1 2018 Set

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Riprendo la scrittura sul mio sito dopo una lunga pausa dovuta a impegni di lavoro, per raccontare di una vicenda tragicomica che mi sta accadendo in questi giorni. Durante il breve periodo di vacanza ferragostana, ne ho approfittato per recarmi a casa (sono cilentano) per alcuni giorni; non tornando solo, ho voluto mostrare e raccontare la mia terra, conscio delle problematiche che la affliggono – e che ahimé riguardano gran parte del territorio nazionale – ma anche orgoglioso della storia e della cultura che racchiude ed esprime. Essendo archeologo, e per una serie di motivazioni affettive, mio vecchio amore è la colonia greca di Elea (nota con il nome romano di Velia): le condizioni in cui l’ho ritrovata mi hanno spinto a scrivere due post sulla mia bacheca Facebook, a beneficio non dei miei due lettori, ma come sfogo personale; a corredo, fotografie dello stato attuale e proposizioni di intervento. Poiché, come chi mi conosce sa, mi batto da tempo per il coinvolgimento dal basso della comunità e della cittadinanza (ad esempio attraverso progetti specifici e strumenti come piattaforme collaborative, quali Wikipedia e OpenStreetMap) nella conoscenza, tutela e valorizzazione del proprio territorio, perché primo portatore di interesse di esso, nei post evidenziavo la carenza infrastrutturale dovuta ad una gestione amministrativa difficoltosa da un lato, e dall’altro una marginalizzazione della comunità tale da causare nei fatti disinteresse: problematiche che purtroppo affliggono la quotidiana gestione dei beni culturali, soprattutto in aree lontane dai traffici turistici principali.

Quei due post sono stati ripresi da alcune altre pagine Facebook e condensati, essendo molto lunghi; addirittura in video, rispettando però, sebbene naturalmente molto sintetizzati, gli intenti dei post originari.

Non so in quale modo, poi, sono arrivati nella redazione de Il Mattino, nella sintesi seguente: “L’ira dell’archeologo-visitatore: Povera Velia nell’abbandono”. In coda, la replica dell’assessore (il cui audio si può ritrovare qui). Nel leggerlo, sono rimasto allibito nel toccare con mano come contenuti e modalità possano essere travisati nettamente; ancor più disorientante, però, è stato leggere i commenti a corredo delle diverse condivisioni (sempre su Facebook) del post: un’ottima lezione sulla viralità e sull’interpretazione critica dei contenuti. Sebbene dall’articolo de Il Mattino emerga chiaramente un richiamo ad altre fonti (ad esempio si parla di dibattito, inesistente perché le mie considerazioni erano sulla mia bacheca Facebook; ma in linea generale, si capisce che le mie affermazioni non erano state fatte a Il Mattino stesso, bensì altrove), in pochissimi si sono curati di trovare la fonte originale, e la giornalista non si è preoccupata né di citare da dove aveva tratto i diversi virgolettati, né di assicurarsi dell’origine delle informazioni stesse.

I due post erano divisi appositamente, essendo le aree trattate differenti per competenza e problematiche, lì dove il sito della fornace, comunale, deve molto della sua valorizzazione all’azione di volontari (che conosco), mentre sull’area archeologica vera e propria, statale, grava il problema pressante della gestione amministrativa ed economica, peggiorata evidentemente con il passaggio di competenze in seno al Polo Museale della Campania. In entrambi i post, visto che le lamentazioni fini a sé stesse non mi sono mai piaciute, e non rientrano nel mio modus operandi, suggerivo alcune azioni e mostravo quello che, nel piccolo in cui ogni individuo si muove, si può fare con poco impegno e molta collaborazione.

