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28 2015 Giu

Programma 101

“Era un giorno di aprile del 1957. Con la mia 600, che era quanto mi era rimasto dei due anni passati alla Fiat, stavo andando da Torino a Pisa, dove l’Olivetti aveva aperto un laboratorio di ricerche avanzate nel campo dell’elettronica. Quando ero in Fiat di questo laboratorio si parlava come di una cosa mitica. D’altra parte in quegli anni tutto quanto riguardava l’Olivetti era mitico e avvolto da un alone di superiorità e di mistero, e io, che ero stato appena assunto attraverso una banalissima procedura avviata rispondendo ad un avviso sul giornale, cominciavo a sentire che la soddisfazione di aver trovato un nuovo lavoro si stava trasformando in ansia e preoccupazione a mano a mano che mi avvicinavo a Pisa”.

Con queste parole Pier Giorgio Perotto descrive l’inizio di un’avventura senza precedenti: l’invenzione del personal computer. Il termine inglese che descrive il calcolatore elettronico ci trae in inganno: la pietra miliare di un computer che stesse su di una scrivania non si deve a qualche sognatore o guru americano, ma ad un gruppo di ingegneri e designer che, cinquant’anni fa, raccolse una sfida a livello mondiale e la vinse.

Da Linkiesta:

Olivetti P101, quando gli italiani erano Steve Jobs

Il primo computer da tavolo è stato il Programma 101 dell’Olivetti, nel 1964. Concepito a Ivrea dall’ingegner Perotto, ne esportammo negli Stati Uniti quarantamila in un solo anno. Gli americani provarono anche a copiarlo. E lo fecero. Ma la Hewlett Packard perse la causa e fu costretta a pagare …

Aveva un nome, Programma 101, un soprannome, “Perottina”, e un destino: diventare il primo computer da tavolo del mondo. Perottina era stata realizzata partendo da un modello in plastilina (non essendoci i personal computer non c’erano neanche i rendering). L’aveva concepita un ingegnere dell’Olivetti, Pier Giorgio Perotto, e aveva la forma datale da un designer, Mario Bellini, destinato a diventare una delle stelle del settore. Nell’anno di grazia 1965 vede la luce il primo desktop della storia. Viene presentato negli Stati Uniti, in una fiera specializzata, e il New York Times si esprime in termini più che lusinghieri. Il 15 ottobre 1965 il quotidiano americano dà conto dell’arrivo sul mercato di due macchine che chiama «calcolatori da tavolo»: una della Victor Comptometer e una, per l’appunto, dell’Olivetti. Questa seconda è definita «più costosa, ma in grado di svolgere più funzioni». «La Programma 101», continua il giornale, «come un computer può automaticamente far girare programmi in grado di svolgere una serie di operazioni aritmetiche. Può anche conservare e ricordare questi programmi, sia al proprio interno, sia all’esterno, e attraverso di loro può prendere semplici decisioni logiche». E poi ancora: «Le sue numerose funzioni ne consentono un utilizzo sia scientifico, sia per business». Il costo di questa meraviglia tecnologica era di 3.200 dollari Usa, pari a circa 17.000 euro di oggi ma, nonostante il prezzo, nel 1966 il mercato statunitense ne assorbe oltre 40.000 pezzi.

Fino ad allora quelli che in Italia venivano chiamati “cervelli elettronici” erano enormi impianti che dovevano essere utilizzati da personale specializzato. La novità rivoluzionaria della Programma 101 è che sta su un tavolo e può essere usata da chiunque per effettuare operazioni complicate, per esempio il calcolo degli stipendi. Ma intanto succede che la statunitense Hewlett Packard ne compra un centinaio di esemplari, li copia e li immette sul mercato. L’Olivetti le fa causa, accusandola di violare il brevetto, e vince pure. L’Hp è condannata a versare un risarcimento di 900.000 dollari Usa alla società di Ivrea, ma alla sconfitta in tribunale corrisponde una vittoria sul mercato che vedrà trionfare gli americani e soccombere gli italiani (la vicenda è narrata in un documentario dal titoloQuando Olivetti inventò il Pc, andato in onda in giugno su Sky).

