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12 2015 Set

In memoria di Fabio Maniscalco

Navigando per l’Internet, mi sono imbattuto in una figura che definire eroica sarebbe un eufemismo: Fabio Maniscalco. Nato a Napoli il primo agosto del 1965, a 28 anni (1993) era già Ispettore Onorario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ma – soprattutto – nel 1996 nel teatro di guerra della Bosnia e di nuovo nel 1997 “ha creato e diretto il team sperimentale di tutela dei beni culturali del contingente multinazionale in Albania, con cui ha realizzato il monitoraggio del patrimonio culturale durante l’operazione di peace-keeping “ALBA” (fonte Wikipedia). Grazie a Maniscalco, arruolato nei ranghi della Brigata Garibaldi, per la prima volta dal 1954 viene quindi applicato l’articolo 7 della Convenzione dell’Aja per la protezione dei beni culturali in caso di conflitti armati. Come se non bastasse, “durante l’attività di monitoraggio si è inoltre infiltrato nel mercato clandestino dell’arte, recuperando numerosi materiali archeologici” (fonte Wikipedia). Tutto il contrario, quindi, di quell’Indiana Jones al quale fu accostato dalla stampa di quegli anni. Si batte contro lo Ius Predae – in pratica, il diritto da parte del vincitore di fare bottino del patrimonio storico-artistico dello sconfitto – e a favore della salvaguardia e della tutela delle testimonianze del passato.


Una testimonianza della distruzione del cinquecentesco ponte di Mostar, avvenuta nel 1993, simbolo fino a quel momento di pacifica convivenza tra culture differenti.

Mentre quindi crescevo al ginnasio, manifestando con i miei coetanei contro l’assurdità della guerra jugoslava, e poi al liceo contro il conflitto albanese e serbo-kosovaro, un archeologo della mia attuale età spendeva tutte le sue energie nella difesa del patrimonio culturale, inteso nella sua accezione più ampia, ossia come appartenente all’Umanità intera. Tranne qualche articolo di giornale a ricordarlo, di Maniscalco non si ricorda quasi più nessuno. Come mai? Eppure, nel 2007, venne addirittura candidato al premio Nobel per la pace – andato poi ad Al Gore e all’IPCC dell’ONU non senza polemiche. Come mai, dicevamo? Perché Maniscalco è morto nel 2008 a causa dell’esposizione delle polveri di uranio impoverito contenuto nei proiettili e nei missili utilizzati nella guerra dei Balcani, polveri che a distanza di anni hanno causato prima il cancro, quindi la morte di decine e decine di militari. Una morte scomoda, la cui eziologia solo in epoca recente sta divenendo di fatto riconosciuta.

Non una damnatio memoriae, ma un silenzio assordante su di una figura di primo piano, realmente in prima linea nella difesa del patrimonio culturale, figura di cui si sente assoluta mancanza dato soprattutto il panorama attuale.

Da ‘Predella‘, n. 35 (il grassetto è mio)

FORMARE, EDUCARE E COOPERARE: L’ATTIVITÀ DI FABIO MANISCALCO E L’OSSERVATORIO PER LA PROTEZIONE DEI BENI CULTURALI IN AREA DI CRISI

Mariarosaria Ruggiero Maniscalco

Fabio Maniscalco è noto soprattutto per il suo impegno nel campo della salvaguardia dei beni culturali nelle aree a rischio e di conflitto [… e] poté sostenere che la distruzione culturale è un’arma di guerra sottovalutata, ma efficace e ampiamente praticata, aprendo fronti di studi inesplorati.

Intese la cancellazione della memoria come cancellazione di una comunità stessa, della sua identità e dignità; interpretò la distruzione del patrimonio culturale di un popolo non come conseguenza di una pulizia etnica, ma come uno dei suoi germi più biechi. Indagò, fece nascere e collazionò studi isolati e spesso ignorati sull’argomento, offrendo una panoramica di ampio respiro, maggiormente intelligibile. Si occupò delle problematiche del patrimonio culturale ad ampio raggio: dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale alla situazione balcanica, dalla distruzione dei resti archeologici di Cipro ai danni ai beni culturali dell’Iraq, della Palestina e della striscia di Gaza, toccando aree martoriate come l’Afghanistan, l’Algeria, il Libano, la Valle di Kathmandu, i templi di Lhasa. […]

Analizzò anche i rischi derivanti dalla spoliazione del patrimonio culturale nazionale e mondiale operata dal mercato clandestino, dalle archeomafie, dai furti e saccheggi connessi a fatti storici di maggiore portata: nelle città italiane, a Napoli in particolar modo, instaurando una fitta collaborazione con il Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri e col generale Roberto Conforti, col quale strinse un rapporto di stimata collaborazione. Per aree più lontane come il Mali e la Nigeria, quest’ultima martoriata dall’alternarsi di colpi di stato e di conflitti interni, ravvisò nell’esportazione illecita di beni culturali una delle principali cause della dispersione del patrimonio archeologico e demo-etno-antropologico. Gli ultimi due volumi della collana monografica da lui ideata e diretta, dedicati alla Palestina e agli interventi a salvaguardia dei beni culturali nelle aree a rischio bellico, presentano una stretta correlazione e sono emblematici dell’idea che Fabio aveva di tutela del patrimonio culturale di un popolo. Si tratta in entrambi i casi delle prime pubblicazioni scientifiche interamente dedicate al tema della tutela e della conservazione nei territori a rischio bellico e in quello palestinese in particolare. Da un lato egli sottolineava la necessità di una approfondita conoscenza delle sopravvivenze storico-culturali, dall’altro era presentata l’idea forte, innovativa, che la tutela debba intendersi come salvaguardia attiva, svolta sul territorio durante le fasi di un conflitto, messa in atto possibilmente dalle stesse parti interessate, addirittura prima del conflitto. Insomma insegnava a predisporre una coscienza della preservazione dal danno derivante dallo stato di emergenza. […]

La sua missione fu costantemente rivolta a scongiurare la damnatio memoriae, in primo luogo attraverso la conoscenza e l’attuazione della Convenzione dell’Aja del 1954. Come egli ricordò in più occasioni, Israele ratificò la Convenzione nel 1957, ma poiché l’Autorità palestinese non aveva l’arbitrio di ratificare gli accordi internazionali la Convenzione era valida solo su determinate aree previste (B e C) dall’accordo di Oslo (1993) e dal Protocollo di Hebron. Israele, dunque, ha attuato a più riprese distruzioni di interi quartieri. Ma anche nelle aree previste dagli accordi è facile immaginare che le disposizioni convenzionali furono e sono puntualmente ignorate o disattese.

