d.C.): scrivendo le prime tre lettere verranno visualizzate tutte le occorrenze corrispondenti, con relative informazioni di approfondimento.
  • /data” – Attiva la conversione da data calendariale attuale (nella forma gg/mm/aaaa) al sistema romano: ad esempio, scrivendo “21/04/2018”, si otterrà “Saturni dies, a.d. XI Kalendas Maias MMDCCLXXI”; digitando “o” si otterrà immediatamente la conversione della data odierna.
  • /dinastia” – Visualizza tutti gli imperatori appartenenti ad una dinastia (per il momento, Giulio-Claudia e Flavia).
  • /imperatore” – Attiva la ricerca per imperatore (per il momento, solo occidentali): sarà sufficiente scrivere le prime tre lettere del nome per visualizzare tutte le occorrenze corrispondenti e relativi approfondimenti.
  • /numerazione” – Attivata la conversione da numeri romani a numeri arabi e viceversa: scrivendo ad esempio “12” la cifra verrà convertita in “XII”; scrivendo invece “XII”o “xii”, si otterrà 12.
  • /olimpiade” – Attiva la conversione da data espressa in olimpiadi a quelle gregoriane, non viceversa. Per effettuare la conversione, va indicato prima il numero di olimpiade *virgola* l’anno di riferimento: ad esempio, “il primo anno della settima Olimpiade” andrà scritto “7,1”; come risultato apparirà 753 a.C. Cosa succede se si scrive “293,2”? 🙂
  • /rex” – Attiva la ricerca per re: come per imperatori e consoli, per effettuare una ricerca basta inserire almeno tre lettere e verrà visualizzata la scheda di riferimento. Visto che i sette re di Roma sono un po’ come i sette nani (se ne dimentica sempre qualcuno), digitando “7” comparirà un elenco minimale con la successione regale 😉
  • /usurpatori” – Restringe la ricerca per imperatori ai soli usurpatori, fornendo informazioni di dettaglio.
  • /info” – Visualizza le informazioni relative al bot e rimanda a questa pagina.

Sviluppi

Dati o funzioni da implementare nel breve termine:

  • lista imperatori bizantini fino al 1453 d.C.
  • elenco consoli dal 300 d.C. in poi
  • calendario annuale romano  (21/10/2018)
  • festività romane
  • principali battaglie
  • colli di Roma, con geolocalizzazione

Suggerite dagli utenti:

  • nomenclatura latina
  • titolatura imperiale
Suggerimenti o critiche? Scrivimi qui: https://telegram.me/saveriogm

 

Note

Qui sto raccogliendo tutte le informazioni circa le problematiche incontrate durante lo sviluppo del bot.

Leggi
29 2018 Set

Post Facebook in 3D

All’incirca nel mese di febbraio del 2018, Facebook ha introdotto la possibilità di realizzare post con contenuti tridimensionali; preso dai possibili risvolti rivoluzionari di questa nuova implementazione – dal potere interagire con oggetti del tutto liberamente, al poterli visualizzare, grazie alle varie API dedicate, con visori immersivi – studiai come fare, con il risultato seguente:

Nel frattempo diversi colleghi e amici mi hanno chiesto come fare, ho pensato di raccogliere qui un po’ di materiale a supporto che possa essere d’aiuto. Per il momento, Facebook consente il caricamento di file (di un particolare tipo, come si dirà più avanti) con un peso massimo di 3 mb, “dimensioni ancora minori sono l’ideale” come si legge nella documentazione a supporto; l’esperienza qui illustrata mi porta a dire meglio mantenersi sui 2 mb. Emerge così immediatamente il primo, grosso problema qualora si volesse portare in Facebook un contenuto realizzato, ad esempio, in fotogrammetria, come il leone protagonista di questo caso studio, base dello stipite destro del portale esterno della basilica di San Lorenzo fuori le Mura. Realizzato da una collaboratrice durante un corso da me tenuto, è stato scelto per l’esperimento data la sua compattezza e al contempo per l’alta definizione di alcuni dettagli, quali la criniera. Esportato in .fbx (formato da preferire, come vedremo), il file risultante aveva un peso di oltre 20 mb: quasi 7 volte il limite imposto da Facebook. La grande difficoltà, quindi, è stata semplificare le geometrie del solido fotogrammetrico, cercando di non perdere al contempo la definizione dei dettagli. Nella galleria sottostante, il modello fotogrammetrico ottenuto con Agisoft PhotoScan:

L’immagine sottostante, invece, rappresenta lo stesso modello semplificato dopo una trasformazione in 3D Studio Max per eliminare le luci, e un passaggio in Polyworks – da evitare Meshmixer – per decimare le geometrie:

 

Da notare un’apparente conservazione del dettaglio, apparenza che svanisce ingrandendo il modello, come si evince dall’immagine soprastante, a sinistra: le dita della zampa posteriore destra del leone rivelano la semplificazione della geometria, con le tipiche sfaccettature spigolose dovute alla soppressione di poligoni intermedi. Si può giocare con i valori di compressione in base al modello con cui si sta lavorando, ma una notevole perdita di dettaglio sarà un male inevitabile. Dopo il passaggio in Polyworks, il file del leone pesa 3 mb. Ancora troppo, non è però un problema.

