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8 2016 Set

I gangster dell’Appia

In riferimento all’iniziativa di MAppiam! riporto qui un articolo di Antonio Cederna, scritto esattamente 53 anni fa, incentrato sulla Via Appia: sempre sensibile alle problematiche della salvaguardia e tutela del patrimonio culturale, traccia un quadro desolante della Regina Viarum, allora preda di speculazione edilizia e alla mercé di privati del tutto insensibili al passato. Nonostante la situazione sia in gran parte mutata, proprio grazie al suo operato, a distanza di mezzo secolo permane il medesimo senso di disinteresse e gestione privatistica di un bene di valenza mondiale.

« La lotta per la salvaguardia dei valori storico-naturali del nostro paese è la lotta stessa per l’affermazione della nostra dignità di cittadini, la lotta per il progresso e la coscienza civica contro la provocazione permanente di pochi privilegiati onnipotenti. »
(Antonio Cederna, Salvaguardia dei centri storici e sviluppo urbanistico, in Casabella 250, 1961)

Sulla via Appia Antica, fuori Porta San Sebastiano, c’è una «stazione di servizio» per automobili, mal situata, brutta, ridicola. Mal situata, perché appena cinquanta metri prima del Domine quo vadis?, cioè al bivio con la via Ardeatina, dove l’Appia si restringe e l’incrocio è pericoloso. Brutta, perché arieggia a portico di vecchia fattoria con le sue tre arcate, la tettoia coperta da tegole e qualche sparuta pianta verde in vasi di terracotta, nella pretesa di non stonare con «l’ambiente círcostante». Ridicola, perché nel suo muro, a edificazione del turista, sono incastrati frammenti antichi di marmo, di iscrizioni greche e latine, sarcofagi, cornici architettoniche: altri frammenti antichi di marmo e terracotta sono esposti in una vetrina tra i bidoni dell’olio, e ancora marmi, terrecotte, pezzi di stemmi medioevali, unti e macchiati, sono collocati sopra ai distributori di benzina. Tutte queste «antichità», in parte false, in parte comprate in via del Babuino, in parte rubate sulla via stessa, oltre a costituire un degno prologo per chi si accinge a visitare in macchina i restí di quella che fu la «regina delle vie», hanno un grande valore simbolíco: oggi l’antico è tollerato solo se, fatto a pezzi insignificanti, può essere ridotto a ornamento, a fronzolo, a servo sciocco delle «esigenze della vita moderna», del «traffico», del «dinamísmo del nostro tempo», insomma di quello che dicono «progresso». È quello che sta succedendo a tutta la via Appia, destinata entro pochissimi anni a scomparire, per diventare un rigagnolo in mezzo alla nuova città che sta sorgendo sopra e intorno ad essa, grazie a una banda di speculatori, alla previdenza dei tecnici del Comune di Roma, all’inerzia degli organi ministeriali, teoricamente prepostí alla tutela del nostro patrimonio archeologico, paesistico, monumentale.

Ammírato il distributore di benzina, voltiamo a destra per un sentiero in salita: fatta qualche decina di metri, restiamo esterrefatti. Abbiamo davanti a noi tutta la zona tra le vie Appia e Ardeatina da una parte e la via Cristoforo Colombo dall’altra, quasi un grande rettangolo di un chilometro per seicento metri: quello che l’anno scorso era ancora un pezzo di campagna romana, un dolce irregolare avvallamento a prati, alberi, orti, con qualche vecchio casale, è oggi un deserto d’inferno, ad altipiani e abissi, sconvolto dalle macchine scavatrici, che hanno distrutto alberi, prati e orti, che mangiano la terra intorno ai vecchi casali, lasciandoli sospesi in cima ad assurdi pinnacoli. Si sta sistemando il terreno, si stanno scavando le fondamenta di un nuovo quartiere di Roma extra moenia, esteso quanto villa Borghese.