Da qui l’idea di apporre il simbolo di protezione dei beni culturali, lo Scudo Blu, sugli edifici storici di Nablus e di Hebron con due finalità: quella per cui nacque istituzionalmente, e cioè segnalare la presenza di un monumento di interesse storico agli eserciti e al personale presente sul territorio durante il conflitto; l’altra, favorire l’agnizione della memoria storica da parte della popolazione e dell’Autorità palestinese. Insomma Fabio metteva di fronte alle responsabilità non solo lo Stato occupante, ma anche le autorità civili e culturali, quali le Università e i centri di ricerca. […]

Fabio era certo che solo l’educazione a sentire come un patrimonio comune l’espressione culturale dell’altro, anche del nemico, è la chiave per proteggere il patrimonio culturale mondiale che soffre di saccheggi e distruzioni, di snaturamenti e deturpazioni causati non solo dalla guerra, ma anche dagli interventi ricostruttivi del dopoguerra, oltre che da terremoti e disastri naturali. L’operato dell’Osservatorio fu guidato dall’esigenza di una regolamentazione della materia di tutela dei diritti umani e della difesa della cultura, dalla necessità di una divulgazione, applicazione e, ove necessario, di una revisione della legislazione; Fabio fu in più occasioni critico anche sull’operato dell’ONU, che ha in più di una circostanza dimostrato di essere subordinata alle grandi potenze mondiali, e dell’UNESCO che non sempre è stata in grado di gestire le situazioni di crisi in maniera del tutto autonoma e indipendente.

Aggiornamenti e link

Qualche tempo dopo questo articoletto, sull’onda delle vicende dell’ISIS e in occasione dell’uscita di un libro tra il biografico ed il romanzato (‘Oro dentro. Un archeologo in trincea’ di L. Sudiro e G. Rispoli), si è tornati a parlare del Nostro.

F. Maniscalco, “Sarajevo” (da Google Books):

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28 2015 Apr

Ecco i 70 siti archeologici vietati ai turisti

«A me sta Fontana de Anna Perenne non mi risulta che esista». È la sconfortante risposta di un centralinista del numero della Sopraintendenza al quale abbiamo chiesto informazioni per visitare la Fonte di Anna Perenna, uno dei 70 e più siti archeologici “minori” della Capitale, che non possono essere visitati. Un patrimonio unico al mondo di cui milioni di visitatori, italiani e stranieri, non possono godere a causa della cronica malagestione del tesoro nascosto nella Citta eterna. Lavori interminabili, restauri mai iniziati, consolidamenti mai portati a termine, ma soprattutto la profonda ignoranza di chi è pagato per dare informazioni e davanti alla lingua straniera è costretto a riattaccare per la vergogna di non saper rispondere. Il Tempo ha mappato, in maniera certosina, i siti archeologici della Capitale chiusi al pubblico oppure visitabili solo su prenotazione. Si tratta di monumenti che non rientrano tra le aree turistiche più visitate come il Colosseo. Attraverso estenuanti chiacchierate telefoniche con i centralinisti preposti alle prenotazioni, Il Tempo ha scoperto che due siti archeologici su tre della Capitale, non sono visitabili. Le telefonate, registrate, raccontano scuse e ancora scuse: dalla mancanza di custodi fino «all’area ancora in allestimento», passando per il «non sappiamo di cosa state parlando». E quando in rari casi viene data la disponibilità per una visita guidata, i tempi di attesa possono raggiungere addirittura i tre mesi. Dall’Antiquarium Forense a quello Comunale, dai Templi del Foro Olitorio passando per l’area di Sant’Omobono, fino al tristemente famoso Mausoleo di Augusto. La lista completa, lunghissima, potete scorrerla nella mappa che pubblichiamo in questa pagina. Ma anche Colosseo e Fori possono riservare al turista sprovveduto, amare sorprese. Pagando l’ingresso, infatti, non si accede a tutte le aree del sito e per poterne godere occorre aggiungere un supplemento, a seconda dell’area che si vuole visitare. Questa improbabile “caccia al tesoro” dimostra che Roma Capitale e ministero dei Beni Culturali non sono all’altezza della Città eterna che, per giunta, a breve ospiterà il Giubileo di Papa Francesco. Ascoltate sul sito internet de Il Tempo le telefonate al call center e ci darete ragione [audio delle telefonate ai call center 1 – 2 – 3].

Alessio Buzzelli e Francesca Pizzolante

Fonte: http://www.iltempo.it/roma-capitale/2015/04/27/ecco-i-70-siti-archeologici-vietati-ai-turisti-1.1408903

La replica della Soprintendenza.

«Un numero verde anti-figuracce»

Le fantozziane telefonate al call center del Comune (060608) pubblicate ieri su «Il Tempo» che documentavano i tentativi falliti di prenotare visite ad alcuni siti archeologici (dalle scuse per non saper parlare inglese alle false indicazioni su un sito chiuso che invece era aperto) corredate poi dal nutrito elenco di monumenti chiusi al pubblico, hanno destato malumori alla Soprintendenza dei Beni Archeologici di Roma. Difronte alla situazione catastrofica le rimostranze sono state risibili: «sbagliato» telefonare al call center del Comune, e aver fatto «confusione» tra la Soprintendenza Statale e la Sovrintendenza Capitolina. Una «v» o una «p» di troppo rispetto allo scoop de Il Tempo che ha trovato 70 siti archeologici vietati ai turisti e ai cittadini. Il Soprintendente ai Beni archeologici di Roma Francesco Prosperetti si arrampica sugli specchi. Spiega che i siti «statali» chiusi nell’elenco erano soltanto tre e che altri tre erano chiusi ma prenotabili. Poi, alla fine, si arrende, ammettendo che le disfunzioni ci sono e sono gravi per la Capitale dell’archeologia mondiale.

Fonte: http://www.iltempo.it/roma-capitale/2015/04/28/ecco-la-replica-del-soprintendente-dopo-lo-scoop-sui-siti-dimenticati-un-numero-verde-anti-figuracce-1.1409216

 

Mappa dei 70 siti non visitabili (purtroppo non sono riuscito a trovare un’immagine a più alta risoluzione, ndS)

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3 2014 Set

I musei, la gente, e la rivoluzione attesa della cultura

Gli intellettuali “educatori” non hanno mai cambiato il mondo. Forse neppure migliorato. Quelli che vogliono educare il mondo, in genere, svaniscono nell’irrilevanza. Il mondo prende le sue strade, giuste o sbagliate che siano, e non si fa educare da nessuno. Se non da sé stesso.

Quest’apertura dal tono definitivo si addice ai beni culturali e all’eterno problema di come, pur ritenuti importanti, fondamentali, anzi essenziali, siano poi lasciati al decadimento, a una vita grama, senza (quasi) nessuna produzione di valore.