I post 3D di Facebook richiedono un formato particolare: supporta solo file .glb, versione binaria del formato file glTF 2.0. Nessun problema: i file .fbx possono essere facilmente e direttamente convertiti in .glb seguendo le istruzioni qui elencate. Occorre prestare attenzione alle avvertenze per una corretta conversione del file, enucleate qui, che tuttavia non sempre possono essere seguite: si riferiscono infatti a modelli 3D puri, e non derivanti invece da fotogrammetria – e immagino che lo stesso valga anche per 3D derivanti da laser scanning. La conversione comprime ulteriormente il file, nel nostro caso arrivando a pesare solo 2.29 mb. Una volta trasformato, è consigliabile validare il file tramite l’apposito strumento online qui disponibile.

Finita tutta la procedura – tra tentativi di compressione e altro, a me ha richiesto quasi 4 giorni – si avrà un file che potrà essere aggiunto ad un post Facebook con le medesime modalità di una fotografia; il social network riconoscerà il file come elemento 3D e, una volta pubblicato, ne consentirà la fruizione multipiattaforma.

Come mai il leone del post in alto sembra tanto differente da quello ottenuto dopo la decimazione delle geometrie? Il motivo è da ricercarsi nella texture: va trattata in modo particolare, a causa dell’illuminazione dell’oggetto e del contesto, altrimenti si otterrà un effetto lievemente metallico, proprio come nel post. Essendo stata la mia una prova speditiva riguardo le geometrie, non mi sono soffermato sulla texture, anche per mancanza di tempo.

In conclusione, ci vorrà ancora molto tempo prima che Facebook possa dare del filo da torcere a visualizzatori come SketchFab o 3DHop; l’unico vero punto di forza è l’essere parte integrante di un sistema altamente socializzato, tale da favorire un immediato reposting e quindi aumento dell’audience del modello 3D, grazie alla facilità di utilizzo della piattaforma di Zuckemberg.

Leggi
19 2018 Set

Bot Telegram Bullettino della Commissione Archeologica di Roma

Qualche anno fa, dovendo fare spesso ricerche all’interno del Bullettino della Commissione Archeologica di Roma, ho avvertito l’esigenza di uno strumento che mi agevolasse nell’individuare gli argomenti di mio interesse all’interno quantomeno degli indici dei volumi che si susseguono, ininterrottamente, dal 1872. Il sito ufficiale non permetteva, allora come oggi, tale fondamentale funzionalità, anche se per un breve periodo fu disponibile un foglio di calcolo con gli indici dal 1872 al 2007. Fu l’occasione per realizzare un semplice database, che poi ho caricato online a disposizione di quanti avessero le mie medesime esigenze, ed è tuttora molto utilizzato: DBCAr. Vi sono immagazzinati 4.080 titoli, con autore, anno, annata e pagine di riferimento, in attesa di poter aggiornare la base dati fino all’anno attuale.

Da qualche giorno mi sto cimentando con i bot di Telegram mediante programmazione php, e quale modo migliore di inaugurare il primo bot se non realizzando qualcosa che aumentasse la facilità di accesso a dati di ricerca? Ecco qui allora DBCAr Bot: scrivendo semplicemente una stringa di testo è possibile estrapolare velocemente dal database tutte le occorrenze, con la comodità offerta da Telegram! Funziona sia con Telegram Desktop, sia naturalmente con lo smartphone, aumentando quindi la comodità di consultazione – ad esempio, in biblioteca, non disponendo di un terminale o di un portatile.

Accedervi è facilissimo: si può procedere cliccando su questo link oppure digitando nella chat Telegram “@dbcar_bot” senza le virgolette. Bisognerà avviare il bot con l’apposito pulsante “Avvia”, dopodiché si potrà procedere immediatamente con la ricerca.

Per ottimizzare il sistema euristico e a fini statistici, il bot memorizzerà la stringa di ricerca e l’orario, in maniera totalmente anonima per l’utente, quindi si può utilizzare in completa sicurezza circa i propri dati.

