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22 2016 Gen

La rivoluzione culturale deve partire dal Sud

“La rivoluzione? Ci credo ancora”. Parola di Philippe Daverio. “E – aggiunge – deve partire dal sud, per una vera rinascita culturale di tutta l’Italia”. Il professore e critico d’arte sarà nel salone d’Ercole del Palazzo Reale venerdì alle 16.30, per inaugurare la serie di “Appuntamenti con Murat”. Gli incontri, organizzati dal Polo museale e dalla Soprintendenza assieme al Consolato francese, sono dedicati alla fine delle celebrazioni del bicentenario dalla morte di Gioacchino Murat, generale di Napoleone e re di Napoli, fucilato a Pizzo Calabro nel 1815. L’intervento di Daverio verterà su “Cos’è la rivoluzione?” (info 081 575 2524). Seguirà, alle 18, un approfondimento su “Monsù, la cucina al tempo di Murat”, con Fabrizio Mangoni di Santo Stefano.

Professor Daverio, parlerà di rivoluzione nella città delle rivoluzioni perdute.
“Motivo in più per farlo. Una speranza tradita: il popolo di Napoli si ribella, ma tutto poi torna come prima. Come in una sorta di Gattopardo. Masaniello nel 1647, i giacobini nel 1799: Sembrano appartenere ad un passato remoto, ma sono fondamentali per comprendere la situazione oggi. È soprattutto dalla controrivoluzione borbonica dopo la Repubblica Napoletana che si viene a plasmare una parte della mentalità depressiva del sud”.

Tutta colpa dell’arretratezza del Regno di Napoli?
“Per carità. L’idea della Spagna vista come il diavolo è una tesi manzoniana: un’altra accusa denigratoria del nord verso il sud. Che poi si trasformerà in antimeridionalismo. Napoli era una capitale fiorente, nelle arti e nelle opere: ben più ricca del Piemonte. Va da sé che dopo la Restaurazione cambia tutto. E nasce il contagioso germe della rassegnazione italica. Parte la dicotomia tra nord e sud: l’uno si fa rivoluzionario, l’altro reazionario”.

Questo accadeva 150 anni anni fa, però.
“Nella storia delle società equivale a ieri mattina. Si tratta di elementi sintomatici, che però meritano una riflessione. C’è grande necessità di un revisionismo di tutta questa era, prima di andare avanti. Io, per “dovere di famiglia” credo ancora nella rivoluzione (un mio parente, Francesco Daverio, è stato tra i fautori delle Cinque Giornate di Milano). E se deve esserci, deve partire proprio da Napoli e dal sud. Affidandola agli intellettuali, agli “optimates”. Così che possa puntare sulla cultura. Appoggio l’idea di pensiero di “Save Italy”, la quale sostiene che il nostro Paese si salverà soltanto con grandi investimenti culturali, i primi nel meridione”.

Con la cultura si può mangiare, quindi?
“Basta l’esempio napoletano del mio compianto amico Giannegidio Silva alla vostra metropolitana, per capire quanto l’arte possa fare la differenza anche nel posto più pratico del mondo. E si può anche  ricordare come quel grande guru di Nicola Spinosa dirigeva il sistema museale partenopeo, per farsi l’idea di un successo oggettivo. Gli ingredienti ci sono tutti: Napoli deve solo trasformare la sua tipica arroganza mediterranea in fierezza. Sono due cose totalmente diverse: la fierezza è obbligata alla verifica costante”.

C’è un monumento di Napoli che più le piace?
“Amo piazza del Plebiscito. Un grande simbolo di urbanistica moderna”.

Ma è un prodotto della Napoli “controrivoluzionaria”.
“Vero: è un caso virtuoso in cui l’arte della controrivoluzione sposa il percorso bonapartista rivoluzionario e neoclassico. Napoli è questo: un filo rosso che unisce il pensiero di Giambattista Vico col presepe di Caserta. Un cocktail che, del resto, ha reso grande re Carlo di Borbone, che portò una rivoluzione radicale in città. Ma io continuo ad amare di più suo figlio, Ferdinando IV. Odiato e bistrattato dalla storiografia filopiemontese, fu il primo a credere nella fisiocrazia, nel trionfo dell’agricoltura. Soltanto per la sua intuizione sull’importanza dei pomodori San Marzano e della mozzarella di bufala, meriterebbe un Nobel. Per la Pace, naturalmente: quante discussioni sono terminate davanti a un piatto di spaghetti?”.

 

Fonte: http://napoli.repubblica.it/cronaca/2016/01/22/news/philippe_daverio_la_rivoluzione_culturale_per_cambiare_l_italia_deve_partire_dal_sud_-131819927/

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16 2016 Gen

Come funziona l’ArtBonus

MISURE URGENTI PER FAVORIRE IL MECENATISMO CULTURALE

Ai sensi dell’art.1 del D.L. 31.5.2014, n. 83, “Disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo“, convertito con modificazioni in Legge n. 106 del 29/07/2014 e s.m.i., è stato introdotto un credito d’imposta per le erogazioni liberali in denaro a sostegno della cultura e dello spettacolo, il c.d. Art bonus, quale sostegno del mecenatismo a favore del patrimonio culturale.

Chi effettua erogazioni liberali in denaro per il sostegno della cultura, come previsto dalla legge, potrà godere di importanti benefici fiscali sotto forma di credito di imposta.

 

artbn

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24 2015 Dic

Retoriche della cultura e dell’innovazione

Un maître (interpretato da Giancarlo Giannini), nella ‘splendida cornice’ del Palazzo Farnese di Caprarola, offre a noi spettatori il menu della cultura italiana. Un menuche consiste in: archivi e biblioteche; “arte in generale” (sic); siti archeologici; beni storici e antropologici (“per i palati più raffinati”); il cinema, lo spettacolo dal vivo e quello circense, presentati come “alcune delle nostre specialità”; il patrimonio paesaggistico. Lo slogan dello spot è: Italia: il cibo per la mente è in tavola.

Ora, questo catalogo ci mostra innanzitutto come la metafora “gastronomica” continui a ossessionare – anni dopo il “panino” di Tremonti – l’immaginario politico e mediatico in materia culturale. Secondo la retorica diffusa nel discorso pubblico dell’Italia recente (dunque: giacimenti e tesori e volani e indotti…), la fruizione della cultura è sempre e comunque prevista come operazione unicamente passiva: senza intervento né interazione da parte nostra. La cultura cioè viene ancora interpretata e trasmessa come insieme di “beni” (monumenti oggetti manufatti) prodotti in un passato che ha scarse relazioni con noi, con la nostra esistenza, con il nostro tempo: il “patrimonio”. Essa assume così una connotazione decisamente nostalgica (la nostalgia è la qualità fondamentale della passività: la sua temperatura), e non viene riattivata dalla produzione contemporanea.