In prossimità della via Appia e dell’Ardeatina sorgerà una fascia di «villini» e di «villini signorili» a quattro piani, quindi una fascia di «palazzine» a cinque e sei piani, quindi verso la via Crístoforo Colombo un ampio agglomerato a costruzione intensiva, con edifici di almeno otto piani, per un’altezza massima di ventotto metri. A parte i consueti abusi, come l’aumento dei piani grazie ai finti seminterrati, gli attici «arretrati», ecc., il nuovo quartiere incomberà ad altezze scalate sulla via Appia, divenuta misero budello ai suoi piedi, tanto più che essa in quel tratto è a quota 16-18, mentre il terreno del nuovo quartiere arriva a quota 30-40. Qualche esigua e frammentaria zona di rispetto «assoluto» (un centinaio di metri sulla carta) e di rispetto «con particolarilimitazioni», servirà soltanto ad attestare l’ipocrisia dei progettisti.

Il nuovo quartiere sarà naturalmente attraversato da strade. Una strada larga venti metri, partita dalla piazza dei Navigatori sulla via Cristoforo Colombo, dove sta la truce mole dell’ex «albergo di massa», oggi casa-prigione popolare, attraverserà il nuovo quartiere in diagonale, scavalcherà la via Appía quasi all’altezza del Domine quo vadis? e andrà a finire al quartiere Appio-Latino. Una seconda strada, di circonvallazione, larga cinquanta metri, partita dalla via Ostiense, scavalcherà la via Appia quasi all’altezza del Domine quo vadis? e arriverà all’Appia Nuova. Una terza strada, proveniente presumibilmente dall’E 42, scavalcherà la via Appia quasi all’altezza del Domine quo vadis?, dove si unirà alle prime due. Altre strade minori taglieranno il nuovo quartiere recando nuova congestione al Domine quo vadis?: la scelta dell’illustre chiesina come centro di confluenza di tanto traffico è davvero una trovata ammirevole. Infine, un’altra strada di circonvallazione lungo la ferrovia Roma-Pisa, di cui già esiste un tratto (via Cilicia), ma che si è dovuta arrestare di fronte alla scoperta dei ragguardevoli resti di un mausoleo, scavalcherà la via Appia a metà strada tra il Domine quo vadis? e la Porta San Sebastíano. Chi arriverà a Roma dalla via Appia si meraviglierà di entrare in galleria.

Guardiamoci attorno: Roma col suo più bel tratto di mura è ancora, per il momento, davanti a noi. Ma già sulla via Cristoforo Colombo si alzano i sinistri scheletri di due smisurati casamenti a 10-11 piani (cooperative villa Madama e Montecitorio), destinati a case economiche per deputati, senatori e funzionari del Senato e del Parlamento: tutta la larghissima via, in origine destinata ad essere strada-parco, diventerà una strada-corridoio, costruita intensivamente con edifici colossali su entrambi i lati, anzi, un’apposita commissione ne garantirà il «carattere monumentale» (!). Più lontano, tutta la zona ai piedi del Bastione del Sangallo rigurgita di villini di freschissima data costruiti, ad opera di varie cooperative edilizie, per abitazione di funzionari delle Belle Arti, che si sono auto-autorízzati a infischiarsi delle zone di rispetto: il «via» alle costruzioni abusive appena sotto alle Mura fu dato, poco prima della guerra, dalla villa di Eugenio Gualdi, presidente della Società Generale Immobíliare. Guardiamo infine al di là dell’Appia, al di là della valle dell’Acquataccio e della Caffarella: grotteschi edifici sono sorti in via Cilicia, la via Latina è scomparsa sotto un mucchio confuso di nuove costruzioni: tutta la zona tra la ferrovia RomaPisa e la via Latina sarà costruita intensivamente, e gran parte della bella conca della Caffarella costruita a «villini» (o come altro saranno chiamati), per oltre mezzo chilometro.