Dal punto di vista delle funzioni, invece, Telegram ha un limite di 4096 bytes riguardo ai messaggi da visualizzare: per questo motivo ho dovuto sviluppare un codice per suddividere il risultato di ricerca in più parti, qualora superi la soglia prima indicata. Bisognerà allora indicare la parte da visualizzare, ma sarà il bot stesso a suggerire come procedere 🙂

Considero DBCAr Bot come un prodotto in fase di sviluppo, quindi qualsiasi suggerimento sarà più che ben accetto. Buon divertimento!

***

A 24 ore di distanza sono state tantissime le consultazioni – escludendo com’è ovvio le ore notturne – dovute anche all’elevata condivisione  via social (a proposito: grazie a tutti voi per il vostro entusiasmo!). Non si può naturalmente ricavare un profilo statistico data la novità e il brevissimo lasso di tempo, ma graficando gli orari di utilizzo emerge già un trend interessante.

A parte l’eroe (o gli eroi) che ha(nno)[1] utilizzato il bot alle 6 di mattina, si nota immediatamente come vi sia un picco intorno alle ore 15:00, con una crescita a partire dagli orari dopo pranzo, ed un forte calo verso le 17:00. Potrebbe dipendere dalla consultazione in biblioteca? Sarebbe interessante incrociare questi dati con quelli di maggior afflusso nelle strutture di consultazione, ma non credo esistano dati statistici in merito (o quantomeno non sono stati resi aperti). Come spunto credo sia degno di interesse per una serie di approfondimenti, vedremo cosa dirà il bot in un periodo di tempo più lungo – considerando la grandezza del bacino di utenza e la ricorsività di utilizzo.

[1] Ricordo infatti che il bot non memorizza utenze per una questione di privacy.

Leggi
28 2015 Giu

Programma 101

“Era un giorno di aprile del 1957. Con la mia 600, che era quanto mi era rimasto dei due anni passati alla Fiat, stavo andando da Torino a Pisa, dove l’Olivetti aveva aperto un laboratorio di ricerche avanzate nel campo dell’elettronica. Quando ero in Fiat di questo laboratorio si parlava come di una cosa mitica. D’altra parte in quegli anni tutto quanto riguardava l’Olivetti era mitico e avvolto da un alone di superiorità e di mistero, e io, che ero stato appena assunto attraverso una banalissima procedura avviata rispondendo ad un avviso sul giornale, cominciavo a sentire che la soddisfazione di aver trovato un nuovo lavoro si stava trasformando in ansia e preoccupazione a mano a mano che mi avvicinavo a Pisa”.

Con queste parole Pier Giorgio Perotto descrive l’inizio di un’avventura senza precedenti: l’invenzione del personal computer. Il termine inglese che descrive il calcolatore elettronico ci trae in inganno: la pietra miliare di un computer che stesse su di una scrivania non si deve a qualche sognatore o guru americano, ma ad un gruppo di ingegneri e designer che, cinquant’anni fa, raccolse una sfida a livello mondiale e la vinse.

Da Linkiesta:

Olivetti P101, quando gli italiani erano Steve Jobs

Il primo computer da tavolo è stato il Programma 101 dell’Olivetti, nel 1964. Concepito a Ivrea dall’ingegner Perotto, ne esportammo negli Stati Uniti quarantamila in un solo anno. Gli americani provarono anche a copiarlo. E lo fecero. Ma la Hewlett Packard perse la causa e fu costretta a pagare …

Aveva un nome, Programma 101, un soprannome, “Perottina”, e un destino: diventare il primo computer da tavolo del mondo. Perottina era stata realizzata partendo da un modello in plastilina (non essendoci i personal computer non c’erano neanche i rendering). L’aveva concepita un ingegnere dell’Olivetti, Pier Giorgio Perotto, e aveva la forma datale da un designer, Mario Bellini, destinato a diventare una delle stelle del settore. Nell’anno di grazia 1965 vede la luce il primo desktop della storia. Viene presentato negli Stati Uniti, in una fiera specializzata, e il New York Times si esprime in termini più che lusinghieri. Il 15 ottobre 1965 il quotidiano americano dà conto dell’arrivo sul mercato di due macchine che chiama «calcolatori da tavolo»: una della Victor Comptometer e una, per l’appunto, dell’Olivetti. Questa seconda è definita «più costosa, ma in grado di svolgere più funzioni». «La Programma 101», continua il giornale, «come un computer può automaticamente far girare programmi in grado di svolgere una serie di operazioni aritmetiche. Può anche conservare e ricordare questi programmi, sia al proprio interno, sia all’esterno, e attraverso di loro può prendere semplici decisioni logiche». E poi ancora: «Le sue numerose funzioni ne consentono un utilizzo sia scientifico, sia per business». Il costo di questa meraviglia tecnologica era di 3.200 dollari Usa, pari a circa 17.000 euro di oggi ma, nonostante il prezzo, nel 1966 il mercato statunitense ne assorbe oltre 40.000 pezzi.