Dunque, il cameriere esperto che offre educatamente le specialità nazionali da degustare è la figura – non nuova – di uno modo tutto italiano di concepire la fruizione e la produzione di arte e cultura: di uno scenario che, anzi, diventa ogni mese più credibile e realistico. L’Italia – insieme all’intera Europa meridionale, quella non a caso più in difficoltà dal punto di vista economico nell’era della crisi e all’interno del progetto comunitario – trasformata invacation land. Un unico grande parco di divertimenti, una nazione orientata unicamente all’intrattenimento: l’associazione, l’identificazione tra cultura e turismo nelle diciture istituzionali è d’altra parte ormai da decenni il sintomo di questo processo.

Produrre senso è dunque l’operazione più difficile, in questo momento, nel nostro Paese – mentre interi immaginari che crollano, e niente a sostituirli. Si intravedono solo lampi episodici (nella migliore delle ipotesi). “- Conosce le lingue, un po’ di storia romana? – Hello, madame, fifty euro… Della storia, le assicuro, non importa a nessuno, ai giapponesi, agli slovacchi. Arrivano sotto il Colosseo sfranti di stanchezza e chiedono cinque minuti di simpatia. Vengono da noi come si va in una spa del benessere. In quindici anni di mestiere ho fatto ridere un milione di turisti” (Corrado Zunino, “L’ira del centurione sfrattato dal Colosseo. “E ora chi mi dà 2mila euro al mese?”, “la Repubblica”, 27 novembre 2015).

E non siamo un po’ tutti come questo centurione del Colosseo? La cultura, la cultura italiana, la cultura di oggi, è diventata una spa. Anche da questo molto probabilmente discendono molti degli equivoci dei fraintendimenti delle sovrapposizioni le incrostazioni che negli ultimi anni intaccano la sua percezione diffusa – e quindi i camerieri di lusso nei ristoranti di lusso che declamano il lussuoso menu delle eccellenze italiane.

Forme di innovazione, futures, ricezione

Il tema dell’innovazione è naturalmente al centro di qualunque retorica alternativa a quella appena illustrata. Conviene così ripartire, almeno momentaneamente, da ciò che scriveva Erwin Panofsky in Rinascimento e rinascenze nell’arte occidentale (1960): “Una innovazione – un’‘alterazione di ciò che è stabilito’ – necessariamente presuppone che ciò che è stabilito (lo si chiami tradizione, convenzione, stile, modo di pensare) sia una costante in rapporto alla quale l’innovazione è una variabile. Per poter decidere se una ‘soluzione proposta da un individuo’ rappresenti una ‘innovazione’, dobbiamo ammettere l’esistenza di questa costante e tentar di precisarne la direzione.

Per poter decidere se l’innovazione sia ‘ricca di conseguenze’, dobbiamo tentar di decidere se la direzione in cui si muove la costante è mutata a causa della variabile” (“Rinascimento”: auto definizione o autoinganno?, in Rinascimento e rinascenze nell’arte occidentale, Feltrinelli, Milano 1971, p. 18).

Il punto è: possiamo ancora riconoscere, attorno a noi, “ciò che è stabilito”, vale a dire la tradizione come convenzione comunemente accettata, e in rapporto alla quale riconoscere l’innovazione? È qui che si apre ciò che possiamo definire “il problema della ricezione”. Uno degli aspetti più interessanti di come funziona la cultura contemporanea, ed in particolare l’apparentemente indefinibile ‘blocco psicologico’ che ha annullato la ribellione artistica e che inibisce ogni forma di avanzamento o di ‘scarto’ (non solo in Italia), è quello della ricezione.

Sintetizzando al massimo, infatti, la domanda fondamentale potrebbe essere posta in questo modo: come può esistere un oggetto culturale autenticamente rivoluzionario, se non esiste (più) il pubblico adatto a recepirlo e fruirlo? Se gli ascoltatori, i lettori, gli spettatori cioè non sono minimamente preparati e allenati a riconoscere un capolavoro – ma solo oggetti costruiti secondo codici e convenzioni molto rigidi e standardizzati – che fine fa il capolavoro? (E, in ultima analisi, abbiamo ancora bisogno oggi del capolavoro, così come della ribellione?)

Parallelamente, il sistema della cultura contemporanea appare sempre più strutturato secondo lo schema concettuale – e ideologico – dei futures: alla previsione del futuro, infatti, è subentrata la “predeterminazione” di un futuro programmato sulla base delle caratteristiche, dei valori, delle esigenze presenti. Futuro come programma – comeprocedura – e non come progetto.

Ora, esiste una contraddizione enorme e insormontabile tra la cultura come processo immaginativo contemporaneo (come produzione “vivente”) e un tipo di programmazione che richiede come sua precondizione lo “stare mortale” di cose, opere, individui, idee.

Il futuro in questa versione non è più qualcosa che per definizione non-esiste, ma è qualcosa di predefinito; il futuro è diventato così un presente, identico a quello attuale nelle sue condizioni di base e nei suoi presupposti, che di volta in volta si incarna, si invera nel presente: un presente che “sta” in un’altra zona temporale, e che burocraticamente accade. Un futuro come tempo che si fonda sul medesimo sistema di valori e di convenzioni che regola il presente, e che non se ne discosta invece radicalmente.

La differenza rimane una differenza, per così dire, “geografica”: una distanza tra qui e lì, che si accorcia sempre più fino ad annullarsi e a svanire, più che una differenza irriducibile, inconciliabile e incommensurabile di identità e di modelli. Il futuro non è un tempo ulteriore ma semplicemente un tempo “che-sta-dopo”, che si situa dopo.

È un problema, sempre e comunque, di linguaggio e di percezione. Se oggi ti inserisci dunque – come scrittore, come artista, come regista, come innovatore sociale, come politico – pienamente nella retorica condivisa, è tecnicamente impossibile per te produrre e introdurre nel tuo contesto una reale innovazione (intesa come trasformazione). Eppure, se il tuo pensiero, il tuo discorso e la tua azione seguono una via più ‘corretta’ e procedono del tutto coerentemente su questa strada, allora ti poni automaticamente fuori dal framework e dalla retorica comuni, e ti esponi al rischio di risultare letteralmente incomprensibile.

