Home → Archivio → Saveriog
Leggi
21 2018 Ott

Bot Telegram Fasti Romani: note

Relativamente al bot “Fasti Romani”, man mano che sto implementando le varie funzioni grazie anche ai feedback degli utenti, ho pensato di raccogliere qui le problematiche in cui mi sono imbattuto nello sviluppare uno strumento che sia flessibile nell’utilizzo (cercando quindi di prevedere possibili formulazioni da parte dei fruitori e rendere il più naturale possibile la richiesta stessa), potente (coprirà oltre duemila anni di storia, nomi, nomenclature) e scientificamente corretto (soprattutto con i sistemi di datazione e conversione).

Il sistema di datazione

La raccolta dei dati ha richiesto tempo per trovare le opportune corrispondenze nella sequenza dei personaggi, nel calcolo degli anni, nella traduzione di questi nel calendario gregoriano – problematica avvertita soprattutto per i primi secoli della fondazione di Roma: prima della sistemazione calendariale operata da Giulio Cesare nel 47 a.C., le date si basavano sul calendario voluto da Numa Pompilio, che necessitava di un aggiustamento di circa 22 giorni – detto Mercedonio – ogni due anni, a discrezione del Pontefice Massimo. Questa discrezionalità aveva portato nel 47 a.C. ad una sfasamento di circa 67 giorni, tale che secondo Svetonio (Cesare, 40) “non coincidevano più né le ferie dei raccolti con l’estate, né quelle delle vendemmie con l’autunno”. Cesare vi fece porre rimedio da Sosigene, con un sistema che rimase in vigore fino al 1582 d.C.! Il calendario giuliano, soppresso il mese di Mercedonio – prevede 3 anni da 365 giorni, più un quarto di 366, risultando così più conforme alla scansione temporale solare; tuttavia ogni 128 anni accumula quasi un giorno di ritardo, problema ben noto nel Medioevo, accennato anche nella Divina Commedia (Paradiso XXVII, 142-143). Tra il 325, anno in cui il Concilio di Nicea stabilì la regola per il calcolo della Pasqua, e il 1582 si era ormai accumulata una differenza di circa 10 giorni: la primavera, in base alle osservazioni astronomiche, non risultava più cominciare il 21 marzo, ma già l’11 marzo; la Pasqua, che sarebbe dovuta cadere la prima domenica dopo il plenilunio di primavera, veniva spesso a cadere nella data sbagliata: ne conseguiva che venivano ad essere sbagliati anche i periodi liturgici collegati alla Pasqua, e cioè la Quaresima e la Pentecoste. Papa Gregorio XIII vi fece porre rimedio, modificando la regola che decide gli anni bisestili: lo sono se multipli di 4, non lo sono più se multipli di 100, lo sono nuovamente se multipli di 400 secondo la nuova regola; per i secoli precedenti rimane valido il sistema previsto dal calendario giuliano – quindi gli anni 1500, 1400 e così a scendere, sono tutti bisestili. Per recuperare i dieci giorni perduti, si stabilì che il giorno successivo al 4 ottobre 1582, momento dell’entrata in vigore del nuovo calendario, fosse il 15 ottobre; inoltre, per evitare interruzioni nella settimana, si convenne che fosse un venerdì, dal momento che il giorno precedente, il 4, era stato un giovedì. Anche il calendario gregoriano comporta uno scarto temporale, che dovrà essere compensato nel 4905 saltando un giorno.

Di fatto, la corrispondenza con l’attuale sistema calendariale è frutto di una convenzione (come il sistema gregoriano prolettico), per cui si potrebbe pensare, erroneamente, ad una correlazione 1:1 tra un anno gregoriano e uno prima della riforma giuliana. Le liste di consoli, pressoché complete, ci indicano quale quantità di tempo sia passato tra un momento all’altro, ma l’estrema elasticità del sistema calendariale può comportare una dilazione o contrazione rispetto a una effettiva corrispondenza. Due eclissi di sole datate da Livio, confrontate con il calcolo astronomico  moderno, mostrano il calendario in disallineamento con la data giuliana di 4 mesi nel 190 a.C. e di 2 nel 168 a.C. Allo stesso modo “l’anno del consolato di Publio Cornelio Scipione Africano e Publio Licinio Crasso”, datato di solito al 205 a.C., in realtà iniziò il 15 marzo 205 a.C. e terminò il 14 marzo 204 a.C. secondo il calendario romano, ma potrebbe essere iniziato già a novembre o dicembre 206 a causa dell’arbitrarietà della sistemazione calendariale.

Il calendario

Ianuarius
Augustus
December
Februarius Februarius
(annus intercalarius)
Martius
Maius
Iulius
October
Aprilis
Iunius
September
November
1 Kalendis Kalendis Kalendis Kalendis Kalendis 1
2 a. d. IV Nonas … a. d. IV Nonas … a. d. IV Nonas … a. d. VI Nonas … a. d. IV Nonas … 2
3 a. d. III Nonas … a. d. III Nonas … a. d. III Nonas … a. d. V Nonas … a. d. III Nonas … 3
4 pridie Nonas … pridie Nonas … pridie Nonas … a. d. IV Nonas … pridie Nonas … 4
5 Nonis Nonis Nonis a. d. III Nonas … Nonis 5
6 a. d. VIII Idus a. d. VIII Idus a. d. VIII Idus pridie Nonas … a. d. VIII Idus 6
7 a. d. VII Idus … a. d. VII Idus … a. d. VII Idus … Nonis a. d. VII Idus … 7
8 a. d. VI Idus … a. d. VI Idus … a. d. VI Idus … a. d. VIII Idus a. d. VI Idus … 8
9 a. d. V Idus … a. d. V Idus … a. d. V Idus … a. d. VII Idus … a. d. V Idus … 9
10 a. d. IV Idus … a. d. IV Idus … a. d. IV Idus … a. d. VI Idus … a. d. IV Idus … 10
11 a. d. III Idus … a. d. III Idus … a. d. III Idus … a. d. V Idus … a. d. III Idus … 11
12 pridie Idus … pridie Idus … pridie Idus … a. d. IV Idus … pridie Idus … 12
13 Idibus Idibus Idibus a. d. III Idus … Idibus 13
14 a. d. XIX Kalendas a. d. XVI Kalendas a. d. XVI Kalendas pridie Idus … a. d. XVIII Kalendas 14
15 a. d. XVIII Kalendas … a. d. XV Kalendas … a. d. XV Kalendas … Idibus a. d. XVII Kalendas … 15
16 a. d. XVII Kalendas … a. d. XIV Kalendas … a. d. XIV Kalendas … a. d. XVII Kalendas a. d. XVI Kalendas … 16
17 a. d. XVI Kalendas … a. d. XIII Kalendas … a. d. XIII Kalendas … a. d. XVI Kalendas … a. d. XV Kalendas … 17
18 a. d. XV Kalendas … a. d. XII Kalendas … a. d. XII Kalendas … a. d. XV Kalendas … a. d. XIV Kalendas … 18
19 a. d. XIV Kalendas … a. d. XI Kalendas … a. d. XI Kalendas … a. d. XIV Kalendas … a. d. XIII Kalendas … 19
20 a. d. XIII Kalendas … a. d. X Kalendas … a. d. X Kalendas … a. d. XIII Kalendas … a. d. XII Kalendas … 20
21 a. d. XII Kalendas … a. d. IX Kalendas … a. d. IX Kalendas … a. d. XII Kalendas … a. d. XI Kalendas … 21
22 a. d. XI Kalendas … a. d. VIII Kalendas … a. d. VIII Kalendas … a. d. XI Kalendas … a. d. X Kalendas … 22
23 a. d. X Kalendas … a. d. VII Kalendas … a. d. VII Kalendas … a. d. X Kalendas … a. d. IX Kalendas … 23
24 a. d. IX Kalendas … a. d. VI Kalendas … a. d. VI Kalendas … a. d. nonum Kalendas … a. d. VIII Kalendas … 24
25 a. d. VIII Kalendas … a. d. V Kalendas … a. d. bis VI Kalendas … a. d. VIII Kalendas … a. d. VII Kalendas … 25
26 a. d. VII Kalendas … a. d. IV Kalendas … a. d. V Kalendas … a. d. VII Kalendas … a. d. VI Kalendas … 26
27 a. d. VI Kalendas … a. d. III Kalendas … a. d. IV Kalendas … a. d. VI Kalendas … a. d. V Kalendas … 27
28 a. d. V Kalendas … pridie Kalendas … a. d. III Kalendas … a. d. V Kalendas … a. d. IV Kalendas … 28
29 a. d. IV Kalendas … pridie Kalendas … a. d. IV Kalendas … a. d. III Kalendas … 29
30 a. d. III Kalendas … a. d. III Kalendas … pridie Kalendas … 30
31 pridie Kalendas … pridie Kalendas … 31
Ianuarius
Augustus
December
Februarius Februarius
(annus intercalarius)
Martius
Maius
Iulius
October
Aprilis
Iunius
September
November
Leggi
18 2018 Ott

Bot Telegram Fasti Romani: un filo di Arianna nella storia romana

Dopo aver sviluppato il mio primo bot, ho voluto cimentarmi in qualcosa di più complesso sia dal punto di vista della strutturazione dei dati, sia della programmazione: ecco Fasti Romani! Numerose le funzioni: si può scoprire quale re/console/imperatore fosse al potere in un determinato anno (dal 753 a.C. fino al 476 d.C.: per il momento, solo per la parte occidentale dell’Impero Romano; per i consoli, solo fino al 300 d.C.)*, convertire date a.U.c. ed espresse in Olimpiadi, fare ricerche veloci per nome e altro ancora, con qualche piccolo easter egg.