Possibile che tutto il danno stia nella mancanza di fondi? Pompei ha avuto una marea di soldi, la cui maggioranza è stata o spesa male o non spesa (e tuttavia i responsabili della programmazione, da cui dipende Pompei, sono sempre gli stessi…). Possibile che la decadenza dei beni culturali sia dovuta al mondo esterno, che non è sensibile, non dà risorse, e non dedica loro abbastanza attenzione? Non ci dobbiamo accontentare. Ci dev’essere dell’altro.

Un problema è già nel nome. Il concetto di beni culturali ha un significato limitato rispetto a quello di cultura. E il linguaggio tradisce sempre verità scomode. La missione di un programma pubblico nella cultura è promuovere la capacità d’inventare, di creare, di esprimere liberamente il talento; di favorire la creazione di opere nei vari campi dell’arte e di far in modo che la cultura raggiuga il più gran numero di persone, se non di tutti. Insomma, migliorare la vita della nazione, mettendoci sempre più bellezza.

Poi, anche il fine della bellezza non è (tanto) la sua ammirazione esteriore. È quando entra nel nostro mondo interiore, che ci cambia davvero. La cultura non è frequentare un museo (lo è anche, naturalmente), è crescere personalmente nella coscienza delle cose, e Shakespeare fa capire le vicende umane più di chiunque, così come Dante ci fa sentire vicini al senso del bene e del male, più di ogni altro. La lista è lunga e ognuno ha la sua. La cultura è questo: la consapevolezza che cresce dentro di noi. Capire come si sta al mondo, che vita scegliamo di avere, come sentire gli altri vicini, uniti dalla comune umanità.

Nella concezione imperante, la cultura diventa e s’identifica con i “beni culturali”, con l’eredità materiale da tutelare. Un conservare per l’umanità. E se il presente potesse scomparire, sarebbe anche meglio. Come i Faraoni che mettevano nelle loro tombe le cose più care per averle con sé per l’eternità, così pensiamo che il ruolo della nostra generazione sia preservare i “beni” per quelle future, dimenticandoci del presente, dimenticando che servono anche a noi. Come sono serviti alla generazione che li ha generati. Ogni “bene culturale” è sedimentazione di vita, della comunità che l’ha usato, di storia che si è svolta intorno a loro e insieme a loro, senza nessuna “autorizzazione”. Tutelare è una qualità indispensabile, farsene imprigionare, no. L’idea che il “bene culturale” sia da isolare, immobilizzare, da rendere indisponibile, forse è solo un’idea italiana, forse è solo della generazione che ha governato questo mondo. Altrove non se ne trova traccia.

Non è perciò strano che chi sente la propria missione esclusiva nella conservazione dei beni, poi impronti sé stesso al massimo del conservatorismo. L’oggetto del lavoro, diventa il soggetto dell’identità. Almeno fossero ben conservati, ma purtroppo non è così. I crolli c’erano anche quando non c’era la spending review. È evidente che conservare è una condizione necessaria ma non sufficiente, per creare un mondo più ambizioso, rispetto alla “cura e tutela”.

C’è un altro infido luogo comune che bisogna debellare: il rapporto tra i soldi e la cultura. È convinzione generale che occorre creare valore dai beni culturali, insomma ricavarci qualche soldo in più, rispetto al poco di oggi. Allora qui parte un braccio di ferro insensato: i sovrintendenti-conservatori, quelli della cura e tutela, si lanciano con veemenza contro la “mercificazione”. Contro il potere demoniaco dei soldi (cui loro per definizione sono indifferenti), che piegherebbe la bellezza dell’arte alla meschina servitù del denaro. S’instaura perciò un’equazione corriva: più “valorizziamo” i beni culturali, meno potremo tutelarli e curarli. Quanto sia insensata questa equazione lo capisce chiunque, e tuttavia è quella con cui più facilmente si fa breccia nell’opinione pubblica. È un po’ come dire che la vita è una minaccia per la morte. Per altro, i buoni musei nel mondo vivono dei soldi pubblici, delle entrate proprie e dei soldi della comunità civile. Senza quest’ultimo aiuto è difficile far quadrare i conti.

E la minaccia più grande, secondo questi conservatori, sembrano le persone. Troppi turisti, che in quest’accezione non sono considerati come persone, come se il loro essere turisti li trasformi, con un maleficio oscuro, in primitivi minacciosi. Poi, non si capisce perché “tutti questi turisti” quando vanno al Metropolitan Museum di New York, e ci vanno in numero enormemente superiore che da noi, nessuno avverta minacce e danni, ma si assiste solo a gioia e vita. Il Metropolitan ha grande ospitalità, charme e vita mondana, ma anche una produzione scientifica notevole e ogni anno sforna studi, ricerche, papers di ogni tipo. Da noi l’ospitalità è spesso ostilità, mentre la produzione culturale è minima. Solo in rari casi si redigono relazioni sulle attività svolte, sull’uso delle risorse, sull’organizzazione dell’offerta, sui visitatori. Non è un problema genetico, perché i nostri storici dell’arte li ritroviamo in posti di responsabilità… all’estero. È un problema di come il personale è selezionato, di come fa carriera, e di come (si è impedito) il suo ricambio. Pareto direbbe che il sistema è chiuso e le nuove élite non hanno spazio, perciò, invece di esplodere, vanno altrove.

La verità è che i conservatori potendo, non vorrebbero troppa gente. O almeno, li vorrebbero a condizione di poterli “educare”. Entrarci però con la loro cultura pop, con il grado d’interesse che liberamente scelgono di avere, magari sorvolando sul quadro “fondamentale”, per dedicarsi a quello famoso, questo no, a loro non è concesso. La lezione di Warhol non è ancora acquisita. Quando un museo è senza visitatori, è un fallimento. Se poi la presenza della gente procura anche, come dovrebbe, entrate economiche, moneta di corso corrente, non è male per nessuno. Perciò, contrapporre la tutela alla presenza della gente e all’incasso di denaro, non ha senso.

E qui si arriva a un punto nodale, ora che i maggiori musei italiani hanno un’autonomia molto ampia. Diventerà ciascuno il luogo più importante e identitario della città? Nel mondo anglosassone gli stakeholders dei “beni culturali”, sono i cittadini, le istituzioni locali, le persone fisiche, persino le famiglie, oltre alle imprese e alle fondazioni benefiche. Ciascuno nel suo, ciascuno nella forma voluta e prevista (praticamente con una gamma infinita di possibilità) può dare il suo contributo: può finanziare, può utilizzare, può partecipare al suo governo, può avere gratificazione, dal nome inciso da qualche parte, all’intestazione di interi padiglioni. I musei producono vita e vivono della vita di ciascun soggetto. Sono patrimonio di tutti e devono parlare a tutti. Prendere un aperitivo serve alla causa, come sponsorizzare una mostra, o un restauro. Sono praterie da riempire e non riserve da preservare. Sono in sintonia con le pulsioni delle città, non luoghi asettici, improntati alla retorica del bello senza conseguenze.

