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8 2016 Set

I gangster dell’Appia

In riferimento all’iniziativa di MAppiam! riporto qui un articolo di Antonio Cederna, scritto esattamente 53 anni fa, incentrato sulla Via Appia: sempre sensibile alle problematiche della salvaguardia e tutela del patrimonio culturale, traccia un quadro desolante della Regina Viarum, allora preda di speculazione edilizia e alla mercé di privati del tutto insensibili al passato. Nonostante la situazione sia in gran parte mutata, proprio grazie al suo operato, a distanza di mezzo secolo permane il medesimo senso di disinteresse e gestione privatistica di un bene di valenza mondiale.

« La lotta per la salvaguardia dei valori storico-naturali del nostro paese è la lotta stessa per l’affermazione della nostra dignità di cittadini, la lotta per il progresso e la coscienza civica contro la provocazione permanente di pochi privilegiati onnipotenti. »
(Antonio Cederna, Salvaguardia dei centri storici e sviluppo urbanistico, in Casabella 250, 1961)

Sulla via Appia Antica, fuori Porta San Sebastiano, c’è una «stazione di servizio» per automobili, mal situata, brutta, ridicola. Mal situata, perché appena cinquanta metri prima del Domine quo vadis?, cioè al bivio con la via Ardeatina, dove l’Appia si restringe e l’incrocio è pericoloso. Brutta, perché arieggia a portico di vecchia fattoria con le sue tre arcate, la tettoia coperta da tegole e qualche sparuta pianta verde in vasi di terracotta, nella pretesa di non stonare con «l’ambiente círcostante». Ridicola, perché nel suo muro, a edificazione del turista, sono incastrati frammenti antichi di marmo, di iscrizioni greche e latine, sarcofagi, cornici architettoniche: altri frammenti antichi di marmo e terracotta sono esposti in una vetrina tra i bidoni dell’olio, e ancora marmi, terrecotte, pezzi di stemmi medioevali, unti e macchiati, sono collocati sopra ai distributori di benzina. Tutte queste «antichità», in parte false, in parte comprate in via del Babuino, in parte rubate sulla via stessa, oltre a costituire un degno prologo per chi si accinge a visitare in macchina i restí di quella che fu la «regina delle vie», hanno un grande valore simbolíco: oggi l’antico è tollerato solo se, fatto a pezzi insignificanti, può essere ridotto a ornamento, a fronzolo, a servo sciocco delle «esigenze della vita moderna», del «traffico», del «dinamísmo del nostro tempo», insomma di quello che dicono «progresso». È quello che sta succedendo a tutta la via Appia, destinata entro pochissimi anni a scomparire, per diventare un rigagnolo in mezzo alla nuova città che sta sorgendo sopra e intorno ad essa, grazie a una banda di speculatori, alla previdenza dei tecnici del Comune di Roma, all’inerzia degli organi ministeriali, teoricamente prepostí alla tutela del nostro patrimonio archeologico, paesistico, monumentale.

Ammírato il distributore di benzina, voltiamo a destra per un sentiero in salita: fatta qualche decina di metri, restiamo esterrefatti. Abbiamo davanti a noi tutta la zona tra le vie Appia e Ardeatina da una parte e la via Cristoforo Colombo dall’altra, quasi un grande rettangolo di un chilometro per seicento metri: quello che l’anno scorso era ancora un pezzo di campagna romana, un dolce irregolare avvallamento a prati, alberi, orti, con qualche vecchio casale, è oggi un deserto d’inferno, ad altipiani e abissi, sconvolto dalle macchine scavatrici, che hanno distrutto alberi, prati e orti, che mangiano la terra intorno ai vecchi casali, lasciandoli sospesi in cima ad assurdi pinnacoli. Si sta sistemando il terreno, si stanno scavando le fondamenta di un nuovo quartiere di Roma extra moenia, esteso quanto villa Borghese.

In prossimità della via Appia e dell’Ardeatina sorgerà una fascia di «villini» e di «villini signorili» a quattro piani, quindi una fascia di «palazzine» a cinque e sei piani, quindi verso la via Crístoforo Colombo un ampio agglomerato a costruzione intensiva, con edifici di almeno otto piani, per un’altezza massima di ventotto metri. A parte i consueti abusi, come l’aumento dei piani grazie ai finti seminterrati, gli attici «arretrati», ecc., il nuovo quartiere incomberà ad altezze scalate sulla via Appia, divenuta misero budello ai suoi piedi, tanto più che essa in quel tratto è a quota 16-18, mentre il terreno del nuovo quartiere arriva a quota 30-40. Qualche esigua e frammentaria zona di rispetto «assoluto» (un centinaio di metri sulla carta) e di rispetto «con particolarilimitazioni», servirà soltanto ad attestare l’ipocrisia dei progettisti.