Per avviarlo, basta scrivere il nome del bot nella chat Telegram (@Fastiromani_bot), oppure aprire questa pagina: t.me/Fastiromani_bot. Le istruzioni di avvio (“/start”) e i comandi presenti (attivabili digitando “/”) faranno da guida per l’utilizzo di Fasti Romani.

Utilizzo

Al primo avvio del bot, l’impostazione di ricerca predefinito è “/anno”. Per scrivere le date in a.C., andrà indicato il segno negativo: “27 a.C.” dovrà essere quindi scritto “-27”. L’anno 0 non è considerato come data, quindi si passa da 1 a.C. a 1 d.C.

In caso di risultati troppo ampi, dato il limite di 4096 bytes per messaggio imposto da Telegram, come visto per il bot precedente vi sarà una suddivisione in più pagine: se si cerca ad esempio il console “giulio”, il bot provvederà a indicare il numero di pagine, per consultare le quali andrà scritto “giulio1”, “giulio2″ ,”giulio3” e così via.

Per cambiare tipologia di ricerca, è sufficiente utilizzare i comandi di seguito elencati.

Comandi

Per accedere alle varie funzioni del bot è sufficiente pigiare il tasto con con “/” nella casella di testo della chat, oppure iniziare a scrivere “/” seguito dalle prime lettere del comando. Al momento la lista prevede:

  • /anno” – Attiva la funzione di ricerca per anno, dalla fondazione di Roma al (per il momento) 476 d.C., visualizzando i consoli ed eventualmente gli imperatori in carica in quell’anno. Ci si può divertire a inserire valori diversi rispetto a questi due estremi, e vedere il bot come risponde 😉
  • /auc” – Attiva la funzione di conversione da date espresse in a.U.c. a quelle gregoriane, e viceversa; le date a.U.c. ovviamente non possono essere negative. Il convertitore considererà come predefinito il valore in a.U.c.: scrivendo 1, ad esempio, restituirà come data 753 a.C.; per effettuare una conversione da data gregoriana in a.U.c. andrà anteposta la lettera “c”: “753 a.C.” andrà quindi scritto come “c-753”. Inserendo i valori 1000 e 1001 verranno restituite due curiosità, mentre scrivendo “o” si otterrà immediatamente l’anno corrente convertito in a.U.c.
  • /console” – Attiva la ricerca per consoli (per il momento, dal 509 a.C. al 300 d.C.): scrivendo le prime tre lettere verranno visualizzate tutte le occorrenze corrispondenti, con relative informazioni di approfondimento.
  • /data” – Attiva la conversione da data calendariale attuale (nella forma gg/mm/aaaa) al sistema romano: ad esempio, scrivendo “21/04/2018”, si otterrà “Saturni dies, a.d. XI Kalendas Maias MMDCCLXXI”; digitando “o” si otterrà immediatamente la conversione della data odierna.
  • /dinastia” – Visualizza tutti gli imperatori appartenenti ad una dinastia (per il momento, Giulio-Claudia e Flavia).
  • /imperatore” – Attiva la ricerca per imperatore (per il momento, solo occidentali): sarà sufficiente scrivere le prime tre lettere del nome per visualizzare tutte le occorrenze corrispondenti e relativi approfondimenti.
  • /numerazione” – Attivata la conversione da numeri romani a numeri arabi e viceversa: scrivendo ad esempio “12” la cifra verrà convertita in “XII”; scrivendo invece “XII”o “xii”, si otterrà 12.
  • /olimpiade” – Attiva la conversione da data espressa in olimpiadi a quelle gregoriane, non viceversa. Per effettuare la conversione, va indicato prima il numero di olimpiade *virgola* l’anno di riferimento: ad esempio, “il primo anno della settima Olimpiade” andrà scritto “7,1”; come risultato apparirà 753 a.C. Cosa succede se si scrive “293,2”? 🙂
  • /rex” – Attiva la ricerca per re: come per imperatori e consoli, per effettuare una ricerca basta inserire almeno tre lettere e verrà visualizzata la scheda di riferimento. Visto che i sette re di Roma sono un po’ come i sette nani (se ne dimentica sempre qualcuno), digitando “7” comparirà un elenco minimale con la successione regale 😉
  • /usurpatori” – Restringe la ricerca per imperatori ai soli usurpatori, fornendo informazioni di dettaglio.
  • /info” – Visualizza le informazioni relative al bot e rimanda a questa pagina.

Sviluppi

Dati o funzioni da implementare nel breve termine:

  • lista imperatori bizantini fino al 1453 d.C.
  • elenco consoli dal 300 d.C. in poi
  • calendario annuale romano  (21/10/2018)
  • festività romane
  • principali battaglie
  • colli di Roma, con geolocalizzazione

Suggerite dagli utenti:

  • nomenclatura latina
  • titolatura imperiale
Suggerimenti o critiche? Scrivimi qui: https://telegram.me/saveriogm

 

Note

Qui sto raccogliendo tutte le informazioni circa le problematiche incontrate durante lo sviluppo del bot.

Leggi
29 2018 Set

Post Facebook in 3D

All’incirca nel mese di febbraio del 2018, Facebook ha introdotto la possibilità di realizzare post con contenuti tridimensionali; preso dai possibili risvolti rivoluzionari di questa nuova implementazione – dal potere interagire con oggetti del tutto liberamente, al poterli visualizzare, grazie alle varie API dedicate, con visori immersivi – studiai come fare, con il risultato seguente:

Nel frattempo diversi colleghi e amici mi hanno chiesto come fare, ho pensato di raccogliere qui un po’ di materiale a supporto che possa essere d’aiuto. Per il momento, Facebook consente il caricamento di file (di un particolare tipo, come si dirà più avanti) con un peso massimo di 3 mb, “dimensioni ancora minori sono l’ideale” come si legge nella documentazione a supporto; l’esperienza qui illustrata mi porta a dire meglio mantenersi sui 2 mb. Emerge così immediatamente il primo, grosso problema qualora si volesse portare in Facebook un contenuto realizzato, ad esempio, in fotogrammetria, come il leone protagonista di questo caso studio, base dello stipite destro del portale esterno della basilica di San Lorenzo fuori le Mura. Realizzato da una collaboratrice durante un corso da me tenuto, è stato scelto per l’esperimento data la sua compattezza e al contempo per l’alta definizione di alcuni dettagli, quali la criniera. Esportato in .fbx (formato da preferire, come vedremo), il file risultante aveva un peso di oltre 20 mb: quasi 7 volte il limite imposto da Facebook. La grande difficoltà, quindi, è stata semplificare le geometrie del solido fotogrammetrico, cercando di non perdere al contempo la definizione dei dettagli. Nella galleria sottostante, il modello fotogrammetrico ottenuto con Agisoft PhotoScan:

L’immagine sottostante, invece, rappresenta lo stesso modello semplificato dopo una trasformazione in 3D Studio Max per eliminare le luci, e un passaggio in Polyworks – da evitare Meshmixer – per decimare le geometrie:

 

Da notare un’apparente conservazione del dettaglio, apparenza che svanisce ingrandendo il modello, come si evince dall’immagine soprastante, a sinistra: le dita della zampa posteriore destra del leone rivelano la semplificazione della geometria, con le tipiche sfaccettature spigolose dovute alla soppressione di poligoni intermedi. Si può giocare con i valori di compressione in base al modello con cui si sta lavorando, ma una notevole perdita di dettaglio sarà un male inevitabile. Dopo il passaggio in Polyworks, il file del leone pesa 3 mb. Ancora troppo, non è però un problema.

I post 3D di Facebook richiedono un formato particolare: supporta solo file .glb, versione binaria del formato file glTF 2.0. Nessun problema: i file .fbx possono essere facilmente e direttamente convertiti in .glb seguendo le istruzioni qui elencate. Occorre prestare attenzione alle avvertenze per una corretta conversione del file, enucleate qui, che tuttavia non sempre possono essere seguite: si riferiscono infatti a modelli 3D puri, e non derivanti invece da fotogrammetria – e immagino che lo stesso valga anche per 3D derivanti da laser scanning. La conversione comprime ulteriormente il file, nel nostro caso arrivando a pesare solo 2.29 mb. Una volta trasformato, è consigliabile validare il file tramite l’apposito strumento online qui disponibile.

Finita tutta la procedura – tra tentativi di compressione e altro, a me ha richiesto quasi 4 giorni – si avrà un file che potrà essere aggiunto ad un post Facebook con le medesime modalità di una fotografia; il social network riconoscerà il file come elemento 3D e, una volta pubblicato, ne consentirà la fruizione multipiattaforma.