Il papà del primo computer da tavolo è un ingegnere torinese, nato nel 1930, laureato al Politecnico della sua città e morto a Genova nel 2002. Pier Giorgio Perotto entra alla Fiat nel 1955 e proprio lì comincia a interessarsi di computer. Un paio d’anni dopo passa all’Olivetti, e nel 1962 comincia a lavorare al progetto di una macchina per elaborare dati che sia piccola a sufficienza per stare in ogni ufficio e anche programmabile, dotata di memoria, flessibile e semplice da usare.

Nel frattempo, però, l’Olivetti subisce importanti modifiche societarie: disinveste nell’elettronica e cede il 75 per cento della divisione, assieme a tutto il personale, alla General Electric. Perotto invece no: rimane a Ivrea col suo piccolo gruppo e continua a lavorare al progetto; nel 1964 il prototipo della Programma 101 è pronto.
Mario Bellini, il designer che le dette la forma, se lo ricorda bene quando fu incaricato di “vestire” l’apparecchio. «Avevo cominciato da poco a collaborare con l’Olivetti, nel 1963», racconta, «e avevo già realizzato una macchina che aveva vinto il Compasso d’oro. Sono stato chiamato una domenica da Roberto Olivetti nella sua casa milanese di Foro Bonaparte. C’erano lui e l’ingegner Perotto, avevano in mano un primo tentativo di corpo del quale però non erano soddisfatti. Olivetti mi ha chiesto se sarei stato contento di occuparmi della cosa e io gli ho detto di sì. Andavo a Ivrea, in alcuni locali che mi avevano messo a disposizione. Lavoravo a questa macchina che non doveva essere a colonna, innalzandosi da terra, come il primo prototipo. La grande intuizione che avevano avuto Olivetti e Perotto era che dovesse essere una macchina da tavolo. Ho cominciato a lavorarci e l’ho fatta diventare una macchina da tavolo».

Doveva «addomesticare il mostro», come dice oggi l’architetto, e descrive come ha concepito il nuovo oggetto: «Sul retro c’era un cassettone di schede stampate con i transistor – al tempo non esistevano ancora i microchip – la parte anteriore era quella che si metteva in comunicazione con l’operatore. A sinistra ho messo i tasti e sulla destra uno spazio specifico in cui si infilava la scheda. Sopra c’era una parte che saliva, con le spie luminose che indicavano quando era in funzione. Se fosse stato un animale, quella sarebbe stata la testa. Sulla parte anteriore, in continuità con la tastiera c’era una specie di becco, in modo da permettere di appoggiare il palmo della mano e usare le dita per digitare. Abbiamo realizzato un modello al vero di plastilina, mettendoci sopra ogni sera uno straccio umido perché non si seccasse; poi un modello in legno, con i tasti e lo abbiamo presentato a Olivetti e Perotto che ne sono rimasti molto soddisfatti».

Eccolo qua, il primo desktop del mondo, frutto del sapere e del genio italiani, della collaborazione tra un ingegnere e un architetto. Oltreoceano qualcun altro si rende conto che quella novità è dirompente. Passa qualche anno e Mario Bellini riceve una telefonata. Dall’altro capo del filo c’è un ancor giovane e non molto conosciuto Steve Jobs. «Ho ricevuto una telefonata personale di Jobs», racconta l’architetto, «che mi chiedeva se volevo disegnare per loro. Gli ho risposto che avevo un contratto di consulenza esclusiva con Olivetti e pertanto non potevo collaborare con lui». Rimpianti? Una grande occasione mancata? «Ho vissuto ancora altri 15 anni di straordinarie avventure. Olivetti aveva un prestigio immenso, era invidiata anche da Ibm».
E secondo Bellini tra Apple e Olivetti c’è una relazione stretta. Jobs, come prima la casa di Ivrea, hanno creato «totem in grado di scatenare il piacere di possederli». Apple è «l’erede più fortunato di Olivetti: hanno costruito cose analoghe, ma Jobs lo ha fatto negli Usa e non in Italia», conclude Mario Bellini, «e questa è la differenza».

Di tutta questa gloriosa storia – devo ammetterlo – non sapevo nulla: ne ho scoperto l’esistenza la scorsa sera quando, dopo OpenPompei, ho assistito al TEDx nell’area archeologica. Tra i tanti relatori, uno di eccezione: Gastone Garziera, membro del gruppo di lavoro della P101, alle prese proprio con la sua creazione. Qui il video, da gustare in ogni suo attimo grazie alla simpatia del personaggio.