Sono importanti, perché importano a tutti. E ognuno ha il suo mattoncino da aggiungere, avendo anche qualche gratificazione, perché siamo umani, non di marmo. Metterci vita nei musei, significa restituirli alla responsabilità delle comunità, non separarli. Dove è successo, c’è una grande lezione per gli “educatori”.

 

Fonte: http://www.huffingtonpost.it/antonio-preiti/musei-gente-rivoluzione-cultura_b_5747716.html?utm_hp_ref=tw

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16 2014 Ago

Con lo 0,2 % la cultura muore

“CARI ITALIANI, CON LO 0,2 % LA VOSTRA CULTURA MUORE”
Alain Le Roy, Ambasciatore di Francia in Italia (2012-2014)

“L’Italia non deve disperarsi. È ancora la seconda potenza manifatturiera in Europa, dove ci sono problemi per tutti. Noi francesi per esempio condividiamo con gli italiani il rimpianto per le riforme strutturali non fatte quando sarebbero state meno costose, prima della crisi. La Germania le ha realizzate dieci anni fa quando c’erano più margini di manovra. Adesso anche noi soffriamo. Il governo francese ha dovuto varare un taglio della spesa pubblica di 50 miliardi di euro da qui al 2017″. Alain Le Roy sta per lasciare il principesco ufficio romano di Palazzo Farnese al termine dei tre anni di mandato come ambasciatore della Francia. Con la felpata e diplomatica attenzione che ha dedicato alla crisi economica e politica italiana, una cosa non è riuscito a capire: perché l’Italia, il Paese che ha di gran lunga il più ricco patrimonio artistico al mondo, spende così poco per la cultura.

Lei saprà che l’Italia ha avuto un importante ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che ha teorizzato che “con la cultura non si mangia”?
Ho saputo. Ma non credo che sia questa l’idea prevalente nel vostro Paese. Ho parlato con molti politici di ogni orientamento, e tutti mi hanno dato la stessa risposta: è giusto, ma in questo momento non abbiamo risorse in più da investire sulla cultura.
Siamo davvero così indietro?
L’Italia spende per la cultura lo 0,2 per cento del bilancio dello Stato, la Francia l’I per cento. Cinque volte tanto. È così da sempre. Il livello di investimento francese è questo dai tempi di François Mitterrand, quello italiano è così basso da sempre, responsabilità dei governi di ogni colore politico.
Come si fa a mangiare con la cultura?
In primo luogo sono soldi spesi bene perché servono a educare i giovani. Le faccio un esempio: il museo del Louvre ha aperto recentemente una sezione dedicata all’arte islamica, anche grazie a importanti contributi finanziari di diversi Paesi arabi. Sicuramente questa iniziativa diffonderà in Francia la comprensione della ricchezza culturale di quel mondo. In secondo luogo, la cultura può essere un motore della crescita e oggi in Francia possiamo constatare che l’industria culturale da più posti di lavoro dell’industria dell’auto. Questo avviene grazie alla spesa statale nel settore. Per questo penso che lo scarso livello di spesa dell’Italia, in questo scenario di crisi economica e disoccupazione, si traduca in un’occasione persa, in un tesoro buttato.
Lei parla di industria culturale, ma l’Italia ha il problema di tenere aperti i musei e fermare lo sfacelo di Pompei.
È vero. Non sarà un caso che da noi il ministero, fondato nel 1959 dallo scrittore André Malraux, si chiama “della Cultura”, da voi “dei Beni culturali”. Il bilancio del ministero francese, pari a 7,2 miliardi di euro, è destinato per 2,7 miliardi alla cultura in senso stretto (monumenti, musei…) e per 4,5 miliardi alla lettura, ai media e all’industria culturale. Lo Stato per esempio sostiene molto il cinema, che oggi vanta un primato in Europa. Devo dire che forse in questo settore la Francia è aiutata dalla struttura più centralizzata dello Stato.
Non avete le regioni e avete una radicata tradizione statalista.
Soprattutto c’è l’idea che la politica culturale è un pilastro decisivo dell’azione dello Stato. Pensi al fatto che abbiamo da trent’anni la legge sul prezzo unico del libro, introdotta dal ministro Jack Lang, che vietando sconti superiori al 5 per cento sui libri ha salvato molte piccole librerie nei centri storici. E pensi che il Louvre ha potuto aprire un vero e proprio museo distaccato a Lens, ex cittadina mineraria del nord flagellata dalla disoccupazione giovanile. Gli effetti positivi sull’economia della zona sono stati immediati.
In questi tre anni non ha visto niente di simile?
Sicuramente l’esempio di Torino è importante. La città ha cambiato identità, da capitale industriale è diventata anche un polo di attrazione culturale, molti più turisti francesi hanno cominciato ad andarci. È un fatto locale, dovuto a buoni sindaci come Sergio Chiamparino prima e Piero Fassino adesso.
Chi glielo dice al governo italiano, mentre deve fronteggiare il mantra europeo dell’austerità, di trovare un po’ di miliardi di euro da spendere in musei, restauri e sostegno al cinema?
Capisco che il momento è difficile, e lo è per tutti in Europa. Però noto che in Francia la crisi economica sta colpendo duramente, eppure mai nessuno ha introdotto nel dibattito pubblico l’idea di tagliare i fondi alla cultura.
La soluzione che va per la maggiore in Italia è quella di delegare ai privati manutenzione e sfruttamento economico dei beni culturali.
Non è tra le soluzioni prese in considerazione dal governo francese. Il Louvre, per esempio, nessuno ha mai pensato di privatizzarlo. Accoglie ogni anno circa 10 milioni di visitatori, ma ben il 40 per cento dei suoi ricavi vengono dai privati, sotto forma di contributi e donazioni. Quando il sistema funziona, aziende e fondazioni private sono incoraggiate a intervenire con i loro contributi. Naturalmente questo anche grazie a meccanismi di sconto fiscale, una strada sulla quale il ministro Dario Franceschini lavora nella stessa direzione.
Con tutte queste differenze (spesa alta contro spesa bassa, centralismo contro autonomie locali) la collaborazione tra i due governi risulta complicata?
Le cooperazioni culturali sono fitte e funzionano bene. E devo dire che quando ci sono state da fare importanti battaglie internazionali la Francia ha sempre trovato l’Italia al suo fianco. Insieme abbiamo difeso il progetto Erasmus. E quando abbiamo sostenuto il principio di quella che noi chiamiamo exception culturelle, cioè l’esclusione dei prodotti culturali dal trattato di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, per difendere il mercato interno, i governi Monti prima e Letta poi ci hanno seguito. E abbiamo vinto.