Come mai il leone del post in alto sembra tanto differente da quello ottenuto dopo la decimazione delle geometrie? Il motivo è da ricercarsi nella texture: va trattata in modo particolare, a causa dell’illuminazione dell’oggetto e del contesto, altrimenti si otterrà un effetto lievemente metallico, proprio come nel post. Essendo stata la mia una prova speditiva riguardo le geometrie, non mi sono soffermato sulla texture, anche per mancanza di tempo.

In conclusione, ci vorrà ancora molto tempo prima che Facebook possa dare del filo da torcere a visualizzatori come SketchFab o 3DHop; l’unico vero punto di forza è l’essere parte integrante di un sistema altamente socializzato, tale da favorire un immediato reposting e quindi aumento dell’audience del modello 3D, grazie alla facilità di utilizzo della piattaforma di Zuckemberg.

Leggi
19 2018 Set

Bot Telegram Bullettino della Commissione Archeologica di Roma

Qualche anno fa, dovendo fare spesso ricerche all’interno del Bullettino della Commissione Archeologica di Roma, ho avvertito l’esigenza di uno strumento che mi agevolasse nell’individuare gli argomenti di mio interesse all’interno quantomeno degli indici dei volumi che si susseguono, ininterrottamente, dal 1872. Il sito ufficiale non permetteva, allora come oggi, tale fondamentale funzionalità, anche se per un breve periodo fu disponibile un foglio di calcolo con gli indici dal 1872 al 2007. Fu l’occasione per realizzare un semplice database, che poi ho caricato online a disposizione di quanti avessero le mie medesime esigenze, ed è tuttora molto utilizzato: DBCAr. Vi sono immagazzinati 4.080 titoli, con autore, anno, annata e pagine di riferimento, in attesa di poter aggiornare la base dati fino all’anno attuale.

Da qualche giorno mi sto cimentando con i bot di Telegram mediante programmazione php, e quale modo migliore di inaugurare il primo bot se non realizzando qualcosa che aumentasse la facilità di accesso a dati di ricerca? Ecco qui allora DBCAr Bot: scrivendo semplicemente una stringa di testo è possibile estrapolare velocemente dal database tutte le occorrenze, con la comodità offerta da Telegram! Funziona sia con Telegram Desktop, sia naturalmente con lo smartphone, aumentando quindi la comodità di consultazione – ad esempio, in biblioteca, non disponendo di un terminale o di un portatile.

Accedervi è facilissimo: si può procedere cliccando su questo link oppure digitando nella chat Telegram “@dbcar_bot” senza le virgolette. Bisognerà avviare il bot con l’apposito pulsante “Avvia”, dopodiché si potrà procedere immediatamente con la ricerca.

Per ottimizzare il sistema euristico e a fini statistici, il bot memorizzerà la stringa di ricerca e l’orario, in maniera totalmente anonima per l’utente, quindi si può utilizzare in completa sicurezza circa i propri dati.

Dal punto di vista delle funzioni, invece, Telegram ha un limite di 4096 bytes riguardo ai messaggi da visualizzare: per questo motivo ho dovuto sviluppare un codice per suddividere il risultato di ricerca in più parti, qualora superi la soglia prima indicata. Bisognerà allora indicare la parte da visualizzare, ma sarà il bot stesso a suggerire come procedere 🙂

Considero DBCAr Bot come un prodotto in fase di sviluppo, quindi qualsiasi suggerimento sarà più che ben accetto. Buon divertimento!

***

A 24 ore di distanza sono state tantissime le consultazioni – escludendo com’è ovvio le ore notturne – dovute anche all’elevata condivisione  via social (a proposito: grazie a tutti voi per il vostro entusiasmo!). Non si può naturalmente ricavare un profilo statistico data la novità e il brevissimo lasso di tempo, ma graficando gli orari di utilizzo emerge già un trend interessante.

A parte l’eroe (o gli eroi) che ha(nno)[1] utilizzato il bot alle 6 di mattina, si nota immediatamente come vi sia un picco intorno alle ore 15:00, con una crescita a partire dagli orari dopo pranzo, ed un forte calo verso le 17:00. Potrebbe dipendere dalla consultazione in biblioteca? Sarebbe interessante incrociare questi dati con quelli di maggior afflusso nelle strutture di consultazione, ma non credo esistano dati statistici in merito (o quantomeno non sono stati resi aperti). Come spunto credo sia degno di interesse per una serie di approfondimenti, vedremo cosa dirà il bot in un periodo di tempo più lungo – considerando la grandezza del bacino di utenza e la ricorsività di utilizzo.

[1] Ricordo infatti che il bot non memorizza utenze per una questione di privacy.

Leggi
1 2018 Set

Sul Parco Archeologico di Elea-Velia

Riprendo la scrittura sul mio sito dopo una lunga pausa dovuta a impegni di lavoro, per raccontare di una vicenda tragicomica che mi sta accadendo in questi giorni. Durante il breve periodo di vacanza ferragostana, ne ho approfittato per recarmi a casa (sono cilentano) per alcuni giorni; non tornando solo, ho voluto mostrare e raccontare la mia terra, conscio delle problematiche che la affliggono – e che ahimé riguardano gran parte del territorio nazionale – ma anche orgoglioso della storia e della cultura che racchiude ed esprime. Essendo archeologo, e per una serie di motivazioni affettive, mio vecchio amore è la colonia greca di Elea (nota con il nome romano di Velia): le condizioni in cui l’ho ritrovata mi hanno spinto a scrivere due post sulla mia bacheca Facebook, a beneficio non dei miei due lettori, ma come sfogo personale; a corredo, fotografie dello stato attuale e proposizioni di intervento. Poiché, come chi mi conosce sa, mi batto da tempo per il coinvolgimento dal basso della comunità e della cittadinanza (ad esempio attraverso progetti specifici e strumenti come piattaforme collaborative, quali Wikipedia e OpenStreetMap) nella conoscenza, tutela e valorizzazione del proprio territorio, perché primo portatore di interesse di esso, nei post evidenziavo la carenza infrastrutturale dovuta ad una gestione amministrativa difficoltosa da un lato, e dall’altro una marginalizzazione della comunità tale da causare nei fatti disinteresse: problematiche che purtroppo affliggono la quotidiana gestione dei beni culturali, soprattutto in aree lontane dai traffici turistici principali.

Quei due post sono stati ripresi da alcune altre pagine Facebook e condensati, essendo molto lunghi; addirittura in video, rispettando però, sebbene naturalmente molto sintetizzati, gli intenti dei post originari.

Non so in quale modo, poi, sono arrivati nella redazione de Il Mattino, nella sintesi seguente: “L’ira dell’archeologo-visitatore: Povera Velia nell’abbandono”. In coda, la replica dell’assessore (il cui audio si può ritrovare qui). Nel leggerlo, sono rimasto allibito nel toccare con mano come contenuti e modalità possano essere travisati nettamente; ancor più disorientante, però, è stato leggere i commenti a corredo delle diverse condivisioni (sempre su Facebook) del post: un’ottima lezione sulla viralità e sull’interpretazione critica dei contenuti. Sebbene dall’articolo de Il Mattino emerga chiaramente un richiamo ad altre fonti (ad esempio si parla di dibattito, inesistente perché le mie considerazioni erano sulla mia bacheca Facebook; ma in linea generale, si capisce che le mie affermazioni non erano state fatte a Il Mattino stesso, bensì altrove), in pochissimi si sono curati di trovare la fonte originale, e la giornalista non si è preoccupata né di citare da dove aveva tratto i diversi virgolettati, né di assicurarsi dell’origine delle informazioni stesse.

I due post erano divisi appositamente, essendo le aree trattate differenti per competenza e problematiche, lì dove il sito della fornace, comunale, deve molto della sua valorizzazione all’azione di volontari (che conosco), mentre sull’area archeologica vera e propria, statale, grava il problema pressante della gestione amministrativa ed economica, peggiorata evidentemente con il passaggio di competenze in seno al Polo Museale della Campania. In entrambi i post, visto che le lamentazioni fini a sé stesse non mi sono mai piaciute, e non rientrano nel mio modus operandi, suggerivo alcune azioni e mostravo quello che, nel piccolo in cui ogni individuo si muove, si può fare con poco impegno e molta collaborazione.

Tutto questo ne Il Mattino è scomparso, a favore di una semplice e sterile accusa, facendomi apparire come chi, estraneo ai luoghi e ai cittadini, da turista visita un sito [a proposito: no, non ero con amici 😉 ] e punta il dito, per poi andarsene ed infischiarsene. No. Come scrivevo all’inizio, Velia fa parte del mio DNA culturale; tra l’altro, ne parlavo qui (2012, https://www.wikimedia.it/documentare-tutelare-il-patrimonio-archeologico-italiano/) a proposito di azione comunitarie di valorizzazione, e in un articolo ancora precedente (2011, non trovo su web l’originale, ma è stato riproposto verbatim qui). Senza contare l’impegno quotidiano che caratterizza il mio lavoro di archeologo, progettista e promotore della cultura aperta, nel tutelare e valorizzare il nostro patrimonio culturale, materiale e non.