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19 2015 Mag

Un catasto per le antichità di Roma

Da Archeo 324, febbraio 2012 (!)

Può la pubblica condivisione dei dati archeologici promuovere, nei cittadini, una maggiore attenzione verso i problemi della tutela e della conservazione? 

di Daniele Manacorda

Poco più di un anno fa si è tenuto a Roma un convegno nel quale sono stati presentati i primi risultati del grande lavoro che la locale Soprintendenza archeologica sta svolgendo in vista della costruzione di un Sistema Informativo Territoriale per l’Archeologia di Roma (SITAR). L’uscita degli atti di quell’incontro è stata l’occasione per riflettere su questa esperienza strategica, non solo per la Capitale, ma per l’intero territorio nazionale.


Che cosa è il SITAR? Potremmo semplicemente rispondere che si tratta di un catasto archeologico, cioè della rappresentazione puntuale di ciò che si vede o si è visto del sottosuolo di Roma, di ciò che resta o non c’è più, ma anche di ciò che dovrebbe esserci. Intendo dire, cioè, della nuova conoscenza che la messa in pianta di tutto ciò che è noto produce in termini di ricostruzione possibile o probabile dei contesti topografici di una città stratificata dalla storia millenaria.


Sono secoli che si fanno i catasti; ma questo catasto archeologico viene a colmare decenni di ritardo, e forse non a caso proprio ora, quando la somma ormai ipertrofica dei dati d’archivio e di quelli che emergono ogni giorno dal sottosuolo sembra avere superato la soglia della tollerabilità gestionale. Il salto di quantità ha dunque generato il salto di qualità, che andava fatto ora o mai piú. E per fortuna è stato fatto: al servizio dell’attività quotidiana della soprintendenza, certo, ma anche per orientare la pianificazione territoriale e per interagire con gli altri enti che governano la città. E per mettere tutti in condizione di studiare su un solo schermo l’espansione della città antica e moderna e anche di quella che ancora non c’è, mettendo quindi al centro del tavolo la storia urbana e l’urbanistica, disciplina che, in fondo, altro non dovrebbe essere che un insieme di saperi e di scelte che da questa storia derivano.
Il raggiungimento di un obiettivo cosí difficile è stato il frutto di una collaborazione efficace fra tutto il personale della Soprintendenza, ma anche di una sinergia fra soggetti istituzionali diversi, come la Regione, la Provincia, il Comune, e le Università, in primo luogo con la cattedra di Archeologia classica dell’Università «La Sapienza», il cui Atlante storico di Roma va in stampa in queste settimane.

Di dominio pubblico
In questa collaborazione vorrei vedere lo stesso spirito di costruzione di una rete complessa, ma nella sua ispirazione assai semplice, che quasi 15 anni fa ci aveva fatto sognare la nascita di un «sistema della tutela», che continua a sembrare ai miei occhi la strada maestra per chiamare tutte le energie presenti nel nostro Paese al grande compito di conoscenza, salvaguardia, valorizzazione e comunicazione del patrimonio, a cui nessuno può pensare di fare fronte da solo, e tanto meno in condizioni di conflittualità.
«La Soprintendenza si è impegnata a condividere tutti i dati delle proprie ricerche effettuate a partire dal 1975 fino al 2002». Questa piccola frase entrerà negli annali della storia della amministrazione dei beni archeologici in Italia. È la prima volta, infatti, che le informazioni relative al patrimonio vengono rese diffusamente di dominio pubblico. Perché questo strumento funzioni ci vuole condivisione, che è una somma di libere scelte, e ci vuole l’accettazione di alcune semplici regole, ovvero degli standard minimi per redigere la documentazione archeologica, che, a partire dal 2012, dovranno essere utilizzati da quanti opereranno sul territorio di Roma al fine di rendere possibile l’omogeneizzazione dei dati e l’auto-implementazione del sistema. In questo caso l’obbligatorietà è davvero la migliore strada possibile, perché è qui che lo Stato, a mio modo di vedere, deve essere autorevole e impositivo, per creare e far vivere la base della condivisione, non per ostacolare – come ancora avviene – la circolazione delle informazioni.