Nella relazione che il 21 ottobre 1951 la Giunta romana tenne al Consiglio comunale, intorno al nuovo piano regolatore, si diceva, in tono saggio e mellifluo, che Roma deve espandersi verso i Colli e verso il mare: tra queste due direttrici, sarebbe rimasto intatto «il grande cuneo della zona archeologica (che), a cavallo dell’Appia Antica, si spinge fino al cuore della città, al Campidoglio, come una riposante fascia di verde, dalla quale emergeranno, testimonianza perenne di storia e civiltà, i resti dei gloriosi monumenti», ecc. ecc. Farebbe un’opera buona chi volesse spiegarci perché mai, in meno di due anni, il cuneo archeologico e la riposante fascia di verde si sono trasformati in cuneo, fascia e baluardo di cemento armato.

Pochi metri oltre la basilica di San Sebastiano, sulla nostra destra, il muro della via è abbattuto: un centinaio di metri in là, nella bella campagna, ecco il primo esempio della nuova edilizia che distruggerà per sempre l’integrità monumentale e paesistica di tutta la via Appia. Sei villini son già pronti, arancione, gialli e rossi, strani nella pianta e nell’alzato, a mezzo tra la piccola stazione ferroviaria, la vecchia fattoria e la casina della bambola; tetti, terrazze, verande, scale esterne si accostano, si susseguono, si incastrano ad angoli retti, ottusi, acuti: vediamo finti comignoli di forma indescrivibile, torrette cilindriche, loggiati ad arcate, balconcini a tettoia sorrettida travi di legno, pensiline sorrette da pilastri di tufo, finestre lunghe e corte, alte e basse, strette e larghe, rettangolari e quadrate, barbacani ed oblò. Retrocediamo in fretta, e superiamo la tomba di Cecilia Metella.

Comincia il tratto più splendido e più famoso della via Appia. Al quarto chilometro, di fronte alla casa in cui Pio IX nel 1853 si fermò a sperimentare il telegrafo (elettrico relatori experi-undo), entriamo nei campi alla nostra sinistra. Ecco, a un centinaio di metri, un altro gruppo di ville (tutto il vasto terreno è già lottizzato, tra la via Appia e la via dell’Acquasanta), giallognole, dal tetto a spioventi, con alti comignoli: nonostante che portici e finestre siano «moderni», queste ville hanno qualcosa di vecchio, di cui non sappiamo per ora renderci ragione. Ci inoltriamo ancora nella campagna, fin che arriviamo sul ciglio di una vecchia cava di selce, e per poco non vi precipitiamo dalla meraviglia: una decina di metri sotto ai nostri piedi ci appare una vasta macchia di un azzurro accecante, una grande piscina privata con fondo in mosaico di vetro, orlo ondulato di cemento come le fosse degli orsi, toboga, trampolino, ombrelloni gialli, rossi e blu.

Tornati sulla via e fatto un centinaio di passi, pieghiamo a sinistra in una nuova strada asfaltata: eccoci di fronte a un grande edificio in costruzione, arrivato al primo piano. A terra vediamo un mucchio di tegole, e comprendiamo quanto prima ci aveva sorpreso: l’aria di «antico» delle case, che a decine e a centinaia vanno sorgendo sulla via Appia, deriva in gran parte dall’impiego di tegole usate; un muratore che sta lavandosi i piedi in una vasca dove sono a bagno i mattoni ci spiega che ciò avviene per legge. Con simili espedienti i responsabili si mettono a posto la coscienza.

Guardiamo meglio l’edificio in costruzione, un’altra grande sorpresa ci aspetta: per un paio di metri di altezza il muro esterno è rustico, fatto di pietre chiare e scure, ma tutte, di nuovo, hanno qualcosa di «antico», molte addirittura sono già coperte di muschio. C’era da aspettarselo: per tutta la sua ampiezza il muro è composto di pietre antiche, rubate alla viaAppia e ai suoi monumenti. Giriamo intorno all’edificio, tra cataste di mattoni e pozzi di calce, e contiamo, sull’erba, una dozzina di grossi mucchi (carico di altrettanti camion) di pietre antiche rubate alla via Appia e ai suoi monumenti: sono blocchi di selce del pavimento antico della via, inconfondibili perla forma e l’impronta delle carreggiate, sono grossi pezzi di marmo lunense e di pietra albana tolti al rivestimento dei sepolcri, sono (chi non ci crede vada a verificare) grossi frammenti di statue.