Il nuovo quartiere sarà naturalmente attraversato da strade. Una strada larga venti metri, partita dalla piazza dei Navigatori sulla via Cristoforo Colombo, dove sta la truce mole dell’ex «albergo di massa», oggi casa-prigione popolare, attraverserà il nuovo quartiere in diagonale, scavalcherà la via Appía quasi all’altezza del Domine quo vadis? e andrà a finire al quartiere Appio-Latino. Una seconda strada, di circonvallazione, larga cinquanta metri, partita dalla via Ostiense, scavalcherà la via Appia quasi all’altezza del Domine quo vadis? e arriverà all’Appia Nuova. Una terza strada, proveniente presumibilmente dall’E 42, scavalcherà la via Appia quasi all’altezza del Domine quo vadis?, dove si unirà alle prime due. Altre strade minori taglieranno il nuovo quartiere recando nuova congestione al Domine quo vadis?: la scelta dell’illustre chiesina come centro di confluenza di tanto traffico è davvero una trovata ammirevole. Infine, un’altra strada di circonvallazione lungo la ferrovia Roma-Pisa, di cui già esiste un tratto (via Cilicia), ma che si è dovuta arrestare di fronte alla scoperta dei ragguardevoli resti di un mausoleo, scavalcherà la via Appia a metà strada tra il Domine quo vadis? e la Porta San Sebastíano. Chi arriverà a Roma dalla via Appia si meraviglierà di entrare in galleria.

Guardiamoci attorno: Roma col suo più bel tratto di mura è ancora, per il momento, davanti a noi. Ma già sulla via Cristoforo Colombo si alzano i sinistri scheletri di due smisurati casamenti a 10-11 piani (cooperative villa Madama e Montecitorio), destinati a case economiche per deputati, senatori e funzionari del Senato e del Parlamento: tutta la larghissima via, in origine destinata ad essere strada-parco, diventerà una strada-corridoio, costruita intensivamente con edifici colossali su entrambi i lati, anzi, un’apposita commissione ne garantirà il «carattere monumentale» (!). Più lontano, tutta la zona ai piedi del Bastione del Sangallo rigurgita di villini di freschissima data costruiti, ad opera di varie cooperative edilizie, per abitazione di funzionari delle Belle Arti, che si sono auto-autorízzati a infischiarsi delle zone di rispetto: il «via» alle costruzioni abusive appena sotto alle Mura fu dato, poco prima della guerra, dalla villa di Eugenio Gualdi, presidente della Società Generale Immobíliare. Guardiamo infine al di là dell’Appia, al di là della valle dell’Acquataccio e della Caffarella: grotteschi edifici sono sorti in via Cilicia, la via Latina è scomparsa sotto un mucchio confuso di nuove costruzioni: tutta la zona tra la ferrovia RomaPisa e la via Latina sarà costruita intensivamente, e gran parte della bella conca della Caffarella costruita a «villini» (o come altro saranno chiamati), per oltre mezzo chilometro.

Nella relazione che il 21 ottobre 1951 la Giunta romana tenne al Consiglio comunale, intorno al nuovo piano regolatore, si diceva, in tono saggio e mellifluo, che Roma deve espandersi verso i Colli e verso il mare: tra queste due direttrici, sarebbe rimasto intatto «il grande cuneo della zona archeologica (che), a cavallo dell’Appia Antica, si spinge fino al cuore della città, al Campidoglio, come una riposante fascia di verde, dalla quale emergeranno, testimonianza perenne di storia e civiltà, i resti dei gloriosi monumenti», ecc. ecc. Farebbe un’opera buona chi volesse spiegarci perché mai, in meno di due anni, il cuneo archeologico e la riposante fascia di verde si sono trasformati in cuneo, fascia e baluardo di cemento armato.

Pochi metri oltre la basilica di San Sebastiano, sulla nostra destra, il muro della via è abbattuto: un centinaio di metri in là, nella bella campagna, ecco il primo esempio della nuova edilizia che distruggerà per sempre l’integrità monumentale e paesistica di tutta la via Appia. Sei villini son già pronti, arancione, gialli e rossi, strani nella pianta e nell’alzato, a mezzo tra la piccola stazione ferroviaria, la vecchia fattoria e la casina della bambola; tetti, terrazze, verande, scale esterne si accostano, si susseguono, si incastrano ad angoli retti, ottusi, acuti: vediamo finti comignoli di forma indescrivibile, torrette cilindriche, loggiati ad arcate, balconcini a tettoia sorrettida travi di legno, pensiline sorrette da pilastri di tufo, finestre lunghe e corte, alte e basse, strette e larghe, rettangolari e quadrate, barbacani ed oblò. Retrocediamo in fretta, e superiamo la tomba di Cecilia Metella.