Fino ad allora quelli che in Italia venivano chiamati “cervelli elettronici” erano enormi impianti che dovevano essere utilizzati da personale specializzato. La novità rivoluzionaria della Programma 101 è che sta su un tavolo e può essere usata da chiunque per effettuare operazioni complicate, per esempio il calcolo degli stipendi. Ma intanto succede che la statunitense Hewlett Packard ne compra un centinaio di esemplari, li copia e li immette sul mercato. L’Olivetti le fa causa, accusandola di violare il brevetto, e vince pure. L’Hp è condannata a versare un risarcimento di 900.000 dollari Usa alla società di Ivrea, ma alla sconfitta in tribunale corrisponde una vittoria sul mercato che vedrà trionfare gli americani e soccombere gli italiani (la vicenda è narrata in un documentario dal titoloQuando Olivetti inventò il Pc, andato in onda in giugno su Sky).

Il papà del primo computer da tavolo è un ingegnere torinese, nato nel 1930, laureato al Politecnico della sua città e morto a Genova nel 2002. Pier Giorgio Perotto entra alla Fiat nel 1955 e proprio lì comincia a interessarsi di computer. Un paio d’anni dopo passa all’Olivetti, e nel 1962 comincia a lavorare al progetto di una macchina per elaborare dati che sia piccola a sufficienza per stare in ogni ufficio e anche programmabile, dotata di memoria, flessibile e semplice da usare.

Nel frattempo, però, l’Olivetti subisce importanti modifiche societarie: disinveste nell’elettronica e cede il 75 per cento della divisione, assieme a tutto il personale, alla General Electric. Perotto invece no: rimane a Ivrea col suo piccolo gruppo e continua a lavorare al progetto; nel 1964 il prototipo della Programma 101 è pronto.
Mario Bellini, il designer che le dette la forma, se lo ricorda bene quando fu incaricato di “vestire” l’apparecchio. «Avevo cominciato da poco a collaborare con l’Olivetti, nel 1963», racconta, «e avevo già realizzato una macchina che aveva vinto il Compasso d’oro. Sono stato chiamato una domenica da Roberto Olivetti nella sua casa milanese di Foro Bonaparte. C’erano lui e l’ingegner Perotto, avevano in mano un primo tentativo di corpo del quale però non erano soddisfatti. Olivetti mi ha chiesto se sarei stato contento di occuparmi della cosa e io gli ho detto di sì. Andavo a Ivrea, in alcuni locali che mi avevano messo a disposizione. Lavoravo a questa macchina che non doveva essere a colonna, innalzandosi da terra, come il primo prototipo. La grande intuizione che avevano avuto Olivetti e Perotto era che dovesse essere una macchina da tavolo. Ho cominciato a lavorarci e l’ho fatta diventare una macchina da tavolo».

Doveva «addomesticare il mostro», come dice oggi l’architetto, e descrive come ha concepito il nuovo oggetto: «Sul retro c’era un cassettone di schede stampate con i transistor – al tempo non esistevano ancora i microchip – la parte anteriore era quella che si metteva in comunicazione con l’operatore. A sinistra ho messo i tasti e sulla destra uno spazio specifico in cui si infilava la scheda. Sopra c’era una parte che saliva, con le spie luminose che indicavano quando era in funzione. Se fosse stato un animale, quella sarebbe stata la testa. Sulla parte anteriore, in continuità con la tastiera c’era una specie di becco, in modo da permettere di appoggiare il palmo della mano e usare le dita per digitare. Abbiamo realizzato un modello al vero di plastilina, mettendoci sopra ogni sera uno straccio umido perché non si seccasse; poi un modello in legno, con i tasti e lo abbiamo presentato a Olivetti e Perotto che ne sono rimasti molto soddisfatti».