C’è infatti sempre uno schermo, in Italia: uno schermo che impedisce di vedere, e di sentire, la vita segreta intima profonda. E non quella continuamente raccontata e dispiegata a livello pubblico, ufficiale, istituzionale. Una vita che pure si sta rivelando – in modo del tutto insperato, eppure così naturale, spontaneo – nelle opere e nei processi, per esempio: perché sotterraneamente accade, infatti, che nell’Italia degli ultimi dieci anni siano stati pubblicati alcuni dei romanzi più importanti dell’Occidente, e in pochi se ne siano anche solo accorti?

Anche l’arte visiva, ovviamente, sta esprimendo con fatica risultati notevoli: quantomeno, presagi e annunci significativi di ciò che verrà. Sta producendo cioè senso, che stenta però a essere impiegato in modo fecondo e fertile nel processo di ricostruzione dell’identità collettiva.

O anche solo – se è per questo – a essere riconosciuto. Alcuni tra gli oggetti culturali più significativi non si sedimentano; non ne hanno il tempo. Invece scivolano via dalla percezione comune, si dissolvono (almeno momentaneamente).

Crescita organica, immaginario, transizione

Come si esce da questa impasse? Come si risolve questa contraddizione tra due sistemi di valore incommensurabili? In modo al tempo stesso molto semplice e molto complesso, costruendo con pazienza tenacia e abilità un intero nuovo immaginario in cui far planare, atterrare la psiche collettiva della nazione. L’immaginario è il telaio, la struttura fondamentale in grado di sorreggere un sistema di valori radicalmente alternativo; di costruire i presupposti e le precondizioni per la transizione.

È chiaro quanto e come, per un’operazione collettiva di questo tipo (che richiede certamente tempi lunghi: una ventina o una trentina di anni almeno), sia cruciale riaffermare il potenziale trasformativo dell’oggetto culturale – inteso anche e soprattutto come processo.

La sua capacità latente, oscura, allucinata di intervenire nel tessuto della realtà e delle relazioni umane, per illuminarli e mutarli dall’interno: “L’opera d’arte è una liberazione, ma perché è una lacerazione di tessuti propri ed alieni. Strappandosi, non sale in cielo, resta nel mondo. Tutto perciò si può cercare in essa, purché sia l’opera ad avvertirci che bisogna ancora trovarlo, perché ancora qualcosa manca al suo pieno intendimento” (Roberto Longhi, Proposte per una critica d’arte, 1950).

E in che cosa si sostanzia questa, per ora fantasmatica, transizione? Innanzitutto, è inutile e pericoloso distinguere tra varie tipologie di innovazione: per esempio, non può esistere infatti alcuna innovazione culturale all’interno di una sorta di distopia sociale. Le dimensioni dell’innovazione culturale, politica, sociale, economica si sostengono a vicenda e tendono a sovrapporsi e a coincidere.

Infine, per il momento, diremo che – per portare avanti un tipo di progettazione culturale che davvero si ponga su un piano di esistenza diverso rispetto alle retoriche e alle dinamiche mainstream (come del resto dimostrano gli esperimenti più coraggiosi e riusciti degli ultimi tempi, in settori anche lontani tra di loro) – occorre lavorare: sulla prospettiva di vita di un progetto; sull’infrastruttura di relazioni; sull’articolazione stabile di un sistema organico che cresce costantemente; sulla costruzione di una comunità, capace di mettere insieme le ferite e i traumi con le speranze e il desiderio di rinascere e di rigenerarsi; su un contesto concentrato nello spazio e nel tempo (e in grado di espanderli), che brucia, consuma in quella concentrazione: l’investimento cognitivo e economico, il pensiero, l’evoluzione.

Il modello ideale rimane sempre e comunque quello delle sottoculture: qualcosa che il nostro Paese, non a caso, ha conosciuto a differenza di altri finora in forma unicamente embrionale e subliminale.

Fonte: https://www.che-fare.com/retoriche-della-cultura-e-dellinnovazione/

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16 2015 Lug

Rapporto 2015 ISTAT-MiBACT su Cultura e Turismo

L’istituto nazionale di statistica e il ministero di cultura e turismo presentano il rapporto annuale 2015 sulla situazione del Paese nelle opportunità di crescita dai sistemi culturali, creativi e turistici: tra competenze, sviluppo e patrimonio, un quadro “fortemente caratterizzato da elementi positivi”

“Patrimonio culturale: identità del Paese e inestimabile opportunità di crescita”: a pochi giorni dal rapporto di Federculture, arriva lo studio di Istat e MiBACT a evidenziare le opportunità di crescita che l’Italia può trovare nello sviluppo e nella valorizzazione delle nostre risorse culturali, creative e turistiche.
Una ricerca basata sulla ricchezza dei sistemi locali e sugli investimenti necessari come motori di cambiamento. Il ministro Dario Franceschini e il presidente dell’Istat Giorgio Alleva hanno presentato ieri i dati aggiornati del rapporto annuale 2015 su “patrimonio, paesaggio tradizione e creatività: il valore culturale del territorio”.
Lo studio si pone l’obiettivo di misurare la vocazione culturale e attrattiva dei territori, a partire dalla griglia dei sistemi locali individuati e in funzione di due dimensioni principali: da una parte il patrimonio culturale e paesaggistico, ovvero la presenza fisica sul territorio di luoghi, beni materiali, strutture, istituzioni e altre risorse di specifico valore e interesse storico, artistico, architettonico e ambientale; dall’altra il tessuto produttivo culturale, l’orientamento dei contesti locali verso la produzione di beni e servizi con alto contenuto culturale. A questo punto, indica lo studio, occorre considerare una terza dimensione: l’attrattività turistica.
Mediante un set di indicatori chiave opportunamente selezionati e sintetizzati per le prime due dimensioni considerate è possibile, secondo lo studio, misurare la vocazione culturale e attrattiva dei territori e classificare ciascun sistema locale rispetto a tale misura. Tra gli indicatori del patrimonio culturale e paesaggistico, vengono considerati: musei, siti archeologici e numero di visitatori; archivi e biblioteche e numero di utenti; borghi più belli d’Italia e comuni di identità e tradizione, ambientale, culturale e turistica; edifici storici; indice di conservazione del paesaggio (naturale e urbano);area sottoposta a protezione in % della superficie totale; quota di superficie non urbana; numero di eventi di rilevanza nazionale.
Tra gli indicatori del tessuto produttivo/culturale: unità locali delle imprese culturali e quota di addetti; unità locali di istituzioni non profit culturali e artistiche e numero di addetti; unità locali delle imprese di artigianato artistico e addetti; superficie dedicata a coltivazioni tipiche di qualità; aziende agricole con coltivazioni e/o allevamenti tipici di qualità;studenti degli Istituti di istruzione superiore musicale e artistica.
Per la terza dimensione, quella dell’attrattività turistica, Istat e Mibact indicano: unità locali delle imprese turistiche e quota di addetti; numero di posti letto negli esercizi alberghieri ed extra-alberghieri; presenze negli esercizi ricettivi;aziende agricole che svolgono attività connesse.
In base a questi parametri, viene quindi proposta una “geografia dei territori della cultura” che suddivide i sistemi locali secondo diverse etichette: la grande bellezza (70); potenzialità del patrimonio (138); imprenditorialità culturale (138); il volano del turismo (194); perifericità culturale (71).