Comincia il tratto più splendido e più famoso della via Appia. Al quarto chilometro, di fronte alla casa in cui Pio IX nel 1853 si fermò a sperimentare il telegrafo (elettrico relatori experi-undo), entriamo nei campi alla nostra sinistra. Ecco, a un centinaio di metri, un altro gruppo di ville (tutto il vasto terreno è già lottizzato, tra la via Appia e la via dell’Acquasanta), giallognole, dal tetto a spioventi, con alti comignoli: nonostante che portici e finestre siano «moderni», queste ville hanno qualcosa di vecchio, di cui non sappiamo per ora renderci ragione. Ci inoltriamo ancora nella campagna, fin che arriviamo sul ciglio di una vecchia cava di selce, e per poco non vi precipitiamo dalla meraviglia: una decina di metri sotto ai nostri piedi ci appare una vasta macchia di un azzurro accecante, una grande piscina privata con fondo in mosaico di vetro, orlo ondulato di cemento come le fosse degli orsi, toboga, trampolino, ombrelloni gialli, rossi e blu.

Tornati sulla via e fatto un centinaio di passi, pieghiamo a sinistra in una nuova strada asfaltata: eccoci di fronte a un grande edificio in costruzione, arrivato al primo piano. A terra vediamo un mucchio di tegole, e comprendiamo quanto prima ci aveva sorpreso: l’aria di «antico» delle case, che a decine e a centinaia vanno sorgendo sulla via Appia, deriva in gran parte dall’impiego di tegole usate; un muratore che sta lavandosi i piedi in una vasca dove sono a bagno i mattoni ci spiega che ciò avviene per legge. Con simili espedienti i responsabili si mettono a posto la coscienza.

Guardiamo meglio l’edificio in costruzione, un’altra grande sorpresa ci aspetta: per un paio di metri di altezza il muro esterno è rustico, fatto di pietre chiare e scure, ma tutte, di nuovo, hanno qualcosa di «antico», molte addirittura sono già coperte di muschio. C’era da aspettarselo: per tutta la sua ampiezza il muro è composto di pietre antiche, rubate alla viaAppia e ai suoi monumenti. Giriamo intorno all’edificio, tra cataste di mattoni e pozzi di calce, e contiamo, sull’erba, una dozzina di grossi mucchi (carico di altrettanti camion) di pietre antiche rubate alla via Appia e ai suoi monumenti: sono blocchi di selce del pavimento antico della via, inconfondibili perla forma e l’impronta delle carreggiate, sono grossi pezzi di marmo lunense e di pietra albana tolti al rivestimento dei sepolcri, sono (chi non ci crede vada a verificare) grossi frammenti di statue.

Non basta: tutti i muretti e relativi pilastri d’ingresso, che sono stati costruiti per centinaia di metri lungo la via Appia, a delimitazione delle nuove proprietà, sono tutti fatti con pietre antiche rubate alla via Appia e ai suoi monumentí; tra le pietre antiche vediamo ancora iscrizioni, frammenti di sarcofagi, di ornati architettonici, di colonne, basi e capitelli, frantumi di selce dell’antico pavimento. Un secolo fa l’archeologo Luigi Canina eresse lungo la via delle piccole pareti in cotto e con gusto eccellente vi murò i frammenti antichi che man mano veniva scoprendo: da anni, un giorno dopo l’altro, questi frammenti vengono smurati, trafugati, venduti, usati come materiale di costruzione.

Torniamo sull’Appia: un cartello ci informa che «42.000 metri quadrati di terreno, eventualmente divisibili» sono in vendita; passiamo davanti a una nuova villa (n. 201, «Sola beatitudo»: vedremo tra un paio d’anni dove sarà andata a finire la beata solitudo), e arriviamo al n. 203: ci balza innanzi la massa informe, orrenda della Pia Casa Santa Rosa, ormai famosa per lo scandalo che suscitò un paio di anni fa. Se non ricordiamo male, l’edificio, progettato a tre piani, venne autorizzato dal Consiglio Superiore del Ministero della Pubblica Istruzione «per deferenza alla benefica istituzione» (bel principio urbanistico). Nell’entusiasmo dei lavori l’architetto (Spina Alberto) pensò bene di aggiungere un quarto piano: contro il quarto piano insorsero la Commissione provinciale per le bellezze naturali, panoramiche e paesístiche, insorse la Soprintendenza ai Monumenti, insorse lo stesso ConsiglioSuperiore, che ne ordinò «l’immediata demolizione». L’ordine rimase naturalmente lettera morta, capitò invece che i fondi stanziati venissero anzitempo esauriti, tanto che si sperò vivamente che la Pia Casa rimanesse incompiuta: ma intervenne la Provvidenza, e oggi la Pia Casa è in funzione, con tutti i suoi quattro piani e il suo macabro intonaco violetto. È psicologicamente interessante ricordare che l’architetto Spina si difese dalle critiche, non solo paragonando il suo capolavoro alle badie di Farfa, Casamari e Subiaco e al monastero di Montecassino, ma sostenendo che la via Appia, lungi dall’esserne danneggiata, ci guadagnava.