Eccolo qua, il primo desktop del mondo, frutto del sapere e del genio italiani, della collaborazione tra un ingegnere e un architetto. Oltreoceano qualcun altro si rende conto che quella novità è dirompente. Passa qualche anno e Mario Bellini riceve una telefonata. Dall’altro capo del filo c’è un ancor giovane e non molto conosciuto Steve Jobs. «Ho ricevuto una telefonata personale di Jobs», racconta l’architetto, «che mi chiedeva se volevo disegnare per loro. Gli ho risposto che avevo un contratto di consulenza esclusiva con Olivetti e pertanto non potevo collaborare con lui». Rimpianti? Una grande occasione mancata? «Ho vissuto ancora altri 15 anni di straordinarie avventure. Olivetti aveva un prestigio immenso, era invidiata anche da Ibm».
E secondo Bellini tra Apple e Olivetti c’è una relazione stretta. Jobs, come prima la casa di Ivrea, hanno creato «totem in grado di scatenare il piacere di possederli». Apple è «l’erede più fortunato di Olivetti: hanno costruito cose analoghe, ma Jobs lo ha fatto negli Usa e non in Italia», conclude Mario Bellini, «e questa è la differenza».

Di tutta questa gloriosa storia – devo ammetterlo – non sapevo nulla: ne ho scoperto l’esistenza la scorsa sera quando, dopo OpenPompei, ho assistito al TEDx nell’area archeologica. Tra i tanti relatori, uno di eccezione: Gastone Garziera, membro del gruppo di lavoro della P101, alle prese proprio con la sua creazione. Qui il video, da gustare in ogni suo attimo grazie alla simpatia del personaggio.

Leggi
19 2015 Mag

Un catasto per le antichità di Roma

Da Archeo 324, febbraio 2012 (!)

Può la pubblica condivisione dei dati archeologici promuovere, nei cittadini, una maggiore attenzione verso i problemi della tutela e della conservazione? 

di Daniele Manacorda

Poco più di un anno fa si è tenuto a Roma un convegno nel quale sono stati presentati i primi risultati del grande lavoro che la locale Soprintendenza archeologica sta svolgendo in vista della costruzione di un Sistema Informativo Territoriale per l’Archeologia di Roma (SITAR). L’uscita degli atti di quell’incontro è stata l’occasione per riflettere su questa esperienza strategica, non solo per la Capitale, ma per l’intero territorio nazionale.


Che cosa è il SITAR? Potremmo semplicemente rispondere che si tratta di un catasto archeologico, cioè della rappresentazione puntuale di ciò che si vede o si è visto del sottosuolo di Roma, di ciò che resta o non c’è più, ma anche di ciò che dovrebbe esserci. Intendo dire, cioè, della nuova conoscenza che la messa in pianta di tutto ciò che è noto produce in termini di ricostruzione possibile o probabile dei contesti topografici di una città stratificata dalla storia millenaria.


Sono secoli che si fanno i catasti; ma questo catasto archeologico viene a colmare decenni di ritardo, e forse non a caso proprio ora, quando la somma ormai ipertrofica dei dati d’archivio e di quelli che emergono ogni giorno dal sottosuolo sembra avere superato la soglia della tollerabilità gestionale. Il salto di quantità ha dunque generato il salto di qualità, che andava fatto ora o mai piú. E per fortuna è stato fatto: al servizio dell’attività quotidiana della soprintendenza, certo, ma anche per orientare la pianificazione territoriale e per interagire con gli altri enti che governano la città. E per mettere tutti in condizione di studiare su un solo schermo l’espansione della città antica e moderna e anche di quella che ancora non c’è, mettendo quindi al centro del tavolo la storia urbana e l’urbanistica, disciplina che, in fondo, altro non dovrebbe essere che un insieme di saperi e di scelte che da questa storia derivano.
Il raggiungimento di un obiettivo cosí difficile è stato il frutto di una collaborazione efficace fra tutto il personale della Soprintendenza, ma anche di una sinergia fra soggetti istituzionali diversi, come la Regione, la Provincia, il Comune, e le Università, in primo luogo con la cattedra di Archeologia classica dell’Università «La Sapienza», il cui Atlante storico di Roma va in stampa in queste settimane.