«Petrolio a parole»
L’esperienza del SITAR è stata l’occasione di un primo contatto con la gestione concreta della tutela per molti giovani archeologi, perlopiú in cerca di una occupazione stabile, costretti cioè a lavorare da precari in un Paese che si fregia retoricamente di possedere percentuali fantasiose dei beni culturali del pianeta, senza che questo comporti un minimo decente di investimento nella formazione e nella occupazione produttiva in questo settore. Il nostro «petrolio a parole» genera chiacchiere, tante (anche le mie), ma non posti di lavoro. Il lavoro di questi giovani dà fiducia e speranza, perché è il segno che la formazione universitaria può ancora raggiungere livelli elevati di qualità, e perché ci dice che le nostre soprintendenze possono aspirare a essere quello che tutti vorremmo che fossero, cioè un efficiente istituto culturale.
C’è un’incognita nella dilatazione della conoscenza, cioè nella democratizzazione dell’informazione? Faccio mia la domanda di Giovanni Azzena, perché di questo parliamo quando parliamo del SITAR. La sfida democratica si gioca oggi a livello globale: i regimi autoritari guardano con sospetto alla comunicazione globale, priva di filtri, così come la pretende Internet. Questo esito quasi fisiologico della rivoluzione liberale del Settecento nei nostri stati occidentali mette magari in crisi la secolare bardatura burocratica delle amministrazioni pubbliche, che ancora non hanno digerito neppure gli impervi sentieri della legge 241 che dovrebbe garantire la trasparenza degli atti pubblici in favore del cittadino. Trasparenza e condivisone delle conoscenze sono davvero un obiettivo epocale, per il quale vale la pena di impegnarsi. Nel nostro caso intendo dire che, fatto il passo decisivo della condivisione fra istituzioni, tutt’altro che scontato nella pratica amministrativa del nostro Paese, sorge il bisogno di estendere questa condivisione non solo a quanti sono impegnati in progetti sul territorio, ma a quella che chiamiamo «società civile». 

Il potenziale archeologico
Ricordo le appassionate discussioni di venti anni fa, quando, prendendo atto che il sistema statale di tutela non possedeva, a oltre un secolo dalla sua istituzione, neanche un pallido barlume di una carta archeologica del territorio nazionale. In molti sognavamo (era una fuga in avanti?) di un Paese in cui, a sportello, il funzionario comunale per rifare una fognatura, l’imprenditore privato per costruire un edificio, il singolo cittadino per fare il garage nel suo giardino, grazie a un semplice monitor, potessero domandare che cosa già si sapeva che ci fosse nel sito puntuale del loro intervento e nell’areale di riferimento; per conoscere prima l’eventuale esistenza di un vincolo, ma anche per orientare, modificare, condividere prima il progetto e sentirsi quindi partecipi attivi della tutela. Parlo insomma di quella progettazione condivisa, dove – come scrive Mirella Serlorenzi, che ha coordinato il lavoro del SITAR – «il tanto temuto rischio archeologico si possa chiamare con tranquillità potenziale archeologico».
Penso anch’io, infatti, che la migliore arma per la tutela del territorio e per la conservazione del paesaggio sia la condivisione della conoscenza con i cittadini che vi abitano, che li faccia sentire coinvolti, non estromessi dalle problematiche archeologiche. Sono convinto anch’io che «la forza di tante persone consapevoli supera ampiamente quella di un vincolo puntuale ed è in grado di arrestare una speculazione edilizia o una connivenza politica» (Serlorenzi). Perché non vogliamo più sentirci dire che la conoscenza archeologica del territorio alimenta gli scavi clandestini (anche se capiamo le necessarie cautele), o che la libertà di fotografare i beni di proprietà pubblica alimenta un inesistente mercato delle cartoline…