Andiamo avanti ancora, osservando i monumenti a testa bassa, per non scoprire altri scempi. Ma i monumenti stessi sono ridotti a letamai, sommersi da immondizie di ogni genere: sembra che per il bilancio del Comune di Roma (o della Soprintendenza alle Antichità? o di quella ai Monumenti?) un paio di spazzini per la via Appia siano un carico eccessivo. Gíungiamo all’altezza di Tor Carbone: qui sulla destra dell’Appia dovrebbe sorgere, grazie alla Società Immobiliare, un grande quartiere di villini di lusso, collegato con una strada all’E 42. Prendiamo a sinistra la via Erode Attico che porta all’Appía Pignatelli: fatti pochi metri, riceviamo un altro tremendo colpo nello stomaco.

Nel vasto angolo formato dalla via Erode Attico con la via Appia, ci feriscono la vista una dozzina di «víllini signorili», di varia foggia e dimensione. Tra i colori predominano il víola e l’arancione: le case hanno forma assai complessa, con avancorpi, sporgenze e rientranze, i tetti hanno i soliti comignoli e le solite tegole; vediamo portici ad arco pieno, ad arco ribassato, ad architrave, finestre a feritoia, arcuate, quadrate, finte colombaie, lampioni di ferro battuto: ogni casa è recintata da un muro di tufo giallo, talvolta con pilastri copertí a tettuccio. Il bel quartierino ha la solita aria finto paesana da città dei balocchi, come fosse costruito da uno scenografo incerto tra Italia centrale, Tirolo e Svizzera, con qualche reminiscenza classica. Tra le curiosità principali notiamouna casa con grondaia in su anziché in giù, e una specie di pagoda cinese a due piani, il primo ad arcate di mattoni, il secondo a vetrate continue.

Gíriamo intorno gli occhi: verso nord, dietro al bel quartierino, si innalza in tutta la sua profondità lo spettro della Pia Casa; verso sud, cioè sempre sulla sinistra della via Appia, ci appaiono adesso altre ville e villini; verso oriente, in basso, ecco distendersi un nuovo e maggiore quartiere, dall’aspetto meno «signorile» del primo; scendiamo nella stessa direzione e passiamo in mezzo alla vasta e miserabile nuova Borgata di Santa Maria Nuova. Quanto all’Appia Pignatelli, la bella via solitaria a valle dell’Appia Antica, sappiamo che verrà allargata per essere trasformata in grande strada di traffici (naturalmente con costruzioni ai lati, anche attorno al Circo di Massenzio), che sarà prolungata fino a Roma con un tronco parallelo all’Appia Antica, portando nuova rovina nella valle della Caffarella, fino a Porta Latina: sarà quindi la quinta grande nuova strada che cancellerà dalla faccia della terra la campagna a sud di Roma.

Ríentrati a Roma, fermatici davanti alla stupida e spropositata mole del palazzo della Fao, rovina della Passeggiata Archeologica, cioè del primo tratto della via Appia, nel riporre una vecchia guida, rileggiamo la frase di Goethe, dell’11 novembre 1786, messa a epigrafe del primo capitolo: «Questi uomini lavoravano per l’eternità; tutto essi hanno preveduto tranne la demenza dei devastatori, cui tutto ha dovuto cedere».

La demenza dei devastatori ha raggiunto oggi vette inimmaginabili: un ultimo esempio corona per il momento il nostro triste e parzialissimo elenco. Al sesto chilometro della via Appía, sulla sinistra, isolate nella campagna, sorgono le rovine famose, vaste, imponenti della villa dei Quintili, del secondo secolo dopo Cristo, avanzi di un ninfeo, di un acquedotto, di un criptoportico, di terme, di cisterne, di sale grandiose, ecc., con una vista stupenda sui Colli e i Castelli. Ebbene, anche qui i nuovi vandali dementi stanno tramando un colpo inaudito: un «nucleo residenziale» (grazie alla SocietàGenerale Immobiliare) sorgerà immediatamente a ridosso delle rovine, per una profondità di circa trecento metri nella campagna; la lottizzazione si estenderà in uguale misura, complessivamente per una cinquantina di lotti, anche sulla destra della via Appia: questa, chiusa in mezzo, sarà affiancata da due strade parallele, una a destra, l’altra a sinistra. Lottizzare il Foro Romano o la villa Adriana non sarebbe misfatto peggiore.