Di dominio pubblico
In questa collaborazione vorrei vedere lo stesso spirito di costruzione di una rete complessa, ma nella sua ispirazione assai semplice, che quasi 15 anni fa ci aveva fatto sognare la nascita di un «sistema della tutela», che continua a sembrare ai miei occhi la strada maestra per chiamare tutte le energie presenti nel nostro Paese al grande compito di conoscenza, salvaguardia, valorizzazione e comunicazione del patrimonio, a cui nessuno può pensare di fare fronte da solo, e tanto meno in condizioni di conflittualità.
«La Soprintendenza si è impegnata a condividere tutti i dati delle proprie ricerche effettuate a partire dal 1975 fino al 2002». Questa piccola frase entrerà negli annali della storia della amministrazione dei beni archeologici in Italia. È la prima volta, infatti, che le informazioni relative al patrimonio vengono rese diffusamente di dominio pubblico. Perché questo strumento funzioni ci vuole condivisione, che è una somma di libere scelte, e ci vuole l’accettazione di alcune semplici regole, ovvero degli standard minimi per redigere la documentazione archeologica, che, a partire dal 2012, dovranno essere utilizzati da quanti opereranno sul territorio di Roma al fine di rendere possibile l’omogeneizzazione dei dati e l’auto-implementazione del sistema. In questo caso l’obbligatorietà è davvero la migliore strada possibile, perché è qui che lo Stato, a mio modo di vedere, deve essere autorevole e impositivo, per creare e far vivere la base della condivisione, non per ostacolare – come ancora avviene – la circolazione delle informazioni.

«Petrolio a parole»
L’esperienza del SITAR è stata l’occasione di un primo contatto con la gestione concreta della tutela per molti giovani archeologi, perlopiú in cerca di una occupazione stabile, costretti cioè a lavorare da precari in un Paese che si fregia retoricamente di possedere percentuali fantasiose dei beni culturali del pianeta, senza che questo comporti un minimo decente di investimento nella formazione e nella occupazione produttiva in questo settore. Il nostro «petrolio a parole» genera chiacchiere, tante (anche le mie), ma non posti di lavoro. Il lavoro di questi giovani dà fiducia e speranza, perché è il segno che la formazione universitaria può ancora raggiungere livelli elevati di qualità, e perché ci dice che le nostre soprintendenze possono aspirare a essere quello che tutti vorremmo che fossero, cioè un efficiente istituto culturale.
C’è un’incognita nella dilatazione della conoscenza, cioè nella democratizzazione dell’informazione? Faccio mia la domanda di Giovanni Azzena, perché di questo parliamo quando parliamo del SITAR. La sfida democratica si gioca oggi a livello globale: i regimi autoritari guardano con sospetto alla comunicazione globale, priva di filtri, così come la pretende Internet. Questo esito quasi fisiologico della rivoluzione liberale del Settecento nei nostri stati occidentali mette magari in crisi la secolare bardatura burocratica delle amministrazioni pubbliche, che ancora non hanno digerito neppure gli impervi sentieri della legge 241 che dovrebbe garantire la trasparenza degli atti pubblici in favore del cittadino. Trasparenza e condivisone delle conoscenze sono davvero un obiettivo epocale, per il quale vale la pena di impegnarsi. Nel nostro caso intendo dire che, fatto il passo decisivo della condivisione fra istituzioni, tutt’altro che scontato nella pratica amministrativa del nostro Paese, sorge il bisogno di estendere questa condivisione non solo a quanti sono impegnati in progetti sul territorio, ma a quella che chiamiamo «società civile». 

Il potenziale archeologico
Ricordo le appassionate discussioni di venti anni fa, quando, prendendo atto che il sistema statale di tutela non possedeva, a oltre un secolo dalla sua istituzione, neanche un pallido barlume di una carta archeologica del territorio nazionale. In molti sognavamo (era una fuga in avanti?) di un Paese in cui, a sportello, il funzionario comunale per rifare una fognatura, l’imprenditore privato per costruire un edificio, il singolo cittadino per fare il garage nel suo giardino, grazie a un semplice monitor, potessero domandare che cosa già si sapeva che ci fosse nel sito puntuale del loro intervento e nell’areale di riferimento; per conoscere prima l’eventuale esistenza di un vincolo, ma anche per orientare, modificare, condividere prima il progetto e sentirsi quindi partecipi attivi della tutela. Parlo insomma di quella progettazione condivisa, dove – come scrive Mirella Serlorenzi, che ha coordinato il lavoro del SITAR – «il tanto temuto rischio archeologico si possa chiamare con tranquillità potenziale archeologico».
Penso anch’io, infatti, che la migliore arma per la tutela del territorio e per la conservazione del paesaggio sia la condivisione della conoscenza con i cittadini che vi abitano, che li faccia sentire coinvolti, non estromessi dalle problematiche archeologiche. Sono convinto anch’io che «la forza di tante persone consapevoli supera ampiamente quella di un vincolo puntuale ed è in grado di arrestare una speculazione edilizia o una connivenza politica» (Serlorenzi). Perché non vogliamo più sentirci dire che la conoscenza archeologica del territorio alimenta gli scavi clandestini (anche se capiamo le necessarie cautele), o che la libertà di fotografare i beni di proprietà pubblica alimenta un inesistente mercato delle cartoline…