“Il quadro generale che emerge è fortemente caratterizzato da elementi positivi” si legge nelle conclusioni del rapporto, che sottolinea come in particolare il patrimonio culturale in senso lato costituisca un’opportunità di sviluppo diffusa su gran parte del territorio nazionale; generi in molti territori un impatto diretto e indiretto rilevante, e su una pluralità di settori economici e produttivi; appaia solo parzialmente sfruttato; rappresenti un fattore strategico su cui puntare per ridurre divari e disuguaglianze nel Paese.
Per “un cambio di prospettiva” servono quindi politiche specifiche, mirate sui territori, centrate su un processo integrato di valorizzazione, che interpreti le risorse culturali come fattore qualificante della catena del valore del sistema produttivo locale e come elemento strategico nei processi di sviluppo delle persone e della collettività.
I possibili interventi per uno sviluppo integrato riguardano in tal senso il potenziamento dell’attrattività dei territori, promuovendo la forma del distretto culturale; lo sviluppo e lo sfruttamento delle competenze, investendo nellaformazione di profili professionali con specifiche competenze nella progettazione coordinata di interventi d’area, nella capacità imprenditoriale e gestionale nel settore culturale, nella valutazione economica e l’impatto degli investimenti culturali; nell’utilizzo delle nuove tecnologie informatiche e multimediali, delle banche dati relative al sistema culturale/territoriale.

Il “Rapporto Annuale 2015 – La situazione del Paese” è consultabile interamente all’indirizzohttp://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/documents/1436885781634_patrimonioculturale.pdf

Fonte: http://marketingdelterritorio.info/index.php/it/notizie/2381-grande-bellezza-e-grande-opportunita-il-rapporto-istat-mibact-su-cultura-e-turismo-in-italia

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28 2015 Apr

Ecco i 70 siti archeologici vietati ai turisti

«A me sta Fontana de Anna Perenne non mi risulta che esista». È la sconfortante risposta di un centralinista del numero della Sopraintendenza al quale abbiamo chiesto informazioni per visitare la Fonte di Anna Perenna, uno dei 70 e più siti archeologici “minori” della Capitale, che non possono essere visitati. Un patrimonio unico al mondo di cui milioni di visitatori, italiani e stranieri, non possono godere a causa della cronica malagestione del tesoro nascosto nella Citta eterna. Lavori interminabili, restauri mai iniziati, consolidamenti mai portati a termine, ma soprattutto la profonda ignoranza di chi è pagato per dare informazioni e davanti alla lingua straniera è costretto a riattaccare per la vergogna di non saper rispondere. Il Tempo ha mappato, in maniera certosina, i siti archeologici della Capitale chiusi al pubblico oppure visitabili solo su prenotazione. Si tratta di monumenti che non rientrano tra le aree turistiche più visitate come il Colosseo. Attraverso estenuanti chiacchierate telefoniche con i centralinisti preposti alle prenotazioni, Il Tempo ha scoperto che due siti archeologici su tre della Capitale, non sono visitabili. Le telefonate, registrate, raccontano scuse e ancora scuse: dalla mancanza di custodi fino «all’area ancora in allestimento», passando per il «non sappiamo di cosa state parlando». E quando in rari casi viene data la disponibilità per una visita guidata, i tempi di attesa possono raggiungere addirittura i tre mesi. Dall’Antiquarium Forense a quello Comunale, dai Templi del Foro Olitorio passando per l’area di Sant’Omobono, fino al tristemente famoso Mausoleo di Augusto. La lista completa, lunghissima, potete scorrerla nella mappa che pubblichiamo in questa pagina. Ma anche Colosseo e Fori possono riservare al turista sprovveduto, amare sorprese. Pagando l’ingresso, infatti, non si accede a tutte le aree del sito e per poterne godere occorre aggiungere un supplemento, a seconda dell’area che si vuole visitare. Questa improbabile “caccia al tesoro” dimostra che Roma Capitale e ministero dei Beni Culturali non sono all’altezza della Città eterna che, per giunta, a breve ospiterà il Giubileo di Papa Francesco. Ascoltate sul sito internet de Il Tempo le telefonate al call center e ci darete ragione [audio delle telefonate ai call center 1 – 2 – 3].

Alessio Buzzelli e Francesca Pizzolante

Fonte: http://www.iltempo.it/roma-capitale/2015/04/27/ecco-i-70-siti-archeologici-vietati-ai-turisti-1.1408903

La replica della Soprintendenza.

«Un numero verde anti-figuracce»

Le fantozziane telefonate al call center del Comune (060608) pubblicate ieri su «Il Tempo» che documentavano i tentativi falliti di prenotare visite ad alcuni siti archeologici (dalle scuse per non saper parlare inglese alle false indicazioni su un sito chiuso che invece era aperto) corredate poi dal nutrito elenco di monumenti chiusi al pubblico, hanno destato malumori alla Soprintendenza dei Beni Archeologici di Roma. Difronte alla situazione catastrofica le rimostranze sono state risibili: «sbagliato» telefonare al call center del Comune, e aver fatto «confusione» tra la Soprintendenza Statale e la Sovrintendenza Capitolina. Una «v» o una «p» di troppo rispetto allo scoop de Il Tempo che ha trovato 70 siti archeologici vietati ai turisti e ai cittadini. Il Soprintendente ai Beni archeologici di Roma Francesco Prosperetti si arrampica sugli specchi. Spiega che i siti «statali» chiusi nell’elenco erano soltanto tre e che altri tre erano chiusi ma prenotabili. Poi, alla fine, si arrende, ammettendo che le disfunzioni ci sono e sono gravi per la Capitale dell’archeologia mondiale.