Non basta: tutti i muretti e relativi pilastri d’ingresso, che sono stati costruiti per centinaia di metri lungo la via Appia, a delimitazione delle nuove proprietà, sono tutti fatti con pietre antiche rubate alla via Appia e ai suoi monumentí; tra le pietre antiche vediamo ancora iscrizioni, frammenti di sarcofagi, di ornati architettonici, di colonne, basi e capitelli, frantumi di selce dell’antico pavimento. Un secolo fa l’archeologo Luigi Canina eresse lungo la via delle piccole pareti in cotto e con gusto eccellente vi murò i frammenti antichi che man mano veniva scoprendo: da anni, un giorno dopo l’altro, questi frammenti vengono smurati, trafugati, venduti, usati come materiale di costruzione.

Torniamo sull’Appia: un cartello ci informa che «42.000 metri quadrati di terreno, eventualmente divisibili» sono in vendita; passiamo davanti a una nuova villa (n. 201, «Sola beatitudo»: vedremo tra un paio d’anni dove sarà andata a finire la beata solitudo), e arriviamo al n. 203: ci balza innanzi la massa informe, orrenda della Pia Casa Santa Rosa, ormai famosa per lo scandalo che suscitò un paio di anni fa. Se non ricordiamo male, l’edificio, progettato a tre piani, venne autorizzato dal Consiglio Superiore del Ministero della Pubblica Istruzione «per deferenza alla benefica istituzione» (bel principio urbanistico). Nell’entusiasmo dei lavori l’architetto (Spina Alberto) pensò bene di aggiungere un quarto piano: contro il quarto piano insorsero la Commissione provinciale per le bellezze naturali, panoramiche e paesístiche, insorse la Soprintendenza ai Monumenti, insorse lo stesso ConsiglioSuperiore, che ne ordinò «l’immediata demolizione». L’ordine rimase naturalmente lettera morta, capitò invece che i fondi stanziati venissero anzitempo esauriti, tanto che si sperò vivamente che la Pia Casa rimanesse incompiuta: ma intervenne la Provvidenza, e oggi la Pia Casa è in funzione, con tutti i suoi quattro piani e il suo macabro intonaco violetto. È psicologicamente interessante ricordare che l’architetto Spina si difese dalle critiche, non solo paragonando il suo capolavoro alle badie di Farfa, Casamari e Subiaco e al monastero di Montecassino, ma sostenendo che la via Appia, lungi dall’esserne danneggiata, ci guadagnava.

Andiamo avanti ancora, osservando i monumenti a testa bassa, per non scoprire altri scempi. Ma i monumenti stessi sono ridotti a letamai, sommersi da immondizie di ogni genere: sembra che per il bilancio del Comune di Roma (o della Soprintendenza alle Antichità? o di quella ai Monumenti?) un paio di spazzini per la via Appia siano un carico eccessivo. Gíungiamo all’altezza di Tor Carbone: qui sulla destra dell’Appia dovrebbe sorgere, grazie alla Società Immobiliare, un grande quartiere di villini di lusso, collegato con una strada all’E 42. Prendiamo a sinistra la via Erode Attico che porta all’Appía Pignatelli: fatti pochi metri, riceviamo un altro tremendo colpo nello stomaco.