Una nuova pagina
Una base di conoscenza condivisa è uno strumento culturale potente, perché genera attenzione e fa stringere alleanze. Perché la carta archeologica è uno strumento atteso al di fuori della nostra cerchia di specialisti piú di quanto possiamo immaginare. È un dispositivo democratico, che può sviluppare sinergie tra soggetti sociali diversi, portatori di esigenze diverse, eppure capaci di trovare, nell’attenzione al patrimonio, una sintesi alta, generatrice di fiducia nelle istituzioni e di tutela attiva partecipata. È un sogno? Forse. Lasciateci allora sognare che «un’azione integrata di conoscenza del c.d. bene comune invece che di discendere dalla norma – come scrive Giovanni Azzena – possa col tempo invece influenzarla». 
Oggi salutiamo dunque un salto di qualità amministrativo, che tanto piú consola quanto piú perché figlio di un organo periferico di un ministero che, da vent’anni almeno, è al centro di una crisi di identità e di efficienza. Una crisi che tanto piú preoccupa quanto piú appare generata da un avvitamento interno, frutto di una delegittimazione che giunge prevalentemente dal mondo della politica e che ha prodotto infinite nuove norme, nuovi decreti, nuovi codici, nuove denominazioni, nuove carte intestate e vuotato al tempo stesso centro e periferia di personale, di mezzi, di capacità di intervento. Speriamo, insomma, che da un «semplice» catasto si apra davvero una pagina nuova per il patrimonio storico del nostro Paese.

Leggi
10 2014 Ago

Open source, amministrazione e lungimiranza

Due notizie a confronto:

Il Comune di Torino rinnova i pc e dà l’addio a Microsoft: “Risparmiamo 6 milioni”. La città si avvia a diventare il primo grande centro italiano “open source”: passaggio graduale, gestito dal Csi, al software gratuito Linux: finora la spesa per ognuna delle 8300 postazioni era di 300 euro. La novità potrebbe estendersi ad altri enti come Regione e comparto sanità
(Fonte: http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/08/03/news/il_comune_rinnova_i_pc_e_d_laddio_a_microsoft_risparmiamo_6_milioni-93067980/)

e

Pc, telefoni, luce: tutti gli sprechi del Comune di Roma. Per l’acquisto dei software per i computer, il Campidoglio spende quasi il 600% in più rispetto ai costi di riferimento. Ecco gli interventi previsti dall’amministrazione capitolina nel piano di rientro per risparmiare 440 milioni di euro in tre anni (Fonte: http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/08/07/news/pc_telefoni_luce_tutti_gli_sprechi_del_comune-93285659/)

 

Nel primo si legge “Microsoft e compagnia, addio: in Comune approderà Linux e Gates e i suoi soci si vedranno alleggerire le casse di 300 euro per ciascuno degli 8300 computer dell’amministrazione comunale”. Nel secondo: “Per la precisione, Roma capitale spende per dotare i propri pc di comunissimi software 4.037 euro a computer anziché 585, esattamente il 590% in più“.

A ognuno le sue considerazioni.

Leggi
8 2014 Ago

Online il portale Vincoli in rete sui beni culturali Architettonici e Archeologici

SiGECweb collabora a Vincoli in rete, piattaforma di cooperazione che integra le diverse applicazioni informatiche MiBACT che detengono dati sui beni architettonici, archeologici e paesaggistici. Da un punto di accesso unico, professionisti e cittadini possono reperire tutte le informazioni anagrafiche ed amministrative relative al patrimonio culturale immobile.

Vincoli in rete integra aree diverse che vanno dal censimento, alla catalogazione, alla vincolistica, alla georeferenziazione cartografica. Tutto ruota intorno all’identificazione univoca del bene basata sul numero di catalogo generale (NCT).

Vincoli in rete attualmente interopera con:

Carta del Rischio (www.cartadelrischio.it)
SiGECweb (www.sigecweb.beniculturali.it);
Beni tutelati (www.benitutelati.it);
SITAP (www.sitap.beniculturali.it);
il Geoportale nazionale (www.pcn.minambiente.it).
Sono presenti nel sistema circa 150.000 evidenze monumentali. La piattaforma offre agli uffici del MiBACT strumenti per la gestione cartografica dei dati relativi ai beni vincolati, per il loro aggiornamento e la loro integrazione, per il rilascio delle certificazioni. Ai cittadini offre strumenti di ricerca, navigazione, interrogazione, richieste amministrative verso la P.A.