 

di Giorgio Meletti, Il Fatto Quotidiano 8 agosto 2014

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11 2014 Ago

Il dovere di salvare le coste

IL DOVERE DI SALVARE LE COSTE
di Mario Tozzi, La Stampa 11 agosto 2014

I recenti dati sullo stato delle coste italiane sono terribili. Probabilmente nessun Paese, con uno sviluppo costiero così cospicuo (quasi 8000 km), ha maltrattato e distrutto il fulcro del suo patrimonio turistico.

E lo ha fatto con una perseveranza che non trova riscontro neppure in Grecia o in Spagna, e che non si ferma nemmeno davanti ai ripetuti allarmi per l’eccessivo consumo di suolo lanciati negli ultimi anni. In Italia l’occupazione delle coste è al 60% contro una media mediterranea del 40%, ma raggiunge vette dell’85% nel Lazio; in Liguria solo 19 km di coste su 135 sono liberi dal cemento, in Emilia Romagna 24 su 104. Il tutto aggravato da una feroce erosione delle coste che le ha ridotte del 40% negli ultimi decenni; erosione che trova la sua ragione nella moltitudine di dighe e cave lungo il corso dei fiumi che così non possono ripascere le spiagge.

Con le spiagge ce la siamo presa particolarmente: su circa 3500 km, quasi 1000 sono occupati dagli stabilimenti ufficiali, poi bisogna aggiungere campeggi, villaggi turistici, infrastrutture varie e le opere residenziali (molte abusive), arrivando a circa una buona metà del demanio marittimo occupato per usi privati. Solo il 29% delle coste italiane (circa 2200 ettari) è libero da insediamenti e integro. Quasi il 60% è invece stato già fatto oggetto di occupazione intensiva che ha comunque sempre comportato almeno la cancellazione della duna e della macchia. Come se non bastasse, il restante 11% è in via di occupazione.

Una volta la grande bellezza italica era anche il mare, ma negli ultimi 25 anni le nostre coste si sono sostanzialmente trasformate in aree urbane. Se aggiungiamo che siamo il paese più caro del Mediterraneo, per quale ragione i turisti stranieri dovrebbero venire, e soprattutto tornare, al mare da noi? E’ vero, il patrimonio artistico, storico e monumentale dell’ex Belpaese è ancora attraente, ma è sommerso dalla grande bruttezza di periferie inguardabili o assediato da costruzioni moderne nemmeno completate. Il valore di contesto, quello che rendeva unico un paese in cui, passeggiando in riva al mare, trovavi il teatro greco o il porto romano, le tagliate etrusche e i villaggi padani, è sfregiato orribilmente. Soprattutto è l’ambiente a essere stato impoverito e distrutto, così la qualità dei soggiorni, soprattutto dei turisti nord-europei è scaduta e ci lasciano a favore delle mete tradizionali (Grecia, Croazia e Spagna) o di quelle nuove (Cina e Sudest asiatico). Perché dovrebbero cercare una natura che non esiste più in Calabria o in Sicilia quando in Thailandia o Indonesia è ancora in gran parte intatta, costa molto meno e viene offerta con una ospitalità che noi abbiamo dimenticato? Forse fra dieci anni anche questi luoghi saranno ricoperti di costruzioni, ma questo è il nodo cruciale del turismo mondiale, la legge non scritta per cui, quando l’infrastrutturazione supera un certo limite, allora il godimento si abbassa in maniera intollerabile e arrivano le infiltrazioni malavitose. E la costa perduta è perduta per sempre.

Se vogliamo conservare e potenziare il motore economico del nostro sistema turistico estivo, abbiamo davanti una strada obbligata, che serve anche a tutelare natura e ricchezza della vita. Portare a 1000 metri dal mare il divieto di costruire (oggi è di 300) e applicare una moratoria di almeno cinque anni alle nuove costruzioni. Le coste sono i nostri gioielli di famiglia esattamente come i monumenti, per via di un legame fra cultura e natura che è da noi più stretto che altrove. Il nostro patrimonio non è tanto la somma dei monumenti, ma il contesto: quello che rende(va) unico in tutto il mondo un Paese che dovrebbe ancora porre a perno della propria identità nazionale e della propria memoria collettiva i valori culturali e naturalistici.

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10 2014 Ago

Kaulon, tesoro a rischio

Regione Calabria: “La tutela? Non è nostra competenza
L’ex colonia greca, oggi parco archeologico, è salva grazie a collette, opere di volontariato e i contributi occasionali delle istituzioni. Due mareggiate hanno eroso parte del tempio dorico. L’archeologo: “Se non si trovano soldi per salvaguardare l’area, bisogna coprire tutto entro l’inverno”

C’è un tesoro dimenticato nel profondo Sud Italia. È il parco archeologico di Kaulon, sul litorale di Monasterace, in provincia di Reggio Calabria, che rischia di essere risucchiato dalle onde del Mar Ionio per colpa dell’inettitudine politica. Lo scorso inverno due mareggiate hanno eroso la duna di sabbia che separa la polis greca dalla battigia provocando il crollo delle mura e degli altari del tempio dorico e della parte orientale dell’antico abitato.

Solo nell’emergenza il sito attira l’attenzione dei piani alti e qualche investimento straordinario. Come i 300 mila euro stanziati il 2 febbraio dal ministero dei Beni culturali per un piano di salvataggio dell’area. Ma “questi soldi potrebbero non essere sufficienti per la messa in sicurezza di tutta l’area lunga la costa”, avverte Maria Teresa Iannelli, direttrice della Sovrintendenza archeologica della Calabria. In questo momento sono all’opera i geologi per misurare la resistenza della sabbia e nei prossimi mesi è prevista la costruzione di una barriera di protezione. “Dopo la prima mareggiata la Provincia aveva stanziato 60 mila euro per realizzare una palizzata di pietre, che però non è servita ad arginare l’acqua sui lati durante la seconda burrasca – spiega Iannelli -. Oltre alla barriera esterna, ne servirebbe anche una subacquea per spezzare la forza del mare”.

L’ex colonia greca di Kaulon, scoperta nel 1911 dall’archeologo Paolo Orsi, è salva grazie a collette, opere di volontariato e i contributi occasionali delle istituzioni. “Fare gli scavi conta poco se non possono essere conservati nel futuro”, sottolinea Francesco Cuteri, 51 anni, l’archeologo che dal 1998 dirige gli scavi nel sito e nel 2013 ha portato alla luce il più grande mosaico di epoca ellenistica nella Magna Grecia, di 30 metri quadrati, raffigurante un corteo marino sulla pavimentazione della sala termale. Un anno prima nella Casamatta ne era stato ritrovato un altro, di 25 metri quadrati, con l’immagine di un enorme drago contornato da un rosone e motivi floreali. L’attiva di scavo si riduce a due mesi l’anno, luglio e agosto, e viene svolta gratuitamente dal team di Cuteri e dagli studenti dell’Università di Pisa e Firenze (vitto e alloggio almeno sono a carico del Comune di Monasterace e della Sovrintendenza dei beni culturali). L’ultimo restauro fatto risale al 2008.