Cosa dicevano dunque questi due post? Li riporto qui, senza modifiche, cosicché possa essere finalmente chiari natura e scopo di quanto ho scritto sulla mia bacheca Facebook personale. Ringrazio i tantissimi che hanno commentato (e non solo accusato: può esservi dialogo anche criticando, ma mai quando si assumono atteggiamenti manichei) o che mi hanno scritto in privato loro dubbi, osservazioni, suggerimenti,  esperienze (condivisibili in toto o meno): l’entusiasmo e la passione ci sono, è l’ascolto da parte delle amministrazioni locali e l’organizzazione di attività di condivisione e concertazione, che spessissimo, invece, vengono a mancare.

POST n. 1 (fornace, comunale)

VELIA 1/2. Una fornace e OpenStreetMap.
Nell’andare al Parco Archeologico di Elea-Velia – che volevo mostrare orgoglioso, e che nuovamente mi ha colpito per il senso di abbandono che attanaglia sempre più i siti archeologici del mio sud – volevamo visitare anche una fornace di cui mi avevano parlato alcuni amici, posta al di fuori dell’area archeologica. Ho chiesto indicazioni ai funzionari in loco, che mi hanno risposto in maniera confusa, sconsigliandomi di andare perché “difficile da raggiungere”. Non volendo demordere, abbiamo seguito alcune indicazioni incrociate tra qualche riferimento sul web e un vago cartello: ci siamo così trovati a vagare nella campagna, chiedendo informazioni a chi incontravamo, tra abitanti e contadini. Nessuno ne sapeva nulla. Siamo riusciti ad arrivarci, dopo un bel po’ di tempo, perché la località del sito era la medesima di un’isola ecologica, invece ben indicata (meno male), e grazie a una sana dose di testardaggine: per poco non ci mancava che non la vedessimo, essendo non ben visibile dalla strada ed essendo i cartelli pressoché consunti e illeggibili.

Alla fine la strada per arrivarci non era affatto difficile: lasciata l’area archeologica, si prosegue verso sud fino a una pompa di benzina, si gira a sinistra, si oltrepassa un cavalcavia e si procede sempre dritto finché non si vede una tettoia di lamiera sulla sinistra, quasi anonima se non fosse per il cartello che a leggerlo devi essere fortunato a trovarti nelle giuste condizioni di luce.

Trattandosi di un impianto di una certa importanza (https://goo.gl/XpVwmN), lascia interdetti vedere lo stato in cui versa, nella sostanziale indifferenza della cittadinanza che vi abita a ridosso, ignorandone completamente la natura: colpa di una certa autoreferenzialità e delle problematiche che affliggono una qualsiasi azione di valorizzazione e tutela, in questo caso svolta con passione decennale dai volontari locali, e ora dal Velia Clay Project. Le istituzioni sembrano abbandonare chi, con entusiasmo e tenacia, combatte per il proprio territorio.

Nel mio piccolo, ho mappato la fornace su OpenStreetMap e aggiunto le informazioni relative, segnalando il punto anche a Google Maps: almeno ora chi vorrà – turista o cittadino – raggiungere la fornace, potrà farlo comodamente con il navigatore, e non affidandosi al caso o alla propria volontà.

A volte, per agevolare il lavoro di chi impiega tempo ed energie per il proprio territorio, basta davvero poco: favorire l’accessibilità delle informazioni così da aumentare l’interesse e le possibilità di valorizzazione. Mi ha fatto piacere quando alcuni conoscenti, grazie alle indicazioni su OSM, hanno poi potuto raggiungere serenamente la fornace per visitarla.

#opendata #moda #archeologia OpenStreetMap Italia Wikimedia ItaliaArcheoFOSS PaestumWiki #publicarchaeologyverona

 

Post n. 2 (area archeologica, statale)

VELIA 2/2. Fuoco vivo e cenere moribonda.

Avevo letto del terribile incendio che ha colpito il Parco Archeologico di Elea-Velia nel 2017 (https://goo.gl/mLGrz9), ma mai mi sarei aspettato di trovarlo uno stato tale da far percepire un senso di resa o quantomeno di rassegnazione. Nel precedente post raccontavo di voler mostrare l’area archeologica, entusiasta per la sua storia e per il legame affettivo che mi lega ad essa sin da piccolo. Negli anni ne ho pianto i continui incendi, disastrosi, o il pericolo costante di frane che portano alla chiusura di via di Porta Rosa, come nel 2009 (https://goo.gl/VZMLMo). In un certo qual modo, però, Velia sembrava sopravvivere, ho visto la voglia di valorizzare e far conoscere, di coinvolgere e aumentare l’offerta culturale – come Veliateatro – nonostante tutto, nonostante tutti. E orgoglioso mostravo quest’eterna fenice, gioiello di Storia e Storie, ogni qualvolta avessi occasione di tornare a casa.

Questa volta è stato diverso. Porta Rosa e Acropoli chiuse del tutto, solo il Quartiere Meridionale visitabile; chiedo spiegazioni sulle motivazioni: “Fuoc, crolli, dottò, qua non si capisc cchiù nulla”. Quando riaprono? C’è un termine dei lavori? “Non ne sappiamo nulla. Stamm ‘n brazz a Crist”, Siamo nelle mani di Dio. E girando per l’area, sembra proprio che l’Uomo si sia arreso: cartelli sbiaditi, generale trascuratezza, impianti divelti, attrezzatura abbandonata, recinzioni in legno spaccate, servizi igienici fatiscenti, edifici destinati a chissà quale tipo di attività abbandonati. Qui il fuoco non è arrivato, ma è come se lo fosse, facendo evaporare la voglia di lottare.

In serata, in attesa dell’Antigone – portata in scena presso Fondazione Alario Per Elea-Velia poiché per la prima volta Veliateatro non ha potuto tenersi nel teatro antico del sito – dalle parole di introduzione alla rappresentazione si è evinta una grande fatica, ed amarezza, per le vicende di Velia. Vedendo le foto dell’incendio del 2017 – come questa di Porta Rosa: https://goo.gl/ce4ox3 – si capisce che il problema non sono esclusivamente le fiamme.

Possibile che regni tanta disaffezione per Elea? Che fine hanno fatto gli investimenti previsti dal PON Cultura e Sviluppo (https://goo.gl/JFxYh2 e https://goo.gl/AJNEFe)? Come il passaggio al Polo Museale della Campania (https://goo.gl/XpuQUj) può aiutare il sito, dovendo gestire diverse realtà monumentali e ugualmente critiche (https://goo.gl/XXwvbi)?

Quasi 33mila euro di introiti netti nel 2016, a stento 20mila nel 2017, ottomila visitatori persi in un anno. E’ solo il fuoco?

Nel mio piccolo, come per la fornace del precedente post, ho cercato di supplire a indicazioni e informazioni carenti aggiungendo in OpenStreetMap geometrie di edifici e monumenti con notizie e, dove possibile, link utili: nelle aree archeologiche estese, dove visita ed escursionismo si intrecciano, è sempre bene avere dati topografici per il GPS, anche quello del proprio smartphone. Un’operazione che ha richiesto, in tutto, mezza giornata di lavoro: reperire facilmente informazioni, visualizzarle e consultarle in digitale costituiscono elementi basilari per azioni di conoscenza e fruizione, su cui innestare attività di valorizzazione e implementazione.

Sono sempre più convinto che coinvolgendo la cittadinanza in azioni forse piccole, ma mirate e di impatto, serva non tanto a sensibilizzare, quanto a renderla effettivamente partecipe della consapevolezza del proprio territorio, del valore della storia e del significato di comunità e di bene comune.

OpenStreetMap Italia Wikimedia Italia ArcheoFOSS PaestumWiki#archeologia #patrimoniosos #opendata #moda #accessibilità

Leggi
8 2016 Set

I gangster dell’Appia

In riferimento all’iniziativa di MAppiam! riporto qui un articolo di Antonio Cederna, scritto esattamente 53 anni fa, incentrato sulla Via Appia: sempre sensibile alle problematiche della salvaguardia e tutela del patrimonio culturale, traccia un quadro desolante della Regina Viarum, allora preda di speculazione edilizia e alla mercé di privati del tutto insensibili al passato. Nonostante la situazione sia in gran parte mutata, proprio grazie al suo operato, a distanza di mezzo secolo permane il medesimo senso di disinteresse e gestione privatistica di un bene di valenza mondiale.