Fonte: http://www.iltempo.it/roma-capitale/2015/04/28/ecco-la-replica-del-soprintendente-dopo-lo-scoop-sui-siti-dimenticati-un-numero-verde-anti-figuracce-1.1409216

 

Mappa dei 70 siti non visitabili (purtroppo non sono riuscito a trovare un’immagine a più alta risoluzione, ndS)

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21 2015 Gen

Quanto rende la cultura?

I grandi Comuni italiani sembrano incassare poco dalla cultura. Solo due città guadagnano più di €10 a cittadino: Padova e Verona. Da bilancio, 8 delle 15 città prese in considerazione incassano meno di €1 pro capite. 

Fra le 15 città più popolose del Bel Paese, il 93% investiva meno di €100 a cittadino. Un dato in linea con il contesto generale, che vedeva l’Italia fanalino di coda in Europa, ben sotto la media continentale per spesa pubblica nel settore.

Attraverso i bilanci dei comunali italiani è possibile vedere l’altro lato della medagliaQuanto si incassa pro capite ogni anno dalla cultura? Quanto rende? Per rispondere a questa domanda, le classifiche di openbilanci.it ci vengono in aiuto. Stiamo parlando di quelle entrate extra-tributarie realizzate durante manifestazioni o attività culturali.

Il dato è poco edificante, considerando che da bilancio solamente due città fra quelle prese in considerazione incassa più di €10 a cittadino dalla cultura. Parliamo nel caso specifico di Verona, con €20,96 pro capite, e Padova, con €11,65 pro capite. Le due città venete nel 2012 incassavano rispettivamente €5.552.659 e €2.484.614. La classifica vede sempre sul podio Firenze, con €3.057.943 di entrate grazie ad attività culturali

Il 53% delle città prese in considerazione incassava nel 2012 meno di €1 pro capite, con le ultime tre (Bari, Messina e Padova) che da bilancio alla voce “Cultura” hanno un sonoro “zero euro”.

Immagine1

openbilanci.it è la piattaforma web che rende finalmente pubblici i bilanci negli ultimi dieci anni di tutti i comuni italiani. Una grande quantità di dati grezzi e ufficiali è stata liberata ed è ora pronta per essere scaricata da cittadini, media e ricercatori. Inoltre confronti, classifiche e mappe sono di supporto per addentrarci in un ambito che non sia per i soli addetti ai lavori e che ci permetta di chiedere conto ai nostri politici.

 

Fonte: http://saperi.forumpa.it/story/103101/quanto-rende-la-cultura-la-classifica-dei-comuni-italiani?utm_source=newsletter&utm_medium=FORUMPANET&utm_campaign=MAILUP

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3 2014 Set

I musei, la gente, e la rivoluzione attesa della cultura

Gli intellettuali “educatori” non hanno mai cambiato il mondo. Forse neppure migliorato. Quelli che vogliono educare il mondo, in genere, svaniscono nell’irrilevanza. Il mondo prende le sue strade, giuste o sbagliate che siano, e non si fa educare da nessuno. Se non da sé stesso.

Quest’apertura dal tono definitivo si addice ai beni culturali e all’eterno problema di come, pur ritenuti importanti, fondamentali, anzi essenziali, siano poi lasciati al decadimento, a una vita grama, senza (quasi) nessuna produzione di valore.

Possibile che tutto il danno stia nella mancanza di fondi? Pompei ha avuto una marea di soldi, la cui maggioranza è stata o spesa male o non spesa (e tuttavia i responsabili della programmazione, da cui dipende Pompei, sono sempre gli stessi…). Possibile che la decadenza dei beni culturali sia dovuta al mondo esterno, che non è sensibile, non dà risorse, e non dedica loro abbastanza attenzione? Non ci dobbiamo accontentare. Ci dev’essere dell’altro.

Un problema è già nel nome. Il concetto di beni culturali ha un significato limitato rispetto a quello di cultura. E il linguaggio tradisce sempre verità scomode. La missione di un programma pubblico nella cultura è promuovere la capacità d’inventare, di creare, di esprimere liberamente il talento; di favorire la creazione di opere nei vari campi dell’arte e di far in modo che la cultura raggiuga il più gran numero di persone, se non di tutti. Insomma, migliorare la vita della nazione, mettendoci sempre più bellezza.

Poi, anche il fine della bellezza non è (tanto) la sua ammirazione esteriore. È quando entra nel nostro mondo interiore, che ci cambia davvero. La cultura non è frequentare un museo (lo è anche, naturalmente), è crescere personalmente nella coscienza delle cose, e Shakespeare fa capire le vicende umane più di chiunque, così come Dante ci fa sentire vicini al senso del bene e del male, più di ogni altro. La lista è lunga e ognuno ha la sua. La cultura è questo: la consapevolezza che cresce dentro di noi. Capire come si sta al mondo, che vita scegliamo di avere, come sentire gli altri vicini, uniti dalla comune umanità.

Nella concezione imperante, la cultura diventa e s’identifica con i “beni culturali”, con l’eredità materiale da tutelare. Un conservare per l’umanità. E se il presente potesse scomparire, sarebbe anche meglio. Come i Faraoni che mettevano nelle loro tombe le cose più care per averle con sé per l’eternità, così pensiamo che il ruolo della nostra generazione sia preservare i “beni” per quelle future, dimenticandoci del presente, dimenticando che servono anche a noi. Come sono serviti alla generazione che li ha generati. Ogni “bene culturale” è sedimentazione di vita, della comunità che l’ha usato, di storia che si è svolta intorno a loro e insieme a loro, senza nessuna “autorizzazione”. Tutelare è una qualità indispensabile, farsene imprigionare, no. L’idea che il “bene culturale” sia da isolare, immobilizzare, da rendere indisponibile, forse è solo un’idea italiana, forse è solo della generazione che ha governato questo mondo. Altrove non se ne trova traccia.

Non è perciò strano che chi sente la propria missione esclusiva nella conservazione dei beni, poi impronti sé stesso al massimo del conservatorismo. L’oggetto del lavoro, diventa il soggetto dell’identità. Almeno fossero ben conservati, ma purtroppo non è così. I crolli c’erano anche quando non c’era la spending review. È evidente che conservare è una condizione necessaria ma non sufficiente, per creare un mondo più ambizioso, rispetto alla “cura e tutela”.