Ingenuo chiedersi come avvenga tutto ciò. Esistono articoli di leggi (legge 1939 sulla tutela delle cose d’interesse artistico e storico, legge 1939 sulla protezione delle bellezze naturali e panoramiche, regolamento 1940 per l’applicazione della precedente), intesi a salvaguardare «l’integrità», le condizioni di «prospettiva», «luce», «ambiente», «decoro», dei monumenti, la «bellezza panoramica», la «spontanea concordanza e fusione fra la espressione della natura e quella del lavoro umano», e via dicendo. Esiste un vincolo di rispetto per un centinaio di metri da una parte e dall’altra della via Appia, esiste un altro vincolo di poco più esteso, proposto il gennaio scorso dalla Commissione provinciale per le bellezze naturali, ecc., ma che non comporta l’inedificabilità delle aree, limitandosi solo a imporre generici riguardi ai costruttori. Esistono organi di tutela, statali, comunali, provinciali, cui manca spesso la cultura e l’intelligenza, cui manca sempre l’iniziativa e la forza di intervenire.

Da un paio d’anni lo scempio della via Appia è entrato nella sua fase definitiva. Le lottizzazioni da sporadiche si vanno facendo organizzate, stringendosi a soffocare tutta la via in un abbraccio mortale, la campagna assume un aspetto da stazione climatica, gli edifici cui abbiamo accennato (ipocrisia delle sottili strisce di rispetto) sono e saranno tutti visibili dalla via: il gioco degli interessi stronca in partenza qualsiasi iniziativa sensata.

Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall’altra, la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sueleggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti. Perfino per la cattiva letteratura che nel nostro secolo vi era sorta intorno. Andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l’avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un’opera d’arte di una opera d’arte: la via Appia era intoccabile, come l’Acropoli di Atene. Ma che importa ai funzionari, agli architetti, agli speculatori? Il loro ideale estetico sono gli obelischi di via della Conciliazione, e i baracconí di gesso dell’E 42, nati per ospitare le «Olimpiadi della Civiltà» e scaduti, com’era giusto, a fiera campionaria e parco dei divertimenti, e poi malauguratamente diventati massimo centro d’attrazione per lo sviluppo di Roma.

«Il Mondo», 8 settembre 1953

Fonte: http://archivio.eddyburg.it/article/articleview/10403/0/249/

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12 2015 Set

In memoria di Fabio Maniscalco

Navigando per l’Internet, mi sono imbattuto in una figura che definire eroica sarebbe un eufemismo: Fabio Maniscalco. Nato a Napoli il primo agosto del 1965, a 28 anni (1993) era già Ispettore Onorario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ma – soprattutto – nel 1996 nel teatro di guerra della Bosnia e di nuovo nel 1997 “ha creato e diretto il team sperimentale di tutela dei beni culturali del contingente multinazionale in Albania, con cui ha realizzato il monitoraggio del patrimonio culturale durante l’operazione di peace-keeping “ALBA” (fonte Wikipedia). Grazie a Maniscalco, arruolato nei ranghi della Brigata Garibaldi, per la prima volta dal 1954 viene quindi applicato l’articolo 7 della Convenzione dell’Aja per la protezione dei beni culturali in caso di conflitti armati. Come se non bastasse, “durante l’attività di monitoraggio si è inoltre infiltrato nel mercato clandestino dell’arte, recuperando numerosi materiali archeologici” (fonte Wikipedia). Tutto il contrario, quindi, di quell’Indiana Jones al quale fu accostato dalla stampa di quegli anni. Si batte contro lo Ius Predae – in pratica, il diritto da parte del vincitore di fare bottino del patrimonio storico-artistico dello sconfitto – e a favore della salvaguardia e della tutela delle testimonianze del passato.


Una testimonianza della distruzione del cinquecentesco ponte di Mostar, avvenuta nel 1993, simbolo fino a quel momento di pacifica convivenza tra culture differenti.