Nel vasto angolo formato dalla via Erode Attico con la via Appia, ci feriscono la vista una dozzina di «víllini signorili», di varia foggia e dimensione. Tra i colori predominano il víola e l’arancione: le case hanno forma assai complessa, con avancorpi, sporgenze e rientranze, i tetti hanno i soliti comignoli e le solite tegole; vediamo portici ad arco pieno, ad arco ribassato, ad architrave, finestre a feritoia, arcuate, quadrate, finte colombaie, lampioni di ferro battuto: ogni casa è recintata da un muro di tufo giallo, talvolta con pilastri copertí a tettuccio. Il bel quartierino ha la solita aria finto paesana da città dei balocchi, come fosse costruito da uno scenografo incerto tra Italia centrale, Tirolo e Svizzera, con qualche reminiscenza classica. Tra le curiosità principali notiamouna casa con grondaia in su anziché in giù, e una specie di pagoda cinese a due piani, il primo ad arcate di mattoni, il secondo a vetrate continue.

Gíriamo intorno gli occhi: verso nord, dietro al bel quartierino, si innalza in tutta la sua profondità lo spettro della Pia Casa; verso sud, cioè sempre sulla sinistra della via Appia, ci appaiono adesso altre ville e villini; verso oriente, in basso, ecco distendersi un nuovo e maggiore quartiere, dall’aspetto meno «signorile» del primo; scendiamo nella stessa direzione e passiamo in mezzo alla vasta e miserabile nuova Borgata di Santa Maria Nuova. Quanto all’Appia Pignatelli, la bella via solitaria a valle dell’Appia Antica, sappiamo che verrà allargata per essere trasformata in grande strada di traffici (naturalmente con costruzioni ai lati, anche attorno al Circo di Massenzio), che sarà prolungata fino a Roma con un tronco parallelo all’Appia Antica, portando nuova rovina nella valle della Caffarella, fino a Porta Latina: sarà quindi la quinta grande nuova strada che cancellerà dalla faccia della terra la campagna a sud di Roma.

Ríentrati a Roma, fermatici davanti alla stupida e spropositata mole del palazzo della Fao, rovina della Passeggiata Archeologica, cioè del primo tratto della via Appia, nel riporre una vecchia guida, rileggiamo la frase di Goethe, dell’11 novembre 1786, messa a epigrafe del primo capitolo: «Questi uomini lavoravano per l’eternità; tutto essi hanno preveduto tranne la demenza dei devastatori, cui tutto ha dovuto cedere».

La demenza dei devastatori ha raggiunto oggi vette inimmaginabili: un ultimo esempio corona per il momento il nostro triste e parzialissimo elenco. Al sesto chilometro della via Appía, sulla sinistra, isolate nella campagna, sorgono le rovine famose, vaste, imponenti della villa dei Quintili, del secondo secolo dopo Cristo, avanzi di un ninfeo, di un acquedotto, di un criptoportico, di terme, di cisterne, di sale grandiose, ecc., con una vista stupenda sui Colli e i Castelli. Ebbene, anche qui i nuovi vandali dementi stanno tramando un colpo inaudito: un «nucleo residenziale» (grazie alla SocietàGenerale Immobiliare) sorgerà immediatamente a ridosso delle rovine, per una profondità di circa trecento metri nella campagna; la lottizzazione si estenderà in uguale misura, complessivamente per una cinquantina di lotti, anche sulla destra della via Appia: questa, chiusa in mezzo, sarà affiancata da due strade parallele, una a destra, l’altra a sinistra. Lottizzare il Foro Romano o la villa Adriana non sarebbe misfatto peggiore.

Ingenuo chiedersi come avvenga tutto ciò. Esistono articoli di leggi (legge 1939 sulla tutela delle cose d’interesse artistico e storico, legge 1939 sulla protezione delle bellezze naturali e panoramiche, regolamento 1940 per l’applicazione della precedente), intesi a salvaguardare «l’integrità», le condizioni di «prospettiva», «luce», «ambiente», «decoro», dei monumenti, la «bellezza panoramica», la «spontanea concordanza e fusione fra la espressione della natura e quella del lavoro umano», e via dicendo. Esiste un vincolo di rispetto per un centinaio di metri da una parte e dall’altra della via Appia, esiste un altro vincolo di poco più esteso, proposto il gennaio scorso dalla Commissione provinciale per le bellezze naturali, ecc., ma che non comporta l’inedificabilità delle aree, limitandosi solo a imporre generici riguardi ai costruttori. Esistono organi di tutela, statali, comunali, provinciali, cui manca spesso la cultura e l’intelligenza, cui manca sempre l’iniziativa e la forza di intervenire.