C’è un altro infido luogo comune che bisogna debellare: il rapporto tra i soldi e la cultura. È convinzione generale che occorre creare valore dai beni culturali, insomma ricavarci qualche soldo in più, rispetto al poco di oggi. Allora qui parte un braccio di ferro insensato: i sovrintendenti-conservatori, quelli della cura e tutela, si lanciano con veemenza contro la “mercificazione”. Contro il potere demoniaco dei soldi (cui loro per definizione sono indifferenti), che piegherebbe la bellezza dell’arte alla meschina servitù del denaro. S’instaura perciò un’equazione corriva: più “valorizziamo” i beni culturali, meno potremo tutelarli e curarli. Quanto sia insensata questa equazione lo capisce chiunque, e tuttavia è quella con cui più facilmente si fa breccia nell’opinione pubblica. È un po’ come dire che la vita è una minaccia per la morte. Per altro, i buoni musei nel mondo vivono dei soldi pubblici, delle entrate proprie e dei soldi della comunità civile. Senza quest’ultimo aiuto è difficile far quadrare i conti.

E la minaccia più grande, secondo questi conservatori, sembrano le persone. Troppi turisti, che in quest’accezione non sono considerati come persone, come se il loro essere turisti li trasformi, con un maleficio oscuro, in primitivi minacciosi. Poi, non si capisce perché “tutti questi turisti” quando vanno al Metropolitan Museum di New York, e ci vanno in numero enormemente superiore che da noi, nessuno avverta minacce e danni, ma si assiste solo a gioia e vita. Il Metropolitan ha grande ospitalità, charme e vita mondana, ma anche una produzione scientifica notevole e ogni anno sforna studi, ricerche, papers di ogni tipo. Da noi l’ospitalità è spesso ostilità, mentre la produzione culturale è minima. Solo in rari casi si redigono relazioni sulle attività svolte, sull’uso delle risorse, sull’organizzazione dell’offerta, sui visitatori. Non è un problema genetico, perché i nostri storici dell’arte li ritroviamo in posti di responsabilità… all’estero. È un problema di come il personale è selezionato, di come fa carriera, e di come (si è impedito) il suo ricambio. Pareto direbbe che il sistema è chiuso e le nuove élite non hanno spazio, perciò, invece di esplodere, vanno altrove.

La verità è che i conservatori potendo, non vorrebbero troppa gente. O almeno, li vorrebbero a condizione di poterli “educare”. Entrarci però con la loro cultura pop, con il grado d’interesse che liberamente scelgono di avere, magari sorvolando sul quadro “fondamentale”, per dedicarsi a quello famoso, questo no, a loro non è concesso. La lezione di Warhol non è ancora acquisita. Quando un museo è senza visitatori, è un fallimento. Se poi la presenza della gente procura anche, come dovrebbe, entrate economiche, moneta di corso corrente, non è male per nessuno. Perciò, contrapporre la tutela alla presenza della gente e all’incasso di denaro, non ha senso.

E qui si arriva a un punto nodale, ora che i maggiori musei italiani hanno un’autonomia molto ampia. Diventerà ciascuno il luogo più importante e identitario della città? Nel mondo anglosassone gli stakeholders dei “beni culturali”, sono i cittadini, le istituzioni locali, le persone fisiche, persino le famiglie, oltre alle imprese e alle fondazioni benefiche. Ciascuno nel suo, ciascuno nella forma voluta e prevista (praticamente con una gamma infinita di possibilità) può dare il suo contributo: può finanziare, può utilizzare, può partecipare al suo governo, può avere gratificazione, dal nome inciso da qualche parte, all’intestazione di interi padiglioni. I musei producono vita e vivono della vita di ciascun soggetto. Sono patrimonio di tutti e devono parlare a tutti. Prendere un aperitivo serve alla causa, come sponsorizzare una mostra, o un restauro. Sono praterie da riempire e non riserve da preservare. Sono in sintonia con le pulsioni delle città, non luoghi asettici, improntati alla retorica del bello senza conseguenze.

Sono importanti, perché importano a tutti. E ognuno ha il suo mattoncino da aggiungere, avendo anche qualche gratificazione, perché siamo umani, non di marmo. Metterci vita nei musei, significa restituirli alla responsabilità delle comunità, non separarli. Dove è successo, c’è una grande lezione per gli “educatori”.

 

Fonte: http://www.huffingtonpost.it/antonio-preiti/musei-gente-rivoluzione-cultura_b_5747716.html?utm_hp_ref=tw

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25 2014 Ago

Fare scacco al Louvre

Mostre: bastano un po’ di quattrini e fai scacco anche al Louvre
di Tomaso Montanari | Il Fatto Quotidiano 22 agosto 2014

Una retorica globale vuole che il tramonto dello Stato coincida con l’alba di un nuovo mecenatismo, in una generale regressione dai diritti ai privilegi, dalle Costituzioni alla charity: anche in Italia è a questi messia che una politica senza progetto affida il futuro del patrimonio culturale. Se è dunque questo il modello che ci aspetta, sarà il caso di conoscerlo meglio.
Mentre da noi si è scelta la strada delle sponsorizzazioni commerciali (Della Valle al Colosseo, Stefano Ricci a Ponte Vecchio, Fendi a Fontana di Trevi,…), con cinque successive leggi approvate tra il 2003 e il 2009, lo Stato francese ha regolato e incoraggiato il mecenatismo senza contropartite, che oggi riesce a incanalare 5 miliardi di euro l’anno verso iniziative pubbliche. Il 26% di questa cifra enorme tocca alla cultura: eguagliando l’intero bilancio annuale del nostro ministero dei Beni culturali. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio: e ora in Francia il dibattito sui limiti e i rischi del mecenatismo è alimentato da una storia che non ha fin qui trovato posto sui giornali italiani, paralizzati da farse estive provinciali, come quella dei Bronzi di Riace nominati testimonial dall’Expo leghista.