Una nuova pagina
Una base di conoscenza condivisa è uno strumento culturale potente, perché genera attenzione e fa stringere alleanze. Perché la carta archeologica è uno strumento atteso al di fuori della nostra cerchia di specialisti piú di quanto possiamo immaginare. È un dispositivo democratico, che può sviluppare sinergie tra soggetti sociali diversi, portatori di esigenze diverse, eppure capaci di trovare, nell’attenzione al patrimonio, una sintesi alta, generatrice di fiducia nelle istituzioni e di tutela attiva partecipata. È un sogno? Forse. Lasciateci allora sognare che «un’azione integrata di conoscenza del c.d. bene comune invece che di discendere dalla norma – come scrive Giovanni Azzena – possa col tempo invece influenzarla». 
Oggi salutiamo dunque un salto di qualità amministrativo, che tanto piú consola quanto piú perché figlio di un organo periferico di un ministero che, da vent’anni almeno, è al centro di una crisi di identità e di efficienza. Una crisi che tanto piú preoccupa quanto piú appare generata da un avvitamento interno, frutto di una delegittimazione che giunge prevalentemente dal mondo della politica e che ha prodotto infinite nuove norme, nuovi decreti, nuovi codici, nuove denominazioni, nuove carte intestate e vuotato al tempo stesso centro e periferia di personale, di mezzi, di capacità di intervento. Speriamo, insomma, che da un «semplice» catasto si apra davvero una pagina nuova per il patrimonio storico del nostro Paese.

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10 2014 Ago

Open source, amministrazione e lungimiranza

Due notizie a confronto:

Il Comune di Torino rinnova i pc e dà l’addio a Microsoft: “Risparmiamo 6 milioni”. La città si avvia a diventare il primo grande centro italiano “open source”: passaggio graduale, gestito dal Csi, al software gratuito Linux: finora la spesa per ognuna delle 8300 postazioni era di 300 euro. La novità potrebbe estendersi ad altri enti come Regione e comparto sanità
(Fonte: http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/08/03/news/il_comune_rinnova_i_pc_e_d_laddio_a_microsoft_risparmiamo_6_milioni-93067980/)

e

Pc, telefoni, luce: tutti gli sprechi del Comune di Roma. Per l’acquisto dei software per i computer, il Campidoglio spende quasi il 600% in più rispetto ai costi di riferimento. Ecco gli interventi previsti dall’amministrazione capitolina nel piano di rientro per risparmiare 440 milioni di euro in tre anni (Fonte: http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/08/07/news/pc_telefoni_luce_tutti_gli_sprechi_del_comune-93285659/)

 

Nel primo si legge “Microsoft e compagnia, addio: in Comune approderà Linux e Gates e i suoi soci si vedranno alleggerire le casse di 300 euro per ciascuno degli 8300 computer dell’amministrazione comunale”. Nel secondo: “Per la precisione, Roma capitale spende per dotare i propri pc di comunissimi software 4.037 euro a computer anziché 585, esattamente il 590% in più“.

A ognuno le sue considerazioni.

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8 2014 Ago

Online il portale Vincoli in rete sui beni culturali Architettonici e Archeologici

SiGECweb collabora a Vincoli in rete, piattaforma di cooperazione che integra le diverse applicazioni informatiche MiBACT che detengono dati sui beni architettonici, archeologici e paesaggistici. Da un punto di accesso unico, professionisti e cittadini possono reperire tutte le informazioni anagrafiche ed amministrative relative al patrimonio culturale immobile.

Vincoli in rete integra aree diverse che vanno dal censimento, alla catalogazione, alla vincolistica, alla georeferenziazione cartografica. Tutto ruota intorno all’identificazione univoca del bene basata sul numero di catalogo generale (NCT).

Vincoli in rete attualmente interopera con:

Carta del Rischio (www.cartadelrischio.it)
SiGECweb (www.sigecweb.beniculturali.it);
Beni tutelati (www.benitutelati.it);
SITAP (www.sitap.beniculturali.it);
il Geoportale nazionale (www.pcn.minambiente.it).
Sono presenti nel sistema circa 150.000 evidenze monumentali. La piattaforma offre agli uffici del MiBACT strumenti per la gestione cartografica dei dati relativi ai beni vincolati, per il loro aggiornamento e la loro integrazione, per il rilascio delle certificazioni. Ai cittadini offre strumenti di ricerca, navigazione, interrogazione, richieste amministrative verso la P.A.

Alla piattaforma di interoperabilità già realizzata per i beni immobili, si aggiungerà quella riferita ai beni mobili (opere d’arte e reperti archeologici). Dai dati contenuti in Carta del rischio e in SIGECweb si potrà estendere la cooperazione a tutti gli altri sistemi del MiBACT e di altri enti, attraverso il perfezionamento e l’evoluzione del concetto di “contenitore” di beni mobili già sviluppato in SIGECweb. In Vincoli in rete il pubblico, come i funzionari dell’amministrazione, vedranno rappresentati dal punto di vista cartografico le quantità di opere contenute nei beni immobili presenti nel sistema con evidenti importanti ricadute funzionali sia nell’ambito della prevenzione del rischio e nella gestione dell’emergenza che su quello del turismo culturale.