« La lotta per la salvaguardia dei valori storico-naturali del nostro paese è la lotta stessa per l’affermazione della nostra dignità di cittadini, la lotta per il progresso e la coscienza civica contro la provocazione permanente di pochi privilegiati onnipotenti. »
(Antonio Cederna, Salvaguardia dei centri storici e sviluppo urbanistico, in Casabella 250, 1961)

Sulla via Appia Antica, fuori Porta San Sebastiano, c’è una «stazione di servizio» per automobili, mal situata, brutta, ridicola. Mal situata, perché appena cinquanta metri prima del Domine quo vadis?, cioè al bivio con la via Ardeatina, dove l’Appia si restringe e l’incrocio è pericoloso. Brutta, perché arieggia a portico di vecchia fattoria con le sue tre arcate, la tettoia coperta da tegole e qualche sparuta pianta verde in vasi di terracotta, nella pretesa di non stonare con «l’ambiente círcostante». Ridicola, perché nel suo muro, a edificazione del turista, sono incastrati frammenti antichi di marmo, di iscrizioni greche e latine, sarcofagi, cornici architettoniche: altri frammenti antichi di marmo e terracotta sono esposti in una vetrina tra i bidoni dell’olio, e ancora marmi, terrecotte, pezzi di stemmi medioevali, unti e macchiati, sono collocati sopra ai distributori di benzina. Tutte queste «antichità», in parte false, in parte comprate in via del Babuino, in parte rubate sulla via stessa, oltre a costituire un degno prologo per chi si accinge a visitare in macchina i restí di quella che fu la «regina delle vie», hanno un grande valore simbolíco: oggi l’antico è tollerato solo se, fatto a pezzi insignificanti, può essere ridotto a ornamento, a fronzolo, a servo sciocco delle «esigenze della vita moderna», del «traffico», del «dinamísmo del nostro tempo», insomma di quello che dicono «progresso». È quello che sta succedendo a tutta la via Appia, destinata entro pochissimi anni a scomparire, per diventare un rigagnolo in mezzo alla nuova città che sta sorgendo sopra e intorno ad essa, grazie a una banda di speculatori, alla previdenza dei tecnici del Comune di Roma, all’inerzia degli organi ministeriali, teoricamente prepostí alla tutela del nostro patrimonio archeologico, paesistico, monumentale.

Ammírato il distributore di benzina, voltiamo a destra per un sentiero in salita: fatta qualche decina di metri, restiamo esterrefatti. Abbiamo davanti a noi tutta la zona tra le vie Appia e Ardeatina da una parte e la via Cristoforo Colombo dall’altra, quasi un grande rettangolo di un chilometro per seicento metri: quello che l’anno scorso era ancora un pezzo di campagna romana, un dolce irregolare avvallamento a prati, alberi, orti, con qualche vecchio casale, è oggi un deserto d’inferno, ad altipiani e abissi, sconvolto dalle macchine scavatrici, che hanno distrutto alberi, prati e orti, che mangiano la terra intorno ai vecchi casali, lasciandoli sospesi in cima ad assurdi pinnacoli. Si sta sistemando il terreno, si stanno scavando le fondamenta di un nuovo quartiere di Roma extra moenia, esteso quanto villa Borghese.

In prossimità della via Appia e dell’Ardeatina sorgerà una fascia di «villini» e di «villini signorili» a quattro piani, quindi una fascia di «palazzine» a cinque e sei piani, quindi verso la via Crístoforo Colombo un ampio agglomerato a costruzione intensiva, con edifici di almeno otto piani, per un’altezza massima di ventotto metri. A parte i consueti abusi, come l’aumento dei piani grazie ai finti seminterrati, gli attici «arretrati», ecc., il nuovo quartiere incomberà ad altezze scalate sulla via Appia, divenuta misero budello ai suoi piedi, tanto più che essa in quel tratto è a quota 16-18, mentre il terreno del nuovo quartiere arriva a quota 30-40. Qualche esigua e frammentaria zona di rispetto «assoluto» (un centinaio di metri sulla carta) e di rispetto «con particolarilimitazioni», servirà soltanto ad attestare l’ipocrisia dei progettisti.

Il nuovo quartiere sarà naturalmente attraversato da strade. Una strada larga venti metri, partita dalla piazza dei Navigatori sulla via Cristoforo Colombo, dove sta la truce mole dell’ex «albergo di massa», oggi casa-prigione popolare, attraverserà il nuovo quartiere in diagonale, scavalcherà la via Appía quasi all’altezza del Domine quo vadis? e andrà a finire al quartiere Appio-Latino. Una seconda strada, di circonvallazione, larga cinquanta metri, partita dalla via Ostiense, scavalcherà la via Appia quasi all’altezza del Domine quo vadis? e arriverà all’Appia Nuova. Una terza strada, proveniente presumibilmente dall’E 42, scavalcherà la via Appia quasi all’altezza del Domine quo vadis?, dove si unirà alle prime due. Altre strade minori taglieranno il nuovo quartiere recando nuova congestione al Domine quo vadis?: la scelta dell’illustre chiesina come centro di confluenza di tanto traffico è davvero una trovata ammirevole. Infine, un’altra strada di circonvallazione lungo la ferrovia Roma-Pisa, di cui già esiste un tratto (via Cilicia), ma che si è dovuta arrestare di fronte alla scoperta dei ragguardevoli resti di un mausoleo, scavalcherà la via Appia a metà strada tra il Domine quo vadis? e la Porta San Sebastíano. Chi arriverà a Roma dalla via Appia si meraviglierà di entrare in galleria.

Guardiamoci attorno: Roma col suo più bel tratto di mura è ancora, per il momento, davanti a noi. Ma già sulla via Cristoforo Colombo si alzano i sinistri scheletri di due smisurati casamenti a 10-11 piani (cooperative villa Madama e Montecitorio), destinati a case economiche per deputati, senatori e funzionari del Senato e del Parlamento: tutta la larghissima via, in origine destinata ad essere strada-parco, diventerà una strada-corridoio, costruita intensivamente con edifici colossali su entrambi i lati, anzi, un’apposita commissione ne garantirà il «carattere monumentale» (!). Più lontano, tutta la zona ai piedi del Bastione del Sangallo rigurgita di villini di freschissima data costruiti, ad opera di varie cooperative edilizie, per abitazione di funzionari delle Belle Arti, che si sono auto-autorízzati a infischiarsi delle zone di rispetto: il «via» alle costruzioni abusive appena sotto alle Mura fu dato, poco prima della guerra, dalla villa di Eugenio Gualdi, presidente della Società Generale Immobíliare. Guardiamo infine al di là dell’Appia, al di là della valle dell’Acquataccio e della Caffarella: grotteschi edifici sono sorti in via Cilicia, la via Latina è scomparsa sotto un mucchio confuso di nuove costruzioni: tutta la zona tra la ferrovia RomaPisa e la via Latina sarà costruita intensivamente, e gran parte della bella conca della Caffarella costruita a «villini» (o come altro saranno chiamati), per oltre mezzo chilometro.

Nella relazione che il 21 ottobre 1951 la Giunta romana tenne al Consiglio comunale, intorno al nuovo piano regolatore, si diceva, in tono saggio e mellifluo, che Roma deve espandersi verso i Colli e verso il mare: tra queste due direttrici, sarebbe rimasto intatto «il grande cuneo della zona archeologica (che), a cavallo dell’Appia Antica, si spinge fino al cuore della città, al Campidoglio, come una riposante fascia di verde, dalla quale emergeranno, testimonianza perenne di storia e civiltà, i resti dei gloriosi monumenti», ecc. ecc. Farebbe un’opera buona chi volesse spiegarci perché mai, in meno di due anni, il cuneo archeologico e la riposante fascia di verde si sono trasformati in cuneo, fascia e baluardo di cemento armato.

Pochi metri oltre la basilica di San Sebastiano, sulla nostra destra, il muro della via è abbattuto: un centinaio di metri in là, nella bella campagna, ecco il primo esempio della nuova edilizia che distruggerà per sempre l’integrità monumentale e paesistica di tutta la via Appia. Sei villini son già pronti, arancione, gialli e rossi, strani nella pianta e nell’alzato, a mezzo tra la piccola stazione ferroviaria, la vecchia fattoria e la casina della bambola; tetti, terrazze, verande, scale esterne si accostano, si susseguono, si incastrano ad angoli retti, ottusi, acuti: vediamo finti comignoli di forma indescrivibile, torrette cilindriche, loggiati ad arcate, balconcini a tettoia sorrettida travi di legno, pensiline sorrette da pilastri di tufo, finestre lunghe e corte, alte e basse, strette e larghe, rettangolari e quadrate, barbacani ed oblò. Retrocediamo in fretta, e superiamo la tomba di Cecilia Metella.

Comincia il tratto più splendido e più famoso della via Appia. Al quarto chilometro, di fronte alla casa in cui Pio IX nel 1853 si fermò a sperimentare il telegrafo (elettrico relatori experi-undo), entriamo nei campi alla nostra sinistra. Ecco, a un centinaio di metri, un altro gruppo di ville (tutto il vasto terreno è già lottizzato, tra la via Appia e la via dell’Acquasanta), giallognole, dal tetto a spioventi, con alti comignoli: nonostante che portici e finestre siano «moderni», queste ville hanno qualcosa di vecchio, di cui non sappiamo per ora renderci ragione. Ci inoltriamo ancora nella campagna, fin che arriviamo sul ciglio di una vecchia cava di selce, e per poco non vi precipitiamo dalla meraviglia: una decina di metri sotto ai nostri piedi ci appare una vasta macchia di un azzurro accecante, una grande piscina privata con fondo in mosaico di vetro, orlo ondulato di cemento come le fosse degli orsi, toboga, trampolino, ombrelloni gialli, rossi e blu.

Tornati sulla via e fatto un centinaio di passi, pieghiamo a sinistra in una nuova strada asfaltata: eccoci di fronte a un grande edificio in costruzione, arrivato al primo piano. A terra vediamo un mucchio di tegole, e comprendiamo quanto prima ci aveva sorpreso: l’aria di «antico» delle case, che a decine e a centinaia vanno sorgendo sulla via Appia, deriva in gran parte dall’impiego di tegole usate; un muratore che sta lavandosi i piedi in una vasca dove sono a bagno i mattoni ci spiega che ciò avviene per legge. Con simili espedienti i responsabili si mettono a posto la coscienza.