Tutto questo ne Il Mattino è scomparso, a favore di una semplice e sterile accusa, facendomi apparire come chi, estraneo ai luoghi e ai cittadini, da turista visita un sito [a proposito: no, non ero con amici 😉 ] e punta il dito, per poi andarsene ed infischiarsene. No. Come scrivevo all’inizio, Velia fa parte del mio DNA culturale; tra l’altro, ne parlavo qui (2012, https://www.wikimedia.it/documentare-tutelare-il-patrimonio-archeologico-italiano/) a proposito di azione comunitarie di valorizzazione, e in un articolo ancora precedente (2011, non trovo su web l’originale, ma è stato riproposto verbatim qui). Senza contare l’impegno quotidiano che caratterizza il mio lavoro di archeologo, progettista e promotore della cultura aperta, nel tutelare e valorizzare il nostro patrimonio culturale, materiale e non.

Cosa dicevano dunque questi due post? Li riporto qui, senza modifiche, cosicché possa essere finalmente chiari natura e scopo di quanto ho scritto sulla mia bacheca Facebook personale. Ringrazio i tantissimi che hanno commentato (e non solo accusato: può esservi dialogo anche criticando, ma mai quando si assumono atteggiamenti manichei) o che mi hanno scritto in privato loro dubbi, osservazioni, suggerimenti,  esperienze (condivisibili in toto o meno): l’entusiasmo e la passione ci sono, è l’ascolto da parte delle amministrazioni locali e l’organizzazione di attività di condivisione e concertazione, che spessissimo, invece, vengono a mancare.

POST n. 1 (fornace, comunale)

VELIA 1/2. Una fornace e OpenStreetMap.
Nell’andare al Parco Archeologico di Elea-Velia – che volevo mostrare orgoglioso, e che nuovamente mi ha colpito per il senso di abbandono che attanaglia sempre più i siti archeologici del mio sud – volevamo visitare anche una fornace di cui mi avevano parlato alcuni amici, posta al di fuori dell’area archeologica. Ho chiesto indicazioni ai funzionari in loco, che mi hanno risposto in maniera confusa, sconsigliandomi di andare perché “difficile da raggiungere”. Non volendo demordere, abbiamo seguito alcune indicazioni incrociate tra qualche riferimento sul web e un vago cartello: ci siamo così trovati a vagare nella campagna, chiedendo informazioni a chi incontravamo, tra abitanti e contadini. Nessuno ne sapeva nulla. Siamo riusciti ad arrivarci, dopo un bel po’ di tempo, perché la località del sito era la medesima di un’isola ecologica, invece ben indicata (meno male), e grazie a una sana dose di testardaggine: per poco non ci mancava che non la vedessimo, essendo non ben visibile dalla strada ed essendo i cartelli pressoché consunti e illeggibili.

Alla fine la strada per arrivarci non era affatto difficile: lasciata l’area archeologica, si prosegue verso sud fino a una pompa di benzina, si gira a sinistra, si oltrepassa un cavalcavia e si procede sempre dritto finché non si vede una tettoia di lamiera sulla sinistra, quasi anonima se non fosse per il cartello che a leggerlo devi essere fortunato a trovarti nelle giuste condizioni di luce.

Trattandosi di un impianto di una certa importanza (https://goo.gl/XpVwmN), lascia interdetti vedere lo stato in cui versa, nella sostanziale indifferenza della cittadinanza che vi abita a ridosso, ignorandone completamente la natura: colpa di una certa autoreferenzialità e delle problematiche che affliggono una qualsiasi azione di valorizzazione e tutela, in questo caso svolta con passione decennale dai volontari locali, e ora dal Velia Clay Project. Le istituzioni sembrano abbandonare chi, con entusiasmo e tenacia, combatte per il proprio territorio.

Nel mio piccolo, ho mappato la fornace su OpenStreetMap e aggiunto le informazioni relative, segnalando il punto anche a Google Maps: almeno ora chi vorrà – turista o cittadino – raggiungere la fornace, potrà farlo comodamente con il navigatore, e non affidandosi al caso o alla propria volontà.

A volte, per agevolare il lavoro di chi impiega tempo ed energie per il proprio territorio, basta davvero poco: favorire l’accessibilità delle informazioni così da aumentare l’interesse e le possibilità di valorizzazione. Mi ha fatto piacere quando alcuni conoscenti, grazie alle indicazioni su OSM, hanno poi potuto raggiungere serenamente la fornace per visitarla.