Da un paio d’anni lo scempio della via Appia è entrato nella sua fase definitiva. Le lottizzazioni da sporadiche si vanno facendo organizzate, stringendosi a soffocare tutta la via in un abbraccio mortale, la campagna assume un aspetto da stazione climatica, gli edifici cui abbiamo accennato (ipocrisia delle sottili strisce di rispetto) sono e saranno tutti visibili dalla via: il gioco degli interessi stronca in partenza qualsiasi iniziativa sensata.

Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall’altra, la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sueleggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti. Perfino per la cattiva letteratura che nel nostro secolo vi era sorta intorno. Andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l’avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un’opera d’arte di una opera d’arte: la via Appia era intoccabile, come l’Acropoli di Atene. Ma che importa ai funzionari, agli architetti, agli speculatori? Il loro ideale estetico sono gli obelischi di via della Conciliazione, e i baracconí di gesso dell’E 42, nati per ospitare le «Olimpiadi della Civiltà» e scaduti, com’era giusto, a fiera campionaria e parco dei divertimenti, e poi malauguratamente diventati massimo centro d’attrazione per lo sviluppo di Roma.

«Il Mondo», 8 settembre 1953

Fonte: http://archivio.eddyburg.it/article/articleview/10403/0/249/

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11 2014 Ago

Il dovere di salvare le coste

IL DOVERE DI SALVARE LE COSTE
di Mario Tozzi, La Stampa 11 agosto 2014

I recenti dati sullo stato delle coste italiane sono terribili. Probabilmente nessun Paese, con uno sviluppo costiero così cospicuo (quasi 8000 km), ha maltrattato e distrutto il fulcro del suo patrimonio turistico.

E lo ha fatto con una perseveranza che non trova riscontro neppure in Grecia o in Spagna, e che non si ferma nemmeno davanti ai ripetuti allarmi per l’eccessivo consumo di suolo lanciati negli ultimi anni. In Italia l’occupazione delle coste è al 60% contro una media mediterranea del 40%, ma raggiunge vette dell’85% nel Lazio; in Liguria solo 19 km di coste su 135 sono liberi dal cemento, in Emilia Romagna 24 su 104. Il tutto aggravato da una feroce erosione delle coste che le ha ridotte del 40% negli ultimi decenni; erosione che trova la sua ragione nella moltitudine di dighe e cave lungo il corso dei fiumi che così non possono ripascere le spiagge.

Con le spiagge ce la siamo presa particolarmente: su circa 3500 km, quasi 1000 sono occupati dagli stabilimenti ufficiali, poi bisogna aggiungere campeggi, villaggi turistici, infrastrutture varie e le opere residenziali (molte abusive), arrivando a circa una buona metà del demanio marittimo occupato per usi privati. Solo il 29% delle coste italiane (circa 2200 ettari) è libero da insediamenti e integro. Quasi il 60% è invece stato già fatto oggetto di occupazione intensiva che ha comunque sempre comportato almeno la cancellazione della duna e della macchia. Come se non bastasse, il restante 11% è in via di occupazione.