Guardiamo meglio l’edificio in costruzione, un’altra grande sorpresa ci aspetta: per un paio di metri di altezza il muro esterno è rustico, fatto di pietre chiare e scure, ma tutte, di nuovo, hanno qualcosa di «antico», molte addirittura sono già coperte di muschio. C’era da aspettarselo: per tutta la sua ampiezza il muro è composto di pietre antiche, rubate alla viaAppia e ai suoi monumenti. Giriamo intorno all’edificio, tra cataste di mattoni e pozzi di calce, e contiamo, sull’erba, una dozzina di grossi mucchi (carico di altrettanti camion) di pietre antiche rubate alla via Appia e ai suoi monumenti: sono blocchi di selce del pavimento antico della via, inconfondibili perla forma e l’impronta delle carreggiate, sono grossi pezzi di marmo lunense e di pietra albana tolti al rivestimento dei sepolcri, sono (chi non ci crede vada a verificare) grossi frammenti di statue.

Non basta: tutti i muretti e relativi pilastri d’ingresso, che sono stati costruiti per centinaia di metri lungo la via Appia, a delimitazione delle nuove proprietà, sono tutti fatti con pietre antiche rubate alla via Appia e ai suoi monumentí; tra le pietre antiche vediamo ancora iscrizioni, frammenti di sarcofagi, di ornati architettonici, di colonne, basi e capitelli, frantumi di selce dell’antico pavimento. Un secolo fa l’archeologo Luigi Canina eresse lungo la via delle piccole pareti in cotto e con gusto eccellente vi murò i frammenti antichi che man mano veniva scoprendo: da anni, un giorno dopo l’altro, questi frammenti vengono smurati, trafugati, venduti, usati come materiale di costruzione.

Torniamo sull’Appia: un cartello ci informa che «42.000 metri quadrati di terreno, eventualmente divisibili» sono in vendita; passiamo davanti a una nuova villa (n. 201, «Sola beatitudo»: vedremo tra un paio d’anni dove sarà andata a finire la beata solitudo), e arriviamo al n. 203: ci balza innanzi la massa informe, orrenda della Pia Casa Santa Rosa, ormai famosa per lo scandalo che suscitò un paio di anni fa. Se non ricordiamo male, l’edificio, progettato a tre piani, venne autorizzato dal Consiglio Superiore del Ministero della Pubblica Istruzione «per deferenza alla benefica istituzione» (bel principio urbanistico). Nell’entusiasmo dei lavori l’architetto (Spina Alberto) pensò bene di aggiungere un quarto piano: contro il quarto piano insorsero la Commissione provinciale per le bellezze naturali, panoramiche e paesístiche, insorse la Soprintendenza ai Monumenti, insorse lo stesso ConsiglioSuperiore, che ne ordinò «l’immediata demolizione». L’ordine rimase naturalmente lettera morta, capitò invece che i fondi stanziati venissero anzitempo esauriti, tanto che si sperò vivamente che la Pia Casa rimanesse incompiuta: ma intervenne la Provvidenza, e oggi la Pia Casa è in funzione, con tutti i suoi quattro piani e il suo macabro intonaco violetto. È psicologicamente interessante ricordare che l’architetto Spina si difese dalle critiche, non solo paragonando il suo capolavoro alle badie di Farfa, Casamari e Subiaco e al monastero di Montecassino, ma sostenendo che la via Appia, lungi dall’esserne danneggiata, ci guadagnava.

Andiamo avanti ancora, osservando i monumenti a testa bassa, per non scoprire altri scempi. Ma i monumenti stessi sono ridotti a letamai, sommersi da immondizie di ogni genere: sembra che per il bilancio del Comune di Roma (o della Soprintendenza alle Antichità? o di quella ai Monumenti?) un paio di spazzini per la via Appia siano un carico eccessivo. Gíungiamo all’altezza di Tor Carbone: qui sulla destra dell’Appia dovrebbe sorgere, grazie alla Società Immobiliare, un grande quartiere di villini di lusso, collegato con una strada all’E 42. Prendiamo a sinistra la via Erode Attico che porta all’Appía Pignatelli: fatti pochi metri, riceviamo un altro tremendo colpo nello stomaco.

Nel vasto angolo formato dalla via Erode Attico con la via Appia, ci feriscono la vista una dozzina di «víllini signorili», di varia foggia e dimensione. Tra i colori predominano il víola e l’arancione: le case hanno forma assai complessa, con avancorpi, sporgenze e rientranze, i tetti hanno i soliti comignoli e le solite tegole; vediamo portici ad arco pieno, ad arco ribassato, ad architrave, finestre a feritoia, arcuate, quadrate, finte colombaie, lampioni di ferro battuto: ogni casa è recintata da un muro di tufo giallo, talvolta con pilastri copertí a tettuccio. Il bel quartierino ha la solita aria finto paesana da città dei balocchi, come fosse costruito da uno scenografo incerto tra Italia centrale, Tirolo e Svizzera, con qualche reminiscenza classica. Tra le curiosità principali notiamouna casa con grondaia in su anziché in giù, e una specie di pagoda cinese a due piani, il primo ad arcate di mattoni, il secondo a vetrate continue.

Gíriamo intorno gli occhi: verso nord, dietro al bel quartierino, si innalza in tutta la sua profondità lo spettro della Pia Casa; verso sud, cioè sempre sulla sinistra della via Appia, ci appaiono adesso altre ville e villini; verso oriente, in basso, ecco distendersi un nuovo e maggiore quartiere, dall’aspetto meno «signorile» del primo; scendiamo nella stessa direzione e passiamo in mezzo alla vasta e miserabile nuova Borgata di Santa Maria Nuova. Quanto all’Appia Pignatelli, la bella via solitaria a valle dell’Appia Antica, sappiamo che verrà allargata per essere trasformata in grande strada di traffici (naturalmente con costruzioni ai lati, anche attorno al Circo di Massenzio), che sarà prolungata fino a Roma con un tronco parallelo all’Appia Antica, portando nuova rovina nella valle della Caffarella, fino a Porta Latina: sarà quindi la quinta grande nuova strada che cancellerà dalla faccia della terra la campagna a sud di Roma.

Ríentrati a Roma, fermatici davanti alla stupida e spropositata mole del palazzo della Fao, rovina della Passeggiata Archeologica, cioè del primo tratto della via Appia, nel riporre una vecchia guida, rileggiamo la frase di Goethe, dell’11 novembre 1786, messa a epigrafe del primo capitolo: «Questi uomini lavoravano per l’eternità; tutto essi hanno preveduto tranne la demenza dei devastatori, cui tutto ha dovuto cedere».

La demenza dei devastatori ha raggiunto oggi vette inimmaginabili: un ultimo esempio corona per il momento il nostro triste e parzialissimo elenco. Al sesto chilometro della via Appía, sulla sinistra, isolate nella campagna, sorgono le rovine famose, vaste, imponenti della villa dei Quintili, del secondo secolo dopo Cristo, avanzi di un ninfeo, di un acquedotto, di un criptoportico, di terme, di cisterne, di sale grandiose, ecc., con una vista stupenda sui Colli e i Castelli. Ebbene, anche qui i nuovi vandali dementi stanno tramando un colpo inaudito: un «nucleo residenziale» (grazie alla SocietàGenerale Immobiliare) sorgerà immediatamente a ridosso delle rovine, per una profondità di circa trecento metri nella campagna; la lottizzazione si estenderà in uguale misura, complessivamente per una cinquantina di lotti, anche sulla destra della via Appia: questa, chiusa in mezzo, sarà affiancata da due strade parallele, una a destra, l’altra a sinistra. Lottizzare il Foro Romano o la villa Adriana non sarebbe misfatto peggiore.

Ingenuo chiedersi come avvenga tutto ciò. Esistono articoli di leggi (legge 1939 sulla tutela delle cose d’interesse artistico e storico, legge 1939 sulla protezione delle bellezze naturali e panoramiche, regolamento 1940 per l’applicazione della precedente), intesi a salvaguardare «l’integrità», le condizioni di «prospettiva», «luce», «ambiente», «decoro», dei monumenti, la «bellezza panoramica», la «spontanea concordanza e fusione fra la espressione della natura e quella del lavoro umano», e via dicendo. Esiste un vincolo di rispetto per un centinaio di metri da una parte e dall’altra della via Appia, esiste un altro vincolo di poco più esteso, proposto il gennaio scorso dalla Commissione provinciale per le bellezze naturali, ecc., ma che non comporta l’inedificabilità delle aree, limitandosi solo a imporre generici riguardi ai costruttori. Esistono organi di tutela, statali, comunali, provinciali, cui manca spesso la cultura e l’intelligenza, cui manca sempre l’iniziativa e la forza di intervenire.

Da un paio d’anni lo scempio della via Appia è entrato nella sua fase definitiva. Le lottizzazioni da sporadiche si vanno facendo organizzate, stringendosi a soffocare tutta la via in un abbraccio mortale, la campagna assume un aspetto da stazione climatica, gli edifici cui abbiamo accennato (ipocrisia delle sottili strisce di rispetto) sono e saranno tutti visibili dalla via: il gioco degli interessi stronca in partenza qualsiasi iniziativa sensata.

Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall’altra, la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sueleggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti. Perfino per la cattiva letteratura che nel nostro secolo vi era sorta intorno. Andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l’avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un’opera d’arte di una opera d’arte: la via Appia era intoccabile, come l’Acropoli di Atene. Ma che importa ai funzionari, agli architetti, agli speculatori? Il loro ideale estetico sono gli obelischi di via della Conciliazione, e i baracconí di gesso dell’E 42, nati per ospitare le «Olimpiadi della Civiltà» e scaduti, com’era giusto, a fiera campionaria e parco dei divertimenti, e poi malauguratamente diventati massimo centro d’attrazione per lo sviluppo di Roma.

«Il Mondo», 8 settembre 1953

Fonte: http://archivio.eddyburg.it/article/articleview/10403/0/249/

Leggi
30 2016 Mar

Gli archivi digitali hanno rivoluzionato l’archeologia

L’archeologia ha sempre richiesto una buona capacità di destrezza. Devi riuscire a restringere il campo per concentrarti su un piccolo bottone incrostato di terra e al tempo stesso allargare il campo per apprezzare l’importanza di quell’antico bottone. Ogni reperto è al centro della sua storia, e al tempo stesso fa parte di una storia più grande.

“Le asce di pietra costruite migliaia di anni fa e le tazze di porcellana del settecento portano con sé i messaggi di chi le ha fabbricate e di chi le ha usate”, ha scritto l’archeologo e storico James Deetz nel suo libro In small things forgotten. “È compito dell’archeologo decodificare questi messaggi e usarli per capire la storia dell’umanità”.

Oggi questo compito si può svolgere in modi inimmaginabili fino a poco tempo fa. Nell’era della collisione tra il mondo fisico e quello digitale l’archeologia sta cambiando profondamente. Un enorme archivio di terracotte, per esempio, permette a un archeologo in Giordania di trovare un frammento dell’età del ferro e nel giro di pochi minuti collegarlo a tutti gli scavi della Terra santa. Le strutture che gli studiosi usano oggi per rimettere insieme le testimonianze del passato sono create combinando miliardi di dati.

Risultato: la gente può provare l’esperienza di camminare in un sito archeologico senza uscire di casa

“Ho vissuto il passaggio dall’archeologia classica a quella contemporanea”, racconta Thomas Levy, archeologo e professore di antropologia all’università della California di San Diego. “Lavoriamo ancora come si faceva nell’ottocento – con palette, secchielli, spazzolini da denti e tutto il resto – ma un tempo la nostra abilità di raccogliere i dati era molto limitata. Dovevamo essere più selettivi. Oggi grazie agli strumenti digitali (gps, stazioni totali, scanner laser) possiamo archiviare una quantità illimitata di dati”.

Levy, che ha contribuito alla costruzione del Pottery informatics query database, un metodo per l’analisi dei reperti basato su formule matematiche, spiega che i suoi scavi sono diventati totalmente digitali intorno al 1999. Da allora raccoglie enormi quantità di dati e ha sperimentato le visualizzazioni 3d create a partire dalle informazioni raccolte negli scavi, che possono essere proiettate o rese accessibili attraverso i caschi per la realtà virtuale. Risultato: la gente può provare l’esperienza di camminare in un sito archeologico senza uscire di casa. Con una quantità sufficiente di dati è possibile camminare tra strutture che non esistono più.

Coordinate geospaziali

Più aumenta la precisione con cui i ricercatori possono descrivere la collocazione fisica di un reperto nel mondo e maggiore è il valore che gli storici possono ricavare dall’oggetto in questione e dagli oggetti collegati. Immaginate, per esempio, un’antica miniera del tempo di re Salomone. Un archeologo come Levy potrebbe scavare una trincea di cinque metri per cinque in un cumulo in cui un tempo è avvenuta una fusione di metalli. Durante lo scavo l’archeologo e i suoi colleghi potrebbero registrare le coordinate geospaziali di ogni reperto, ogni frammento di lingotto, ascia di rame o resto di fornace.

“Stiamo raccogliendo miliardi di dati come questi”, mi ha spiegato Levy. “Poi li mescoliamo tra loro e otteniamo non solo un modello 3d dello scavo del periodo biblico, ma anche una struttura digitale in cui inseriamo tutti i dati archeologici”.

Grazie ai satelliti, i dati archeologici possono essere inseriti in una topografia dell’intero pianeta. Per esempio l’archeologa spaziale Sarah Parcak analizza le immagini satellitari della Terra alla ricerca di elementi che possano rivelare un sito archeologico perduto. Wired descrive così il processo:

Quando cerca nuovi siti archeologici, Parcak mette in ordine immagini satellitari di porzioni di terra che variano tra 20×20 e 50×50 metri quadrati. Poi applica alcuni filtri alle immagini per evidenziare diverse porzioni dello spettro elettromagnetico. L’archeologa ricerca elementi che possano mostrare cosa si nasconde nel sottosuolo. Un indizio fondamentale è lo stato della vegetazione in superficie. Una struttura architettonica sepolta sottoterra può bloccare la crescita della flora, creando una zona morta – invisibile a occhio nudo ma percepibile attraverso gli infrarossi – che ha la forma della struttura sepolta. In posti come l’Egitto, dove la vegetazione è scarsa, le immagini satellitari possono aiutare Parcak a distinguere tra i materiali naturali e quelli creati dall’uomo come i mattoni d’argilla che compongono le tombe.

È incredibile la quantità di dati che in questo periodo si riversano negli annali dell’archeologia, ma lo stesso fattore che rende questi dati così utili – l’enorme volume di informazioni – presenta nuove sfide. Gli archeologi non hanno ancora trovato il modo migliore per conservare questi gruppi di dati, e non sanno come e in che formato dovrebbero essere condivisi in rete.

Molti studiosi sono alla ricerca delle risposte a questi interrogativi. Levy e i suoi colleghi delle università californiane stanno costruendo una rete che contiene informazioni provenienti da decine di migliaia di siti archeologici. Ci sono altre risorse, come il Mediterranean archaeology network, che contiene database regionali a disposizione dei ricercatori. Tuttavia il problema di amministrare questi archivi fa parte di un dibattito più ampio che potrebbe ridefinire il concetto di biblioteca. Tutto questo riflette un profondo cambiamento nel modo in cui la conoscenza umana sarà contestualizzata, archiviata e condivisa mentre la quantità di dati raccolti continua ad aumentare.

Sempre più spesso le persone cercano un modo per classificare e collegare gli archivi. La biblioteca del congresso degli Stati Uniti, per esempio, sta mettendo a punto un nuovo sistema di catalogazione (per la prima volta in 40 anni) ottimizzato per il web semantico. Oggi la maggior parte delle più grandi biblioteche del mondo usa un sistema di catalogazione chiamato Marc, lo standard che negli anni settanta ha sostituito i cataloghi a schedario. L’idea è che la prossima generazione di biblioteche possa avere un sistema che riconosca più campi di metadati e sia capace di trovare le connessioni ad altre risorse.

Una biblioteca non è una grossa scatola piena di libri

Anziché limitarsi ad archiviare i libri e i documenti in base a titolo, autore, parola chiave e genere, le biblioteche pensano a come essere più descrittive nei titoli e molto più complete rispetto alle connessioni tra le diverse risorse. Inoltre stanno cercando un modo per gestire grandi dataset (collezioni di dati) che riguardano gli ambiti più disparati, dai fenomeni climatici ai censimenti passando per le immagini satellitari e gli scavi archeologici.

Ho intervistato diversi bibliotecari che stanno pensando seriamente a come rendere disponibiliqueste informazioni a chiunque ne abbia bisogno (stiamo parlando di specialisti che stanno ristrutturando istituzioni come la biblioteca del congresso e quella di Oxford, Yale e Harvard) e tutti mi hanno detto che i datasettrasformeranno le funzioni fondamentali di una biblioteca.

“Una biblioteca non è una grossa scatola piena di libri”, mi ha spiegato Catherine Murray-Rust, direttrice delle biblioteche di Georgia Tech. “Non è solo un’aula studio. Dobbiamo recuperare l’antica nozione di biblioteca, uno spazio (anche virtuale) in cui le persone possono apprezzare il sapere del passato creando il sapere del futuro. Georgia Tech sta rinnovando il sistema bibliotecario, che comprenderà la rimozione di molti libri dagli spazi pubblici (i materiali stampati che saranno rimossi saranno comunque disponibili su richiesta). Mentre il progetto prosegue, Murray-Rust spiega che la squadra al lavoro sul nuovo sistema bibliotecario ha adottato “un approccio più radicale all’idea di come dovrebbe essere una biblioteca”.

I dati raccolti oggi potrebbero essere tutto quello che resta quando le grandi strutture saranno crollate.

“In questo momento la questione fondamentale riguarda i dati”, spiega. “Probabilmente sono più importanti del testo. Abbiamo sale di letture tradizionali dove in realtà ci sono pochi libri. I libri sono un forte indizio della solennità di un ambiente. Amiamo il libro in quanto tecnologia, ma sappiamo che non è l’unico veicolo di contenuti (e in alcuni ambiti non è neanche il migliore). Questo concetto è evidente quando si parla di dati: il libro non è adatto”.