Nel 2012, l’allora direttore del Louvre, Henry Loyrette, accetta di organizzare una mostra di fotografie naturalistiche scattate da un misterioso sudcoreano noto con il nome d’arte di Ahae (che significa “bambino”): una manifestazione straordinariamente sontuosa, con un padiglione di mille metri quadrati montato nel Giardino delle Tuileries e un catalogo da 200 euro aperto da una prefazione dello stesso Loyrette. Nell’estate dell’anno successivo Ahae (che non si mostra mai in pubblico) replica a Versailles, dove noleggia un enorme spazio dell’Orangerie, e dove organizza una serie di eventi mondani (cui partecipa anche l’ambasciatore italiano).
Negli stessi mesi, gli italiani apprendono dal sito del Fai che l’artista è anche un mecenate: “Una vendita insolita ha attirato acquirenti da tutto il mondo per aggiudicarsi un lotto davvero sui generis, battuto, infine, per 520 mila euro. Ad aggiudicarsi l’antico borgo di Courbefy è stato un artista sudcoreano, Ahae, in questi giorni protagonista di una mostra al Louvre con una raccolta di sue fotografie. Ora le dodici case con canili e stalle, e la fortezza del 1100, potranno rinascere e le autorità locali sperano che il nuovo proprietario risollevi, con il recupero architettonico, anche l’economia locale”. Questa strana congiuntura attira l’attenzione di Bernard Hasquenoph, un grafico e giornalista parigino che ha fondato il blog Louvrepourtous (Il Louvre è di tutti), sul quale conduce un prezioso lavoro d’inchiesta sulla commercializzazione dei grandi musei francesi, sulla fedeltà alla “loro missione di servizio pubblico”, sui rischi del mecenatismo.
Hasquenoph mette in fila una serie di fatti sconcertanti: nessuno conosceva Ahae prima del 2011, quando una società sudcoreana finanzia una sua mostra alla Grand Central Terminal di New York, e quando mostre altrettanto autofinanziate si aprono a Praga, a Londra, a Mosca e anche a Venezia e Firenze (in quelle “fotografie manca qualsiasi costruzione. Non c’è nulla che intacchi l’equilibrio naturale”, scrive allora Repubblica); anche la mostra del Louvre risulta prodotta e pagata da una società dell’artista e il resoconto annuale del mecenatismo dimostra che Ahae ha donato al Louvre anche un milione e 100 mila euro, vedendo il proprio nome inciso sulle pareti storiche del museo, tra quelli dei grandi benefattori; infine, anche dietro la mostra di Versailles c’è lo stesso deplorevole scambio tra denaro (si parla di donazioni per almeno 2 milioni) e riconoscimento culturale.
Basterebbe questo per nutrire più di un dubbio su un sistema che permette a un artista debuttante, ma evidentemente ricchissimo, di comprarsi una consacrazione pubblica nientemeno che al Louvre e a Versailles. Ma il meglio deve venire. Con un colpo da Pulitzer, nell’agosto del 2013, Hasquenoph riesce a svelare la vera identità del misterioso fotografo asiatico: che altri non è che l’allora 72enne Yoo Byung-eun, uno dei più ricchi imprenditori del suo paese (con trascorsi giudiziari di qualche rilievo), fondatore della Chiesa Evangelica Battista di Corea (seguita da 20.000 fedeli, e sfiorata da un episodio di suicidio di massa nel 1987) e astuto proprietario del cliccatissimo dominio web www.god.com. E anche questo era un durissimo colpo alla credibilità del Louvre, la cui carta etica proibisce di accettare doni in odore di proselitismo religioso, o provenienti da imprenditori sulla cui attività possa esistere “un dubbio di legalità”.
Ma la vicenda prende una piega veramente drammatica il 16 aprile di quest’anno, quando avviene uno dei più gravi disastri della storia civile della Corea del Sud: il traghetto Sewol affonda, causando la morte di 293 persone. Questo esito tragico si deve alla criminale incapacità dell’equipaggio di evacuare i passeggeri, ma il naufragio va addebitato alla sopraelevazione del traghetto, cui era stato aggiunto dall’armatore un ponte abusivo. Tutto ciò suscita un’enorme ondata di sdegno popolare: che conduce alle dimissioni del primo ministro Chung Hong-won, e che viene ulteriormente alimentata dal terribile video girato, nei suoi ultimi minuti di vita, da Park Su-hyeon, un passeggero di 17 anni. Il 28 maggio 2014 il governo di Seul si decide a spiccare un mandato d’arresto internazionale per il proprietario del battello: che è il nostro Yoo Byung-eun, il cui nome d’arte è (per sempre?) inciso sulle pareti del Louvre.
In tutta la Corea del Sud non si trova un avvocato disposto a difendere l’illustre latitante, sul cui capo pende ora una taglia da 350.000 euro. E tra arresti di familiari e colpi di scena d’ogni tipo, la fuga del filantropo di Versailles termina (almeno ufficialmente) il 12 giugno scorso: quando in un campo a 400 km a sud di Seul viene ritrovato un cadavere in avanzato stato di decomposizione, che un test del Dna attribuisce a Yoo Byung-eun, alias Ahae, morto in circostanze che appaiono tuttora assai dubbie.
Un finale straordinario: e “straordinaria nell’ordinario” era l’opera di Ahae nelle encomiastiche parole del direttore del Louvre, il quale (nella migliore tradizione lobbista dello scambio di ruoli) presiede oggi la potente Admical (l’Associazione per lo sviluppo del mecenatismo culturale e industriale). E se perfino al Louvre è successo di mettere il proprio nome al servizio di un simile personaggio, cosa accadrà ai nostri poveri musei, per i quali già si parla dell’interesse di fondi sovrani arabi e imprenditori asiatici? Siamo sicuri che indurli a cercare denaro non li spingerà ad associarsi al peggio della nostra società? E anche se la loro tenuta morale sarà indiscutibile, avranno i mezzi per scoprire chi sono gli aspiranti mecenati, e dunque per evitare di legittimare riciclatori di denaro sporco, santoni, mafiosi o anche solo imprenditori di dubbia fama?
Dopo il clamoroso caso Ahae queste domande sono più urgenti che mai.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/23/mostre-bastano-un-po-di-quattrini-e-fai-scacco-anche-al-louvre/1096636/

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16 2014 Ago

Con lo 0,2 % la cultura muore

“CARI ITALIANI, CON LO 0,2 % LA VOSTRA CULTURA MUORE”
Alain Le Roy, Ambasciatore di Francia in Italia (2012-2014)

“L’Italia non deve disperarsi. È ancora la seconda potenza manifatturiera in Europa, dove ci sono problemi per tutti. Noi francesi per esempio condividiamo con gli italiani il rimpianto per le riforme strutturali non fatte quando sarebbero state meno costose, prima della crisi. La Germania le ha realizzate dieci anni fa quando c’erano più margini di manovra. Adesso anche noi soffriamo. Il governo francese ha dovuto varare un taglio della spesa pubblica di 50 miliardi di euro da qui al 2017″. Alain Le Roy sta per lasciare il principesco ufficio romano di Palazzo Farnese al termine dei tre anni di mandato come ambasciatore della Francia. Con la felpata e diplomatica attenzione che ha dedicato alla crisi economica e politica italiana, una cosa non è riuscito a capire: perché l’Italia, il Paese che ha di gran lunga il più ricco patrimonio artistico al mondo, spende così poco per la cultura.