Una volta la grande bellezza italica era anche il mare, ma negli ultimi 25 anni le nostre coste si sono sostanzialmente trasformate in aree urbane. Se aggiungiamo che siamo il paese più caro del Mediterraneo, per quale ragione i turisti stranieri dovrebbero venire, e soprattutto tornare, al mare da noi? E’ vero, il patrimonio artistico, storico e monumentale dell’ex Belpaese è ancora attraente, ma è sommerso dalla grande bruttezza di periferie inguardabili o assediato da costruzioni moderne nemmeno completate. Il valore di contesto, quello che rendeva unico un paese in cui, passeggiando in riva al mare, trovavi il teatro greco o il porto romano, le tagliate etrusche e i villaggi padani, è sfregiato orribilmente. Soprattutto è l’ambiente a essere stato impoverito e distrutto, così la qualità dei soggiorni, soprattutto dei turisti nord-europei è scaduta e ci lasciano a favore delle mete tradizionali (Grecia, Croazia e Spagna) o di quelle nuove (Cina e Sudest asiatico). Perché dovrebbero cercare una natura che non esiste più in Calabria o in Sicilia quando in Thailandia o Indonesia è ancora in gran parte intatta, costa molto meno e viene offerta con una ospitalità che noi abbiamo dimenticato? Forse fra dieci anni anche questi luoghi saranno ricoperti di costruzioni, ma questo è il nodo cruciale del turismo mondiale, la legge non scritta per cui, quando l’infrastrutturazione supera un certo limite, allora il godimento si abbassa in maniera intollerabile e arrivano le infiltrazioni malavitose. E la costa perduta è perduta per sempre.

Se vogliamo conservare e potenziare il motore economico del nostro sistema turistico estivo, abbiamo davanti una strada obbligata, che serve anche a tutelare natura e ricchezza della vita. Portare a 1000 metri dal mare il divieto di costruire (oggi è di 300) e applicare una moratoria di almeno cinque anni alle nuove costruzioni. Le coste sono i nostri gioielli di famiglia esattamente come i monumenti, per via di un legame fra cultura e natura che è da noi più stretto che altrove. Il nostro patrimonio non è tanto la somma dei monumenti, ma il contesto: quello che rende(va) unico in tutto il mondo un Paese che dovrebbe ancora porre a perno della propria identità nazionale e della propria memoria collettiva i valori culturali e naturalistici.

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3 2014 Ago

Dissesto annunciato

DISSESTO ANNUNCIATO
di Salvatore Settis, La Repubblica 4 agosto 2014

BOMBA d’acqua” fuori stagione? Forse, anche se l’annessione dell’Italia ai Tropici sembra ormai un fatto compiuto. Ma mentre tutti si stracciano le vesti, non nascondiamoci dietro un dito.