Secondo gli archeologi, i dati raccolti oggi – e le visualizzazioni che ne derivano – potrebbero esser tutto quello che rimane quando le grandi strutture saranno crollate.

“Naturalmente avere la vera Palmira è molto più importante di un modello 3d”, mi ha spiegato Levy riferendosi all’antica città dove negli ultimi mesi i combattenti del gruppo Stato islamico hanno distrutto diversi siti archeologici. “Ma in un mondo in cui il patrimonio culturale viene distrutto intenzionalmente, siamo in grado di registrare questo patrimonio in modi che dieci anni fa sembravano impossibili”.

Questo articolo è stato pubblicato su The Atlantic.
This article was originally published on Theatlantic.com. Click here to view the original. © 2015. All rights reserved. Distributed by Tribune Content Agency.
Leggi
20 2016 Feb

Come prepararsi serenamente alla morte

RIP

 

 

Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni.

 

Allo stupore di Critone ho chiarito. “Vedi,” gli ho detto, “come puoi appressarti alla morte, anche se sei credente, se pensi che mentre tu muori giovani desiderabilissimidi di ambo i sessi danzano in discoteca divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, giornali e televisioni sono intesi solo a dare notizie rilevanti, imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente e si ingegnano a restaurare una natura fatta di ruscelli potabili, declivi boscosi, cieli tersi e sereni protetti da un provvido ozono, nuvole soffici che stillano di nuovo piogge dolcissime? Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te ne vai, sarebbe insopportabile.
Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”

 

Critone mi ha allora domandato: “Maestro, ma quando devo incominciare a pensare così?” Gli ho risposto che non lo si deve fare molto presto, perchè qualcuno che a venti o anche trent’anni pensa che tutti siano dei coglioni è un coglione e non raggiungerà mai la saggezza. Bisogna incominciare pensando che tutti gli altri siano migliori di noi, poi evolvere poco a poco, avere i primi dubbi verso i quaranta, iniziare la revisione tra i cinquanta e i sessanta, e raggiungere la certezza mentre si marcia verso i cento, ma pronti a chiudere in pari non appena giunga il telegramma di convocazione.

 

Convincersi che tutti gli altri che ci stanno attorno (sei miliardi) sino coglioni, è effetto di un’arte sottile e accorta, non è disposizione del primo Cebete con l’anellino all’orecchio (o al naso). Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il igorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire.

 

Quindi la grande arte consiste nello studiare poco per volta il pensiero universale, scrutare le vicende del costume, monitorare giorno per giorno i mass-media, le affermazioni degli artisti sicuri di sé, gli apoftegmi dei politici a ruota libera, i filosofemi dei critici apocalittici, gli aforismi degli eroi carismatici, studiando le teorie, le proposte, gli appelli, le immagini, le apparizioni. Solo allora, alla fine, avrai la travolgente rivelazione che tutti sono coglioni. A quel punto sarai pronto all’incontro con la morte.

 

Sino alla fine dovrai resistere a questa insostenibile rivelazione, ti ostinerai a pensare che qualcuno dica cose sensate, che quel libro sia migliore di altri, che quel capopopolo voglia davvero il bene comune.
E’ naturale, è umano, è proprio della nostra specie rifiutare la persuasione che gli altri siano tutti indistintamente coglioni, altrimenti perchè varrebbe la pena di vivere? Ma quando, alla fine, saprai, avrai compreso perchè vale la pena (anzi, è splendido) morire.

 

Critone mi ha allora detto: “Maestro, non vorrei prendere decisioni precipitose, ma nutro il sospetto che Lei sia un coglione”.

 

“Vedi”, gli ho detto, “sei già sulla buona strada.”

 

Umberto Eco
(La bustina di Minerva, Espresso, 12 giugno 1997)
Leggi
22 2016 Gen

La rivoluzione culturale deve partire dal Sud

“La rivoluzione? Ci credo ancora”. Parola di Philippe Daverio. “E – aggiunge – deve partire dal sud, per una vera rinascita culturale di tutta l’Italia”. Il professore e critico d’arte sarà nel salone d’Ercole del Palazzo Reale venerdì alle 16.30, per inaugurare la serie di “Appuntamenti con Murat”. Gli incontri, organizzati dal Polo museale e dalla Soprintendenza assieme al Consolato francese, sono dedicati alla fine delle celebrazioni del bicentenario dalla morte di Gioacchino Murat, generale di Napoleone e re di Napoli, fucilato a Pizzo Calabro nel 1815. L’intervento di Daverio verterà su “Cos’è la rivoluzione?” (info 081 575 2524). Seguirà, alle 18, un approfondimento su “Monsù, la cucina al tempo di Murat”, con Fabrizio Mangoni di Santo Stefano.

Professor Daverio, parlerà di rivoluzione nella città delle rivoluzioni perdute.
“Motivo in più per farlo. Una speranza tradita: il popolo di Napoli si ribella, ma tutto poi torna come prima. Come in una sorta di Gattopardo. Masaniello nel 1647, i giacobini nel 1799: Sembrano appartenere ad un passato remoto, ma sono fondamentali per comprendere la situazione oggi. È soprattutto dalla controrivoluzione borbonica dopo la Repubblica Napoletana che si viene a plasmare una parte della mentalità depressiva del sud”.

Tutta colpa dell’arretratezza del Regno di Napoli?
“Per carità. L’idea della Spagna vista come il diavolo è una tesi manzoniana: un’altra accusa denigratoria del nord verso il sud. Che poi si trasformerà in antimeridionalismo. Napoli era una capitale fiorente, nelle arti e nelle opere: ben più ricca del Piemonte. Va da sé che dopo la Restaurazione cambia tutto. E nasce il contagioso germe della rassegnazione italica. Parte la dicotomia tra nord e sud: l’uno si fa rivoluzionario, l’altro reazionario”.

Questo accadeva 150 anni anni fa, però.
“Nella storia delle società equivale a ieri mattina. Si tratta di elementi sintomatici, che però meritano una riflessione. C’è grande necessità di un revisionismo di tutta questa era, prima di andare avanti. Io, per “dovere di famiglia” credo ancora nella rivoluzione (un mio parente, Francesco Daverio, è stato tra i fautori delle Cinque Giornate di Milano). E se deve esserci, deve partire proprio da Napoli e dal sud. Affidandola agli intellettuali, agli “optimates”. Così che possa puntare sulla cultura. Appoggio l’idea di pensiero di “Save Italy”, la quale sostiene che il nostro Paese si salverà soltanto con grandi investimenti culturali, i primi nel meridione”.

Con la cultura si può mangiare, quindi?
“Basta l’esempio napoletano del mio compianto amico Giannegidio Silva alla vostra metropolitana, per capire quanto l’arte possa fare la differenza anche nel posto più pratico del mondo. E si può anche  ricordare come quel grande guru di Nicola Spinosa dirigeva il sistema museale partenopeo, per farsi l’idea di un successo oggettivo. Gli ingredienti ci sono tutti: Napoli deve solo trasformare la sua tipica arroganza mediterranea in fierezza. Sono due cose totalmente diverse: la fierezza è obbligata alla verifica costante”.

C’è un monumento di Napoli che più le piace?
“Amo piazza del Plebiscito. Un grande simbolo di urbanistica moderna”.

Ma è un prodotto della Napoli “controrivoluzionaria”.
“Vero: è un caso virtuoso in cui l’arte della controrivoluzione sposa il percorso bonapartista rivoluzionario e neoclassico. Napoli è questo: un filo rosso che unisce il pensiero di Giambattista Vico col presepe di Caserta. Un cocktail che, del resto, ha reso grande re Carlo di Borbone, che portò una rivoluzione radicale in città. Ma io continuo ad amare di più suo figlio, Ferdinando IV. Odiato e bistrattato dalla storiografia filopiemontese, fu il primo a credere nella fisiocrazia, nel trionfo dell’agricoltura. Soltanto per la sua intuizione sull’importanza dei pomodori San Marzano e della mozzarella di bufala, meriterebbe un Nobel. Per la Pace, naturalmente: quante discussioni sono terminate davanti a un piatto di spaghetti?”.

 

Fonte: http://napoli.repubblica.it/cronaca/2016/01/22/news/philippe_daverio_la_rivoluzione_culturale_per_cambiare_l_italia_deve_partire_dal_sud_-131819927/

Leggi
16 2016 Gen

Come funziona l’ArtBonus

MISURE URGENTI PER FAVORIRE IL MECENATISMO CULTURALE

Ai sensi dell’art.1 del D.L. 31.5.2014, n. 83, “Disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo“, convertito con modificazioni in Legge n. 106 del 29/07/2014 e s.m.i., è stato introdotto un credito d’imposta per le erogazioni liberali in denaro a sostegno della cultura e dello spettacolo, il c.d. Art bonus, quale sostegno del mecenatismo a favore del patrimonio culturale.

Chi effettua erogazioni liberali in denaro per il sostegno della cultura, come previsto dalla legge, potrà godere di importanti benefici fiscali sotto forma di credito di imposta.

 

artbn