“Il tempio però non siamo mai stati in grado di ristrutturarlo”, denuncia la direttrice della Sovrintendenza. Poi il grido di aiuto dell’archeologo: “Se non si trovano soldi per salvaguardare l’area, bisogna coprire tutto entro l’inverno”. Nel 2012, 44 studenti dell’Istituto comprensivo “Amerigo Vespucci” di Vibo Valentia hanno lanciato la campagna “Adotta il drago”, promossa sul portale web del Miur, per raccogliere i fondi destinati al recupero del mosaico del drago, che altrimenti sarebbe rimasto interrato. “Alunni, genitori e insegnanti della scuola hanno donato cinque mila euro, spesi in parte l’anno scorso per acquistare gli attrezzi e quest’anno per pagare il vitto agli archeologi – comunica la dirigente scolastica, Maria Salvia – Finora sul conto corrente della scuola c’è stato un solo versamento esterno, di 10 euro, da parte di un bambino di sette anni, che vive in Puglia e ha costretto il padre ad andare alle Poste per salvare il drago”.

La campagna “Adotta il drago” si inserisce nel progetto regionale “Calabria Jones”, che ha l’obiettivo di fare conoscere ai bambini i siti archeologici sul territorio. “Viviamo in una città con un alto tasso di criminalità organizzata, nel nostro istituto tanti studenti hanno i genitori in carcere – commenta la dirigente -. Attraverso iniziative del genere facciamo vedere ai ragazzi che ci sono alternative al degrado”. Ma una colletta scolastica non può bastare a risollevare un pezzo del patrimonio culturale italiano. La manutenzione dell’area non è in programma. Il taglio di erbacce e sterpaglie avviene una volta all’anno verso la metà di giugno. Per il resto la pulizia è affidata alla buona volontà dei cittadini di due associazioni, “Ereticamente” e “Orme del parco”, che da due anni organizzano la giornata “Ambientiamoci” per ripulire il luogo.

“Il cittadino deve smettere di essere spettatore passivo – chiosa Nuccio Cantelmi curatore del blog Ereticamente -. Dopo esserci occupati di salvaguardare il bosco dell’Archiforo di Serra San Bruno abbiamo deciso di accendere i riflettori su Monasterace perché rischia di scomparire per sempre e c’è veramente poco tempo per correre ai ripari”. “Il tempo delle deleghe in bianco è finito – dice invece Massimiliano Capalbo, amministratore di Orme nel Parco-. Ci sono alcune scelte strategiche che vanno compiute per il bene di questo territorio e noi vigileremo perché ciò avvenga. Non è importante chi andrà al governo di questa regione nel prossimo autunno, l’argomento ci appassiona poco. A chiunque andrà metteremo fiato sul collo”.

La Regione Calabria, interpellata, si difende dicendo che “la salvaguardia e la tutela di Kaulon non rientra nelle sue competenze” e che al massimo “può valorizzare” quello che già esiste. Allora perché non far pagare il biglietto ai visitatori? Solo nel 2013 sono passati di lì 4639 turisti senza versare un centesimo.

 

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/10/kaulon-tesoro-archeologico-a-rischio-regione-calabria-la-tutela-non-e-nostra-competenza/1069809/

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10 2014 Ago

Se troppo successo fa male al museo

Se troppo successo fa male al museo
di Salvatore Settis
30 Luglio 2014 LA REPUBBLICA


Sterminate folle premono sui musei, sulle città d’arte. Miliardi di cinesi, indiani, giapponesi, russi che paiono dietro l’angolo disegnano nuove frontiere non della cultura ma della cupidigia di nuovi introiti.

Il turismo mordi-e-fuggi genera l’arte usa-e-getta (il 75% dei turisti che vanno a Venezia si fermano meno di un giorno lasciandovi chili di detriti).

La neomania dei selfie, sdoganati come performance individualista, inonda il web di fotoricordo che certificano non la curiosità culturale ma la presenza rituale del turista. Non archiviano il ricordo, sostituiscono lo sguardo: perciò la loro quantità è più importante della qualità. La visita a un museo somiglia più a una simulazione che all’esperienza di un tempo, l’incontro di una persona (il visitatore di oggi) con un’altra (Giotto, Caravaggio, Rembrandt). Perciò in un libro recente (2010) Steven Conn si domanda sin dal titolo se i musei hanno ancora bisogno di oggetti (Do Museums still need Objects?). Secondo lui, via via che diminuisce la fiducia nel potere degli oggetti di trasmettere conoscenza diminuiscono di numero gli oggetti esposti nei musei, crescono gli apparati tecnologici e le appropriazioni fotografiche. Il nuovo rituale turistico sostituisce la tecnologia alla storia, la rappresentazione virtuale alla realtà.

Le immagini su un cellulare acquistano un grado di verità e un’intensità di esperienza che non si accontentano di essere equivalenti al contatto con «la cosa vera», vogliono essere superiori ad esso. Consentono manipolazioni (ingrandire un dettaglio), archiviazione di impressioni momentanee, scambi di opinioni via Facebook. L’oggetto d’arte diventa il mero innesco di un processo sensoriale che si svolge prevalentemente altrove. Davanti alla Gioconda, il 20% dell’esperienza (diciamo) è quella del quadro nell’affollatissima sala del Louvre; ma l’80% ha luogo nello smartphone, nell’i-Pad, in un labirinto di modalità interattive che consentono inedite forme di appropriazione. Secondo Conn, la storia (la “cosa vera”) sta diventando noiosa, la tecnologia la rivitalizza; la realtà virtuale è superiore alla realtà tangibile, l’illusione prende il posto della riflessione, la duplicazione spodesta l’unicità dell’originale. L’irriducibile diversità del passato si diluisce e si annienta in un gratuito bricolage. Viene in mente Baudrillard: «Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; la verità è il simulacro, e nasconde che non c’è alcuna verità. Solo il simulacro è vero».