Mentre quindi crescevo al ginnasio, manifestando con i miei coetanei contro l’assurdità della guerra jugoslava, e poi al liceo contro il conflitto albanese e serbo-kosovaro, un archeologo della mia attuale età spendeva tutte le sue energie nella difesa del patrimonio culturale, inteso nella sua accezione più ampia, ossia come appartenente all’Umanità intera. Tranne qualche articolo di giornale a ricordarlo, di Maniscalco non si ricorda quasi più nessuno. Come mai? Eppure, nel 2007, venne addirittura candidato al premio Nobel per la pace – andato poi ad Al Gore e all’IPCC dell’ONU non senza polemiche. Come mai, dicevamo? Perché Maniscalco è morto nel 2008 a causa dell’esposizione delle polveri di uranio impoverito contenuto nei proiettili e nei missili utilizzati nella guerra dei Balcani, polveri che a distanza di anni hanno causato prima il cancro, quindi la morte di decine e decine di militari. Una morte scomoda, la cui eziologia solo in epoca recente sta divenendo di fatto riconosciuta.

Non una damnatio memoriae, ma un silenzio assordante su di una figura di primo piano, realmente in prima linea nella difesa del patrimonio culturale, figura di cui si sente assoluta mancanza dato soprattutto il panorama attuale.

Da ‘Predella‘, n. 35 (il grassetto è mio)

FORMARE, EDUCARE E COOPERARE: L’ATTIVITÀ DI FABIO MANISCALCO E L’OSSERVATORIO PER LA PROTEZIONE DEI BENI CULTURALI IN AREA DI CRISI

Mariarosaria Ruggiero Maniscalco

Fabio Maniscalco è noto soprattutto per il suo impegno nel campo della salvaguardia dei beni culturali nelle aree a rischio e di conflitto [… e] poté sostenere che la distruzione culturale è un’arma di guerra sottovalutata, ma efficace e ampiamente praticata, aprendo fronti di studi inesplorati.

Intese la cancellazione della memoria come cancellazione di una comunità stessa, della sua identità e dignità; interpretò la distruzione del patrimonio culturale di un popolo non come conseguenza di una pulizia etnica, ma come uno dei suoi germi più biechi. Indagò, fece nascere e collazionò studi isolati e spesso ignorati sull’argomento, offrendo una panoramica di ampio respiro, maggiormente intelligibile. Si occupò delle problematiche del patrimonio culturale ad ampio raggio: dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale alla situazione balcanica, dalla distruzione dei resti archeologici di Cipro ai danni ai beni culturali dell’Iraq, della Palestina e della striscia di Gaza, toccando aree martoriate come l’Afghanistan, l’Algeria, il Libano, la Valle di Kathmandu, i templi di Lhasa. […]

Analizzò anche i rischi derivanti dalla spoliazione del patrimonio culturale nazionale e mondiale operata dal mercato clandestino, dalle archeomafie, dai furti e saccheggi connessi a fatti storici di maggiore portata: nelle città italiane, a Napoli in particolar modo, instaurando una fitta collaborazione con il Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri e col generale Roberto Conforti, col quale strinse un rapporto di stimata collaborazione. Per aree più lontane come il Mali e la Nigeria, quest’ultima martoriata dall’alternarsi di colpi di stato e di conflitti interni, ravvisò nell’esportazione illecita di beni culturali una delle principali cause della dispersione del patrimonio archeologico e demo-etno-antropologico. Gli ultimi due volumi della collana monografica da lui ideata e diretta, dedicati alla Palestina e agli interventi a salvaguardia dei beni culturali nelle aree a rischio bellico, presentano una stretta correlazione e sono emblematici dell’idea che Fabio aveva di tutela del patrimonio culturale di un popolo. Si tratta in entrambi i casi delle prime pubblicazioni scientifiche interamente dedicate al tema della tutela e della conservazione nei territori a rischio bellico e in quello palestinese in particolare. Da un lato egli sottolineava la necessità di una approfondita conoscenza delle sopravvivenze storico-culturali, dall’altro era presentata l’idea forte, innovativa, che la tutela debba intendersi come salvaguardia attiva, svolta sul territorio durante le fasi di un conflitto, messa in atto possibilmente dalle stesse parti interessate, addirittura prima del conflitto. Insomma insegnava a predisporre una coscienza della preservazione dal danno derivante dallo stato di emergenza. […]

La sua missione fu costantemente rivolta a scongiurare la damnatio memoriae, in primo luogo attraverso la conoscenza e l’attuazione della Convenzione dell’Aja del 1954. Come egli ricordò in più occasioni, Israele ratificò la Convenzione nel 1957, ma poiché l’Autorità palestinese non aveva l’arbitrio di ratificare gli accordi internazionali la Convenzione era valida solo su determinate aree previste (B e C) dall’accordo di Oslo (1993) e dal Protocollo di Hebron. Israele, dunque, ha attuato a più riprese distruzioni di interi quartieri. Ma anche nelle aree previste dagli accordi è facile immaginare che le disposizioni convenzionali furono e sono puntualmente ignorate o disattese.