FRANE , fiumi in piena, disastri naturali ritmano la cronaca di questi anni. Ogni volta, proclami e promesse, in attesa del prossimo lutto. «Una devastazione che mai ci saremmo aspettati» dichiara il presidente del Veneto Zaia, dimentico di smottamenti ed esondazioni nella stessa zona di Refrontolo, lo scorso febbraio.
«Ora si volta pagina, investiamo in opere di difesa» proclama il sito del Governo, con una velina-fotocopia di quelle di altri governi. Per citarne uno, Corrado Clini (allora ministro dell’Ambiente), che dopo una frana in Liguria (settembre 2012) dichiarò pensosamente: «Servirebbe un piano contro il dissesto idrogeologico». Gran prova d’intuito, da parte di chi era stato direttore generale dello stesso Ministero per dieci anni.
Ma in Italia ogni disastro è opera del fato avverso o di congiunture astrali. Mai che si parli di responsabilità o di punire i colpevoli: che sarebbe la prima mossa per voltar pagina davvero, e non a parole. E a che cosa è mai servito il monito del Capo dello Stato, quando dopo un’altra alluvione con quattro morti (settembre 2011) dichiarò che «bisogna affrontare il grande problema nazionale della tutela e della messa in sicurezza del territorio, passando dall’emergenza alla prevenzione»?
Con un territorio allo sfascio dal Cervino a Pantelleria, anziché analizzarne le fragilità e concepire piani d’insieme aspettiamo che i riflettori si accendano su piccole porzioni di territorio, per metterci una pezza: oggi Treviso, ieri Sibari affogata nel fango o Giampilieri coi suoi 38 morti. Come se tutto il resto fosse al sicuro.
L’Italia ha il territorio più fragile d’Europa (mezzo milione di frane), il più esposto al danno idrogeologico, che colpisce periodicamente le persone, l’economia, il paesaggio. Eventi che dovrebbero imporre la redazione di mappe del rischio e la ricerca di soluzioni.
Invece, gli investimenti per la messa in sicurezza del territorio sono diminuiti del 50%, e i lavori per un’aggiornata carta geologica sono stati affossati. Usiamo ancora quella al 100.000, voluta da Quintino Sella nel 1862 più per le risorse minerarie che per lo stato dei suoli.
La nuova carta al 50.000 prevedeva 652 fogli, ma solo 255 sono stati realizzati (il 40 % del territorio), dopo di che, per i tagli lineari alla Tremonti o la spending review che ne è l’impudico sinonimo, il progetto si è arenato. E se del 60% del territorio non c’è carta geologica, come intende il Governo «chiudere la stagione che ha visto l’Italia inseguire le emergenze »? Secondo il rapporto Ance-Cresme (ottobre 2012), il 6,6% del territorio è in frana, il 10% a elevato rischio idrogeologico, il 44% a elevato rischio sismico.
I costi della mancata manutenzione sono stati valutati in 3,5 miliardi di euro l’anno (senza contare i morti): negli anni 1985-2011 si sono registrati oltre 15.000 eventi di dissesto, di cui 120 gravi, con 970 morti. Nonostante questi segnali di allarme, scrive il rapporto, cresce senza sosta «l’abbandono della manutenzione e presidio territoriale che assicuravano l’equilibrio del territorio».
Continua invece il consumo di suolo: secondo dati Ispra, otto metri quadrati al secondo, per ciascun secondo degli ultimi cinque anni (e il Lombardo-Veneto è al primo posto). Dati che trascinano l’Italia fuori dall’Europa, dove il consumo medio del suolo è del 2,8%, a fronte di un devastante 6,9% per il nostro Paese. Pretestuose “grandi opere” pubbliche si aggiungono
a “piani-casa” e condoni edilizi, con l’assunto che basta “mettere in moto i cantieri” e l’economia è salva: la stessa litania menzognera che ci viene ripetuta da Craxi in qua.
Ma questa dissennata cementificazione uccide i suoli agricoli, colpisce al cuore l’agricoltura di qualità, copre i suoli di una coltre di cemento, con perdita irreversibile delle funzioni ecologiche di sistema che aggrava gli effetti di frane e alluvioni. Eppure, secondo l’Associazione Nazionale Costruttori, un piano nazionale per la messa in sicurezza del territorio richiederebbe un investimento annuo di 1,2 miliardi per vent’anni, che assorbirebbe manodopera bilanciando il decremento delle nuove fabbricazioni.
Con un curioso lapsus, Erasmo D’Angelis, che a Palazzo Chigi guida‪#‎italiasicura‬, struttura contro il dissesto idrogeologico, ha dichiarato all’Ansa che il Governo intende procedere allo «sblocca dissesto ». Si spera che intendesse “bloccare il dissesto”, perché a sbloccarlo ci pensano le bombe d’acqua. Ma il decreto “Sblocca Italia” prevede «permessi edilizi più facili e grandi opere accelerate», senza distinguere (lo ha notato Asor Rosa sul Manifesto ) «fra le opere in ritardo per motivi burocratici e quelle nei confronti delle quali si è manifestata la consapevole opposizione dei cittadini in nome di una vivibilità che fa tutt’uno con il rispetto del territorio e dell’ambiente, anzi facendo intenzionalmente d’ogni erba un fascio».
Se sarà così, il lapsus di D’Angelis si rivelerà tragicamente profetico. Per non dire che le “leggi ad alta velocità” servono spesso (come per il Mose) a indirizzare fondi pubblici sul profitto privato dei soliti noti: lo hanno mostrato benissimo Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri nel loro impeccabile Corruzione a norma di legge.
La lobby delle grandi opere che affonda l’Italia ( Rizzoli).
«Il maggior rischio degli investimenti in infrastrutture è la vanità», intitolava il Financial Times del 5 gennaio 2014. Ma nell’Italia delle frane e delle bombe d’acqua la vanità dovrebbe essere bandita.

http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=111786