Approfondimenti: Vincoli in rete

Fonte: ICCD, http://www.archeomatica.it/ict-beni-culturali/online-il-portale-vincoli-in-rete-sui-beni-culturali-architettonici-e-archeologici

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4 2014 Ago

Escludere categorie dai post recenti

Mentre stavo configurando questo sito, mi si è presentato il problema di dover escludere una determinata categoria (e i relativi post) dall’elenco dei post recenti: questi ultimi sono visibili sia nativamente tramite le funzioni di WordPress, sia – come nel mio caso – tramite widget (apposito o integrato nel tema).

Dopo aver cercato t/provato diverse soluzioni, molte delle quali prevedevano implementazioni nel codice del file functions.php di WP, modifiche e tagli nei codici dei widget oppure l’utilizzo di determinate plugin, ho deciso di fare da me.

Armato di pazienza e di santa voglia smanettona, alla fine, dopo n tentativi, ho trovato la soluzione:

Dunque: nel momento in cui viene fatta la richiesta new WP_Query() e parte la query, basta filtrarla indicando quale categoria va esclusa (ID_cat va sostituito quindi con l’ID della o delle categorie da non visualizzare, in questo caso si avrà cat=-ID-cat1,-ID-cat2,-ID-cat3 e così via). La modifica va fatta nel file .php del widget, plugin o anche di WP che si occupa della visualizzazione dei post recenti. Attenzione! Affinché funzioni, la stringa della categoria da escludere va messa per prima! Ho perso ore e ore per rendermene conto…

Per visualizzare, invece, solo determinate categorie, basta togliere il segno meno davanti ID_cat, seguendo lo stesso procedimento di cui sopra; la posizione della stringa, invece, è in questo caso indifferente. Mah! 🙂

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4 2014 Ago

L’Archivio di Stato di Venezia diventa un archivio digitale aperto

Venice Time Machine è il progetto che trasformerà l’Archivio di Stato di Venezia in un archivio digitale aperto. L’iniziativa coinvolge ricercatori e studenti dell’Epfl, il Politecnico Federale di Losanna, e dell’Università Ca’ Foscari, con il sostegno di un comitato internazionale di studiosi provenienti da Stanford, Columbia, Princeton e Oxford. Funding partner è la Fondation Lombard Odier.

“Al momento è in corso l’elaborazione delle infrastrutture e delle tecnologie necessarie a convertire l’enorme massa di manoscritti amministrativi dell’Archivio in un gigantesco sistema informatico. L’Archivio di Stato di Venezia conta una quantità immensa di manoscritti in numerose lingue, che vanno dal Medio Evo fino al XX secolo, documenti spesso fragili e in cattivo stato di conservazione che devono essere classificati e raggruppati secondo il formato.

Combinando questa mole di informazioni, si potranno scrivere nuovi capitoli della storia della città. Ricostruire genealogie, completare biografie, confrontare piani architettonici di epoche diverse, rintracciare le proprietà di beni nei secoli sono solo alcune delle possibilità di approfondimento offerte dall’interconnessione di dati anagrafici, carte catastali, testamenti e altri documenti ancora. Inoltre, mentre adesso gli storici del mondo intero devono recarsi fisicamente a Venezia per consultare i documenti, in futuro potranno farlo anche da remoto, in un ambiente di ricerca nuovo: la Venice Time Machine donerà agli archivi una forma virtuale sul Web. 

La sfida tecnica è imponente. La digitalizzazione richiede non solo la scansione di manoscritti, antichi e in varie lingue, ma anche il trattamento automatico di stili calligrafici diversi e presuppone la gestione, l’estrazione e la classificazione di Big Data, dataset grandi e complessi.

Fonte: http://www.archeomatica.it/ict-beni-culturali/l-archivio-di-stato-di-venezia-diventa-un-archivio-digitale-aperto
Foto: Il sistema di riconoscimento intelligente della struttura della pagina attualmente in uso dal Venice Time Machine project. © EPFL / Venice Time Machine