Alla piattaforma di interoperabilità già realizzata per i beni immobili, si aggiungerà quella riferita ai beni mobili (opere d’arte e reperti archeologici). Dai dati contenuti in Carta del rischio e in SIGECweb si potrà estendere la cooperazione a tutti gli altri sistemi del MiBACT e di altri enti, attraverso il perfezionamento e l’evoluzione del concetto di “contenitore” di beni mobili già sviluppato in SIGECweb. In Vincoli in rete il pubblico, come i funzionari dell’amministrazione, vedranno rappresentati dal punto di vista cartografico le quantità di opere contenute nei beni immobili presenti nel sistema con evidenti importanti ricadute funzionali sia nell’ambito della prevenzione del rischio e nella gestione dell’emergenza che su quello del turismo culturale.

Approfondimenti: Vincoli in rete

Fonte: ICCD, http://www.archeomatica.it/ict-beni-culturali/online-il-portale-vincoli-in-rete-sui-beni-culturali-architettonici-e-archeologici

Leggi
4 2014 Ago

Escludere categorie dai post recenti

Mentre stavo configurando questo sito, mi si è presentato il problema di dover escludere una determinata categoria (e i relativi post) dall’elenco dei post recenti: questi ultimi sono visibili sia nativamente tramite le funzioni di WordPress, sia – come nel mio caso – tramite widget (apposito o integrato nel tema).

Dopo aver cercato t/provato diverse soluzioni, molte delle quali prevedevano implementazioni nel codice del file functions.php di WP, modifiche e tagli nei codici dei widget oppure l’utilizzo di determinate plugin, ho deciso di fare da me.

Armato di pazienza e di santa voglia smanettona, alla fine, dopo n tentativi, ho trovato la soluzione:

Dunque: nel momento in cui viene fatta la richiesta new WP_Query() e parte la query, basta filtrarla indicando quale categoria va esclusa (ID_cat va sostituito quindi con l’ID della o delle categorie da non visualizzare, in questo caso si avrà cat=-ID-cat1,-ID-cat2,-ID-cat3 e così via). La modifica va fatta nel file .php del widget, plugin o anche di WP che si occupa della visualizzazione dei post recenti. Attenzione! Affinché funzioni, la stringa della categoria da escludere va messa per prima! Ho perso ore e ore per rendermene conto…

Per visualizzare, invece, solo determinate categorie, basta togliere il segno meno davanti ID_cat, seguendo lo stesso procedimento di cui sopra; la posizione della stringa, invece, è in questo caso indifferente. Mah! 🙂

Leggi
4 2014 Ago

L’Archivio di Stato di Venezia diventa un archivio digitale aperto

Venice Time Machine è il progetto che trasformerà l’Archivio di Stato di Venezia in un archivio digitale aperto. L’iniziativa coinvolge ricercatori e studenti dell’Epfl, il Politecnico Federale di Losanna, e dell’Università Ca’ Foscari, con il sostegno di un comitato internazionale di studiosi provenienti da Stanford, Columbia, Princeton e Oxford. Funding partner è la Fondation Lombard Odier.

“Al momento è in corso l’elaborazione delle infrastrutture e delle tecnologie necessarie a convertire l’enorme massa di manoscritti amministrativi dell’Archivio in un gigantesco sistema informatico. L’Archivio di Stato di Venezia conta una quantità immensa di manoscritti in numerose lingue, che vanno dal Medio Evo fino al XX secolo, documenti spesso fragili e in cattivo stato di conservazione che devono essere classificati e raggruppati secondo il formato.

Combinando questa mole di informazioni, si potranno scrivere nuovi capitoli della storia della città. Ricostruire genealogie, completare biografie, confrontare piani architettonici di epoche diverse, rintracciare le proprietà di beni nei secoli sono solo alcune delle possibilità di approfondimento offerte dall’interconnessione di dati anagrafici, carte catastali, testamenti e altri documenti ancora. Inoltre, mentre adesso gli storici del mondo intero devono recarsi fisicamente a Venezia per consultare i documenti, in futuro potranno farlo anche da remoto, in un ambiente di ricerca nuovo: la Venice Time Machine donerà agli archivi una forma virtuale sul Web. 

La sfida tecnica è imponente. La digitalizzazione richiede non solo la scansione di manoscritti, antichi e in varie lingue, ma anche il trattamento automatico di stili calligrafici diversi e presuppone la gestione, l’estrazione e la classificazione di Big Data, dataset grandi e complessi.

Fonte: http://www.archeomatica.it/ict-beni-culturali/l-archivio-di-stato-di-venezia-diventa-un-archivio-digitale-aperto
Foto: Il sistema di riconoscimento intelligente della struttura della pagina attualmente in uso dal Venice Time Machine project. © EPFL / Venice Time Machine