Lei saprà che l’Italia ha avuto un importante ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che ha teorizzato che “con la cultura non si mangia”?
Ho saputo. Ma non credo che sia questa l’idea prevalente nel vostro Paese. Ho parlato con molti politici di ogni orientamento, e tutti mi hanno dato la stessa risposta: è giusto, ma in questo momento non abbiamo risorse in più da investire sulla cultura.
Siamo davvero così indietro?
L’Italia spende per la cultura lo 0,2 per cento del bilancio dello Stato, la Francia l’I per cento. Cinque volte tanto. È così da sempre. Il livello di investimento francese è questo dai tempi di François Mitterrand, quello italiano è così basso da sempre, responsabilità dei governi di ogni colore politico.
Come si fa a mangiare con la cultura?
In primo luogo sono soldi spesi bene perché servono a educare i giovani. Le faccio un esempio: il museo del Louvre ha aperto recentemente una sezione dedicata all’arte islamica, anche grazie a importanti contributi finanziari di diversi Paesi arabi. Sicuramente questa iniziativa diffonderà in Francia la comprensione della ricchezza culturale di quel mondo. In secondo luogo, la cultura può essere un motore della crescita e oggi in Francia possiamo constatare che l’industria culturale da più posti di lavoro dell’industria dell’auto. Questo avviene grazie alla spesa statale nel settore. Per questo penso che lo scarso livello di spesa dell’Italia, in questo scenario di crisi economica e disoccupazione, si traduca in un’occasione persa, in un tesoro buttato.
Lei parla di industria culturale, ma l’Italia ha il problema di tenere aperti i musei e fermare lo sfacelo di Pompei.
È vero. Non sarà un caso che da noi il ministero, fondato nel 1959 dallo scrittore André Malraux, si chiama “della Cultura”, da voi “dei Beni culturali”. Il bilancio del ministero francese, pari a 7,2 miliardi di euro, è destinato per 2,7 miliardi alla cultura in senso stretto (monumenti, musei…) e per 4,5 miliardi alla lettura, ai media e all’industria culturale. Lo Stato per esempio sostiene molto il cinema, che oggi vanta un primato in Europa. Devo dire che forse in questo settore la Francia è aiutata dalla struttura più centralizzata dello Stato.
Non avete le regioni e avete una radicata tradizione statalista.
Soprattutto c’è l’idea che la politica culturale è un pilastro decisivo dell’azione dello Stato. Pensi al fatto che abbiamo da trent’anni la legge sul prezzo unico del libro, introdotta dal ministro Jack Lang, che vietando sconti superiori al 5 per cento sui libri ha salvato molte piccole librerie nei centri storici. E pensi che il Louvre ha potuto aprire un vero e proprio museo distaccato a Lens, ex cittadina mineraria del nord flagellata dalla disoccupazione giovanile. Gli effetti positivi sull’economia della zona sono stati immediati.
In questi tre anni non ha visto niente di simile?
Sicuramente l’esempio di Torino è importante. La città ha cambiato identità, da capitale industriale è diventata anche un polo di attrazione culturale, molti più turisti francesi hanno cominciato ad andarci. È un fatto locale, dovuto a buoni sindaci come Sergio Chiamparino prima e Piero Fassino adesso.
Chi glielo dice al governo italiano, mentre deve fronteggiare il mantra europeo dell’austerità, di trovare un po’ di miliardi di euro da spendere in musei, restauri e sostegno al cinema?
Capisco che il momento è difficile, e lo è per tutti in Europa. Però noto che in Francia la crisi economica sta colpendo duramente, eppure mai nessuno ha introdotto nel dibattito pubblico l’idea di tagliare i fondi alla cultura.
La soluzione che va per la maggiore in Italia è quella di delegare ai privati manutenzione e sfruttamento economico dei beni culturali.
Non è tra le soluzioni prese in considerazione dal governo francese. Il Louvre, per esempio, nessuno ha mai pensato di privatizzarlo. Accoglie ogni anno circa 10 milioni di visitatori, ma ben il 40 per cento dei suoi ricavi vengono dai privati, sotto forma di contributi e donazioni. Quando il sistema funziona, aziende e fondazioni private sono incoraggiate a intervenire con i loro contributi. Naturalmente questo anche grazie a meccanismi di sconto fiscale, una strada sulla quale il ministro Dario Franceschini lavora nella stessa direzione.
Con tutte queste differenze (spesa alta contro spesa bassa, centralismo contro autonomie locali) la collaborazione tra i due governi risulta complicata?
Le cooperazioni culturali sono fitte e funzionano bene. E devo dire che quando ci sono state da fare importanti battaglie internazionali la Francia ha sempre trovato l’Italia al suo fianco. Insieme abbiamo difeso il progetto Erasmus. E quando abbiamo sostenuto il principio di quella che noi chiamiamo exception culturelle, cioè l’esclusione dei prodotti culturali dal trattato di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, per difendere il mercato interno, i governi Monti prima e Letta poi ci hanno seguito. E abbiamo vinto.

 

di Giorgio Meletti, Il Fatto Quotidiano 8 agosto 2014

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10 2014 Ago

Open source, amministrazione e lungimiranza

Due notizie a confronto:

Il Comune di Torino rinnova i pc e dà l’addio a Microsoft: “Risparmiamo 6 milioni”. La città si avvia a diventare il primo grande centro italiano “open source”: passaggio graduale, gestito dal Csi, al software gratuito Linux: finora la spesa per ognuna delle 8300 postazioni era di 300 euro. La novità potrebbe estendersi ad altri enti come Regione e comparto sanità
(Fonte: http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/08/03/news/il_comune_rinnova_i_pc_e_d_laddio_a_microsoft_risparmiamo_6_milioni-93067980/)

e

Pc, telefoni, luce: tutti gli sprechi del Comune di Roma. Per l’acquisto dei software per i computer, il Campidoglio spende quasi il 600% in più rispetto ai costi di riferimento. Ecco gli interventi previsti dall’amministrazione capitolina nel piano di rientro per risparmiare 440 milioni di euro in tre anni (Fonte: http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/08/07/news/pc_telefoni_luce_tutti_gli_sprechi_del_comune-93285659/)

 

Nel primo si legge “Microsoft e compagnia, addio: in Comune approderà Linux e Gates e i suoi soci si vedranno alleggerire le casse di 300 euro per ciascuno degli 8300 computer dell’amministrazione comunale”. Nel secondo: “Per la precisione, Roma capitale spende per dotare i propri pc di comunissimi software 4.037 euro a computer anziché 585, esattamente il 590% in più“.

A ognuno le sue considerazioni.