Le folle che si accalcano davanti alla Gioconda e ignorano i Leonardo della sala lì accanto e l’accanimento fotografico che sostituisce lo sguardo sono fratelli: due declinazioni della fretta, di una concezione del museo come esperienza di consumo, di una stessa rinuncia alla riflessione. Vi sono rimedi? Il Louvre ci sta provando a Lens, città mineraria in gran decadenza, dove un “secondo Louvre” è stato aperto con gran successo un anno fa, e ha già avuto più di un milione di visitatori, rianimando un’area di scarsa attrattività. Scegliendo oggetti della collezione e disponendoli in ordine cronologico (ma mescolando le opere d’arte dei vari dipartimenti), sia lo staff del museo che i visitatori sono invitati a riflettere sulla consistenza e sulla storia delle collezioni; collocando a Lens una bellissima mostra sui Disastri della guerra che ricorda l’anniversario 1914-2014, una parte cospicua di visitatori è attratta altrove, e moltiplica le potenzialità di quel grande museo. Se arrestare la valanga di selfie pare difficile, sarà possibile diffondere una cultura della lentezza che nell’osservazione dell’opera d’arte veda un’occasione di riflessione e di crescita civile? È immaginabile mettere in rete i tour operator e indirizzare i flussi turistici non solo su poche destinazioni iconiche, ma sulla trama minuta dei monumenti, delle città, dei musei?

A queste domande nessuno si aspetta più risposte dirimenti dall’Italia, che pure è il Paese con la più nobile tradizione museografica, con le più antiche norme di tutela, prescritta dalla Costituzione nell’art. 9, sempre celebrato e mai pienamente attuato. Volgari approssimazioni vedono nell’arte delle nostre città e dei nostri musei un’occasione di business e non un’esperienza di vita; circola nei palazzi del potere la stolta ipotesi che un manager vale per principio più di uno storico dell’arte; si ipotizza di chiudere musei e siti archeologici con pochi visitatori, si ironizza sul fatto che gli Uffizi abbiano meno visitatori del Louvre (che è 30 volte più grande). E intanto è in fase di cottura una riforma del ministero dei Beni culturali innescata non (come sarebbe giusto) dalla voglia di investire sulla cultura, di assumere nuovo personale, di mettere l’Italia in prima fila in un discorso, quello sul rapporto fra arte e cittadinanza, che sarà fra i più importanti del nostro secolo; ma da una pretestuosa spending review , e cioè da ulteriori tagli che vanno ad aggiungersi a quelli perpetrati dal 2008 in poi da governi d’ogni colore. Ma la colpevole insistenza sul turismo come ragione ultima delle cure dovute al nostro patrimonio culturale trascura il solo punto essenziale: quel patrimonio non è dei turisti, ma dei cittadini; è “nostro” a titolo di sovranità (questo dice la Costituzione), è consustanziale al diritto di cittadinanza, serbatoio di energie morali per costruire il futuro. L’Italia ha su questo fronte un diritto di primogenitura, ma pare decisa a rinunciarvi.

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9 2014 Ago

La fine dell’archivio dei tesori pugliesi

DIMENTICATO NEL SEMINTERRATO FRA POLVERE E TOPI, LA FINE DELL’ARCHIVIO DEI TESORI PUGLIESI
Doveva essere digitalizzato, marcisce nell’ex convento di Santa Chiara occupato: compromessi disegni storici, rilievi architettonici della Soprintendenza dal valore inestimabile
di ANTONIO DI GIACOMO, La Repubblica-Bari 9 agosto 2014

La memoria a brandelli, fatta a pezzi dall’incuria. Stavolta è la storia dei beni culturali pugliesi a pagarne le spese, dimenticata com’è da chissà quanto tempo nel seminterrato dell’ex convento di Santa Chiara, dallo scorso 11 febbraio occupato da circa duecento migranti africani con lo status di rifugiati politici. Proprio pochi giorni fa l’architetto Emilia Pellegrino, responsabile unico del procedimento per il progetto di restauro di Santa Chiara e la musealizzazione del castello normanno svevo, aveva confidato non senza preoccupazione a Repubblica che “nel seminterrato c’è l’archivio dei disegni storici e dei rilievi della Soprintendenza ai Beni architettonici”.
Documenti preziosi, spiegava l’architetto, “come quelli che documentano il restauro della Cattedrale di Bari avvenuto nella prima metà del Novecento. Materiale cartaceo da preservare perché, sotto il profilo documentario, dal valore inestimabile e soprattutto non ancora digitalizzato”.

Oltre ogni pessimistica previsione, invece, la scoperta che Repubblica ha fatto dello stato in cui versa quello che ormai converrebbe chiamare “ex” archivio della Soprintendenza. Parole come degrado e abbandono, in effetti, sembrano eufemismi rispetto allo stato delle cose: basta attraversare un corridoio di ponteggi in legno, peraltro aperto a chiunque e piuttosto posticcio, e varcare così le soglie del seminterrato per prendere atto di una situazione disastrosa e in parte irrecuperabile.

Più che un archivio sembra di essere catapultati in una discarica dove, in luogo dei rifiuti, trovano posto disegni e rilievi architettonici e fotografie storiche dei beni culturali pugliesi, prima e dopo i loro restauri. E poi ancora: progetti e faldoni d’archivio che testimoniano gli interventi ai quali sono stati sottoposti i monumenti pugliesi fra castelli, chiese, palazzi storici, insediamenti rupestri e qualsiasi altro bene sia finito sotto tutela nelle province di Bari, Barletta-Adria-Trani e Foggia.

Ed è senza parole l’urbanista Dino Borri, presidente regionale del Fai, dinanzi allo spettacolo che gli si presenta dinanzi agli occhi. “Non capisco perché questa roba non sia stata trasferita all’archivio di stato provinciale” esordisce stupefatto: “Il contesto in cui sono stati abbandonati questi materiali è disastroso: umido, pieno di polveri, di aerosol marino che entra dalle finestre aperte e presumibilmente di topi che mangiano la carta, plastica e anche le foto. Si nutrono di questa roba. È un vero disastro: pochi mesi e quelle poche cose che ancora restano vanno in fumo. Bisogna salvare il salvabile e presto, sperando non accada quanto avvenne nel ’91 quando all’arrivo dei primi freddi gli albanesi nello stadio per potersi riscaldare fecero un falò dell’intero archivio comunale”.

Rispetto al materiale conservato, poi, secondo Borri si tratta di “un patrimonio documentario pubblico di estrema rilevanza perché qui ci sono le tracce di tutti i principali restauri avvenuti in Puglia intera fra chiese, palazzi, castelli. Ora non si capisce bene come siano finiti in questo stato. Chi ne sia stato il responsabile e quali possano essere le prospettive perché forse, e sottolineo forse, qualcosa si può ancora recuperare”.La circostanza, poi, che l’archivio giaccia nel seminterrato di un edificio oggi occupato è solo un dettaglio, a margine della vicenda.

“Non darei certo la colpa di questo scempio ai migranti, soprattutto perché – accusa Borri – questi faldoni e disegni non sono mica stati abbandonati qui in seguito all’occupazione di Santa Chiara. Fra l’altro qui è tutto aperto, alla mercé del primo che capita. È molto grave dunque aver lasciato l’archivio in questo spazio e bisognerebbe, ripeto, individuare le responsabilità, visto che l’impressione è che siano qui da diversi anni”.