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Post n. 2 (area archeologica, statale)

VELIA 2/2. Fuoco vivo e cenere moribonda.

Avevo letto del terribile incendio che ha colpito il Parco Archeologico di Elea-Velia nel 2017 (https://goo.gl/mLGrz9), ma mai mi sarei aspettato di trovarlo uno stato tale da far percepire un senso di resa o quantomeno di rassegnazione. Nel precedente post raccontavo di voler mostrare l’area archeologica, entusiasta per la sua storia e per il legame affettivo che mi lega ad essa sin da piccolo. Negli anni ne ho pianto i continui incendi, disastrosi, o il pericolo costante di frane che portano alla chiusura di via di Porta Rosa, come nel 2009 (https://goo.gl/VZMLMo). In un certo qual modo, però, Velia sembrava sopravvivere, ho visto la voglia di valorizzare e far conoscere, di coinvolgere e aumentare l’offerta culturale – come Veliateatro – nonostante tutto, nonostante tutti. E orgoglioso mostravo quest’eterna fenice, gioiello di Storia e Storie, ogni qualvolta avessi occasione di tornare a casa.

Questa volta è stato diverso. Porta Rosa e Acropoli chiuse del tutto, solo il Quartiere Meridionale visitabile; chiedo spiegazioni sulle motivazioni: “Fuoc, crolli, dottò, qua non si capisc cchiù nulla”. Quando riaprono? C’è un termine dei lavori? “Non ne sappiamo nulla. Stamm ‘n brazz a Crist”, Siamo nelle mani di Dio. E girando per l’area, sembra proprio che l’Uomo si sia arreso: cartelli sbiaditi, generale trascuratezza, impianti divelti, attrezzatura abbandonata, recinzioni in legno spaccate, servizi igienici fatiscenti, edifici destinati a chissà quale tipo di attività abbandonati. Qui il fuoco non è arrivato, ma è come se lo fosse, facendo evaporare la voglia di lottare.

In serata, in attesa dell’Antigone – portata in scena presso Fondazione Alario Per Elea-Velia poiché per la prima volta Veliateatro non ha potuto tenersi nel teatro antico del sito – dalle parole di introduzione alla rappresentazione si è evinta una grande fatica, ed amarezza, per le vicende di Velia. Vedendo le foto dell’incendio del 2017 – come questa di Porta Rosa: https://goo.gl/ce4ox3 – si capisce che il problema non sono esclusivamente le fiamme.

Possibile che regni tanta disaffezione per Elea? Che fine hanno fatto gli investimenti previsti dal PON Cultura e Sviluppo (https://goo.gl/JFxYh2 e https://goo.gl/AJNEFe)? Come il passaggio al Polo Museale della Campania (https://goo.gl/XpuQUj) può aiutare il sito, dovendo gestire diverse realtà monumentali e ugualmente critiche (https://goo.gl/XXwvbi)?

Quasi 33mila euro di introiti netti nel 2016, a stento 20mila nel 2017, ottomila visitatori persi in un anno. E’ solo il fuoco?

Nel mio piccolo, come per la fornace del precedente post, ho cercato di supplire a indicazioni e informazioni carenti aggiungendo in OpenStreetMap geometrie di edifici e monumenti con notizie e, dove possibile, link utili: nelle aree archeologiche estese, dove visita ed escursionismo si intrecciano, è sempre bene avere dati topografici per il GPS, anche quello del proprio smartphone. Un’operazione che ha richiesto, in tutto, mezza giornata di lavoro: reperire facilmente informazioni, visualizzarle e consultarle in digitale costituiscono elementi basilari per azioni di conoscenza e fruizione, su cui innestare attività di valorizzazione e implementazione.

Sono sempre più convinto che coinvolgendo la cittadinanza in azioni forse piccole, ma mirate e di impatto, serva non tanto a sensibilizzare, quanto a renderla effettivamente partecipe della consapevolezza del proprio territorio, del valore della storia e del significato di comunità e di bene comune.

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