Da qui l’idea di apporre il simbolo di protezione dei beni culturali, lo Scudo Blu, sugli edifici storici di Nablus e di Hebron con due finalità: quella per cui nacque istituzionalmente, e cioè segnalare la presenza di un monumento di interesse storico agli eserciti e al personale presente sul territorio durante il conflitto; l’altra, favorire l’agnizione della memoria storica da parte della popolazione e dell’Autorità palestinese. Insomma Fabio metteva di fronte alle responsabilità non solo lo Stato occupante, ma anche le autorità civili e culturali, quali le Università e i centri di ricerca. […]

Fabio era certo che solo l’educazione a sentire come un patrimonio comune l’espressione culturale dell’altro, anche del nemico, è la chiave per proteggere il patrimonio culturale mondiale che soffre di saccheggi e distruzioni, di snaturamenti e deturpazioni causati non solo dalla guerra, ma anche dagli interventi ricostruttivi del dopoguerra, oltre che da terremoti e disastri naturali. L’operato dell’Osservatorio fu guidato dall’esigenza di una regolamentazione della materia di tutela dei diritti umani e della difesa della cultura, dalla necessità di una divulgazione, applicazione e, ove necessario, di una revisione della legislazione; Fabio fu in più occasioni critico anche sull’operato dell’ONU, che ha in più di una circostanza dimostrato di essere subordinata alle grandi potenze mondiali, e dell’UNESCO che non sempre è stata in grado di gestire le situazioni di crisi in maniera del tutto autonoma e indipendente.

Aggiornamenti e link

Qualche tempo dopo questo articoletto, sull’onda delle vicende dell’ISIS e in occasione dell’uscita di un libro tra il biografico ed il romanzato (‘Oro dentro. Un archeologo in trincea’ di L. Sudiro e G. Rispoli), si è tornati a parlare del Nostro.

F. Maniscalco, “Sarajevo” (da Google Books):

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27 2015 Ago

Il piombo nell’acqua avvelenò Roma?

Vista la calura estiva, ripropongo qui un articolo di Focus di qualche tempo fa, a proposito della presenza di ossidi di piombo nell’alimentazione romana: ricordiamolo, la presenza di piombo causa saturnismo. La sua presenza nell’acqua, però, non sembra esser stata in percentuali tali da concorrere al declino della civiltà di Roma.

 

Piombo nell’acqua degli antichi romani

Nelle case dell’Urbe arrivava un’acqua con una quantità di piombo 100 volte superiore al normale. Una concentrazione notevole, ma non abbastanza alta da causare problemi di salute.

Nell’acqua che bevevano gli antichi romani c’era una quantità di piombo almeno 100 volte superiore rispetto all’acqua delle sorgenti locali: è quanto sostiene una ricerca dell’Università francese di Lumière, Lione, pubblicata sulla rivista scientifica USA Proceedings of the National Academy of Sciences.

Questa contaminazione, dovuta al complesso sistema di tubature degli acquedotti dell’Urbe, se pur non compatibile con i moderni standard igienico-sanitari non era tuttavia sufficiente – hanno concluso gli scienziati – da rappresentare una minaccia per la salute.

Dal tubo al bicchiere. Secondo alcune testimonianze storiche, proprio l’avvelenamento da piombo sarebbe stato alla base di alcuni dei malanni più diffusi nell’Antica Roma (come per esempio la gotta, una forma di artrite infiammatoria) e avrebbe in qualche modo anche contribuito al declino dell’aristocrazia – minata nella salute – e alla caduta dell’Impero.

Per verificare queste ipotesi gli archeologi hanno prelevato campioni di sedimenti in alcune delle più importanti vie d’acqua romane: nella zona che precede il delta del Tevere, nei canali limitrofi e nelle vicinanze del Portus, l’antico Porto di Claudio e Traiano dove oggi si trova Fiumicino. Le analisi geochimiche sono state confrontate con le testimonianze storiche della presenza umana nelle varie aree e con le analisi di cinque tubature per l’acqua del I-II secolo d.C.

È emerso che nel periodo di splendore dell’Impero la contaminazione di piombo nell’acqua raggiunse un picco, dovuto probabilmente alle condutture utilizzate per l’acqua. Gli isotopi di piombo rinvenuti nei sedimenti sono infatti compatibili con quelli delle miniere di Spagna, Francia, Inghilterra e Germania dove venivano estratte le materie prime per realizzare le fistulae, le tubature idriche degli acquedotti romani.