Rispetto alle conseguenze di quest’abbandono e alla compromissione di disegni e rilievi “potrebbe essere stato pregiudicato pesantemente il restauro futuro di diversi tesori del nostro patrimonio culturale, visto che edifici di questa importanza durano nei secoli e periodicamente hanno bisogno di restauri. E ogni intervento successivo fonda sulle tracce del passato, sicché la distruzione di queste tracce compromette il restauro e la vita futura di un monumento. E non è rassicurante che alcuni di questi disegni possano essere copie, i rilievi e le fotografie sembrano non esserlo, ma gli originali potrebbero essere scomparsi negli studi professionali o perduti chissà dove in qualche altro archivio. I rilievi, in particolare, sono fondamentali prima di ogni restauro e per di più costosissimi: perderli è un danno sia per la tutela dei beni che per le casse dello Stato”.

Ma tant’è. A scendere nei sotterranei dell’archivio perduto insieme con Repubblica c’è anche lo storico dell’arte Maurizio Triggiani, docente di Tutela dei beni culturali nella sede jonica dell’Ateneo barese. “Questo luogo è una metafora di come anche la memoria possa essere dimenticata” suggerisce: “È un paradosso, ma credo sia utile per sottolineare come anche la memoria delle azioni di salvaguardia possa andare perduta”.

E come Borri anche Triggiani fruga fra i documenti accatastati al pari di rifiuti e coperti da una coltre di polvere se non accartocciati per l’umidità e le infiltrazioni d’acqua. “Si tratta di materiale preziosissimo non solo per gli studiosi ma – continua – anche per chi si occupa dei restauri. Ho sfogliato diversi disegni e, lo ammetto, ho avuto la tentazione di portare via di qui alcuni faldoni che contenevano i rilievi che l’architetto Angelo Ambrosi ha fatto chissà quanti anni fa per la chiesa di San Giorgio Martire e la planimetria di alcuni insediamenti rupestri come la chiesa della Caravella, solo per citare almeno un paio di luoghi noti qui a Bari. Ci ho rinunciato, naturalmente, perché confido che la Soprintendenza e la direzione regionale per i Beni culturali interverranno a tutela di questo patrimonio non appena saranno a conoscenza del disastro in atto”.

E se archivio perduto a parte resta in piedi l’urgenza di completare il restauro del complesso di Santa Chiara – deve essere compiuto entro il 30 giugno 2015 insieme con la musealizzazione del castello, pena la perdita dei fondi europei pari a 8 milioni di euro – Triggiani pone l’accento proprio sulla valenza architettonica e storica di quello che potrebbe essere ribattezzato sotterraneo della vergogna.

“Questo labirinto di cunicoli e arcate medievali è quanto rimane degli edifici conventuali di Santa Chiara che – ricorda – risalgono al XVI secolo. Secondo fonti storiche accreditate insisterebbero su insediamenti ben più antichi e, infatti, nel XIII secolo proprio in quest’area sorgeva la fondazione monastica di Santa Maria degli Alemanni, appartenuta insieme con l’ospedale ai cavalieri teutonici. Si parla, dunque, di un luogo degno della massima tutela, anche in ragione delle eventuali rinvenimenti e scoperte archeologiche che potrebbero avvenire in un futuro che mi auguro migliore per i beni culturali in questa città”.

Fonte: http://bari.repubblica.it/cronaca/2014/08/09/news/topi_ddd-93484609/

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8 2014 Ago

Online il portale Vincoli in rete sui beni culturali Architettonici e Archeologici

SiGECweb collabora a Vincoli in rete, piattaforma di cooperazione che integra le diverse applicazioni informatiche MiBACT che detengono dati sui beni architettonici, archeologici e paesaggistici. Da un punto di accesso unico, professionisti e cittadini possono reperire tutte le informazioni anagrafiche ed amministrative relative al patrimonio culturale immobile.

Vincoli in rete integra aree diverse che vanno dal censimento, alla catalogazione, alla vincolistica, alla georeferenziazione cartografica. Tutto ruota intorno all’identificazione univoca del bene basata sul numero di catalogo generale (NCT).

Vincoli in rete attualmente interopera con:

Carta del Rischio (www.cartadelrischio.it)
SiGECweb (www.sigecweb.beniculturali.it);
Beni tutelati (www.benitutelati.it);
SITAP (www.sitap.beniculturali.it);
il Geoportale nazionale (www.pcn.minambiente.it).
Sono presenti nel sistema circa 150.000 evidenze monumentali. La piattaforma offre agli uffici del MiBACT strumenti per la gestione cartografica dei dati relativi ai beni vincolati, per il loro aggiornamento e la loro integrazione, per il rilascio delle certificazioni. Ai cittadini offre strumenti di ricerca, navigazione, interrogazione, richieste amministrative verso la P.A.

Alla piattaforma di interoperabilità già realizzata per i beni immobili, si aggiungerà quella riferita ai beni mobili (opere d’arte e reperti archeologici). Dai dati contenuti in Carta del rischio e in SIGECweb si potrà estendere la cooperazione a tutti gli altri sistemi del MiBACT e di altri enti, attraverso il perfezionamento e l’evoluzione del concetto di “contenitore” di beni mobili già sviluppato in SIGECweb. In Vincoli in rete il pubblico, come i funzionari dell’amministrazione, vedranno rappresentati dal punto di vista cartografico le quantità di opere contenute nei beni immobili presenti nel sistema con evidenti importanti ricadute funzionali sia nell’ambito della prevenzione del rischio e nella gestione dell’emergenza che su quello del turismo culturale.

Approfondimenti: Vincoli in rete

Fonte: ICCD, http://www.archeomatica.it/ict-beni-culturali/online-il-portale-vincoli-in-rete-sui-beni-culturali-architettonici-e-archeologici

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6 2014 Ago

Nocera Superiore: demolito parte dell’anfiteatro

NOCERA SUPERIORE – Demoliscono parte dell’anfiteatro romano per far entrare l’auto nel Palazzo Ruotolo.

Ha dell’incredibile quanto avvenuto a Nocera Superiore dove un cittadino, non ancora identificato, ha danneggiato un montante in tufo nocerino dell’anfiteatro e uno degli archi della struttura romana. Motivo? Creare un varco per accedere al cortile del palazzo storico recentemente acquisito al patrimonio comunale. L’assessore Teobaldo Fortunato, afferma: “abbiamo informato le soprintendenze e sarà sistemato un dissuasore carrabile”.

Fonte: http://www.ilmattino.it/SALERNO/nocera-anfiteatro-parcheggio/notizie/838276.shtml