Non è colpa del rubinetto
Nonostante i livelli di piombo da record non ci sono elementi tali – scrivono gli scienziati – per sostenere che l’acqua dell’antica Roma avvelenasse i suoi abitanti, e tantomeno che l’Impero sia caduto a causa del sistema di distribuzione idrico. «Ci vuole ben altro per avvelenare un’intera civiltà» hanno affermato gli archeologi.

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3 2014 Set

I musei, la gente, e la rivoluzione attesa della cultura

Gli intellettuali “educatori” non hanno mai cambiato il mondo. Forse neppure migliorato. Quelli che vogliono educare il mondo, in genere, svaniscono nell’irrilevanza. Il mondo prende le sue strade, giuste o sbagliate che siano, e non si fa educare da nessuno. Se non da sé stesso.

Quest’apertura dal tono definitivo si addice ai beni culturali e all’eterno problema di come, pur ritenuti importanti, fondamentali, anzi essenziali, siano poi lasciati al decadimento, a una vita grama, senza (quasi) nessuna produzione di valore.

Possibile che tutto il danno stia nella mancanza di fondi? Pompei ha avuto una marea di soldi, la cui maggioranza è stata o spesa male o non spesa (e tuttavia i responsabili della programmazione, da cui dipende Pompei, sono sempre gli stessi…). Possibile che la decadenza dei beni culturali sia dovuta al mondo esterno, che non è sensibile, non dà risorse, e non dedica loro abbastanza attenzione? Non ci dobbiamo accontentare. Ci dev’essere dell’altro.

Un problema è già nel nome. Il concetto di beni culturali ha un significato limitato rispetto a quello di cultura. E il linguaggio tradisce sempre verità scomode. La missione di un programma pubblico nella cultura è promuovere la capacità d’inventare, di creare, di esprimere liberamente il talento; di favorire la creazione di opere nei vari campi dell’arte e di far in modo che la cultura raggiuga il più gran numero di persone, se non di tutti. Insomma, migliorare la vita della nazione, mettendoci sempre più bellezza.

Poi, anche il fine della bellezza non è (tanto) la sua ammirazione esteriore. È quando entra nel nostro mondo interiore, che ci cambia davvero. La cultura non è frequentare un museo (lo è anche, naturalmente), è crescere personalmente nella coscienza delle cose, e Shakespeare fa capire le vicende umane più di chiunque, così come Dante ci fa sentire vicini al senso del bene e del male, più di ogni altro. La lista è lunga e ognuno ha la sua. La cultura è questo: la consapevolezza che cresce dentro di noi. Capire come si sta al mondo, che vita scegliamo di avere, come sentire gli altri vicini, uniti dalla comune umanità.

Nella concezione imperante, la cultura diventa e s’identifica con i “beni culturali”, con l’eredità materiale da tutelare. Un conservare per l’umanità. E se il presente potesse scomparire, sarebbe anche meglio. Come i Faraoni che mettevano nelle loro tombe le cose più care per averle con sé per l’eternità, così pensiamo che il ruolo della nostra generazione sia preservare i “beni” per quelle future, dimenticandoci del presente, dimenticando che servono anche a noi. Come sono serviti alla generazione che li ha generati. Ogni “bene culturale” è sedimentazione di vita, della comunità che l’ha usato, di storia che si è svolta intorno a loro e insieme a loro, senza nessuna “autorizzazione”. Tutelare è una qualità indispensabile, farsene imprigionare, no. L’idea che il “bene culturale” sia da isolare, immobilizzare, da rendere indisponibile, forse è solo un’idea italiana, forse è solo della generazione che ha governato questo mondo. Altrove non se ne trova traccia.

Non è perciò strano che chi sente la propria missione esclusiva nella conservazione dei beni, poi impronti sé stesso al massimo del conservatorismo. L’oggetto del lavoro, diventa il soggetto dell’identità. Almeno fossero ben conservati, ma purtroppo non è così. I crolli c’erano anche quando non c’era la spending review. È evidente che conservare è una condizione necessaria ma non sufficiente, per creare un mondo più ambizioso, rispetto alla “cura e tutela”.

C’è un altro infido luogo comune che bisogna debellare: il rapporto tra i soldi e la cultura. È convinzione generale che occorre creare valore dai beni culturali, insomma ricavarci qualche soldo in più, rispetto al poco di oggi. Allora qui parte un braccio di ferro insensato: i sovrintendenti-conservatori, quelli della cura e tutela, si lanciano con veemenza contro la “mercificazione”. Contro il potere demoniaco dei soldi (cui loro per definizione sono indifferenti), che piegherebbe la bellezza dell’arte alla meschina servitù del denaro. S’instaura perciò un’equazione corriva: più “valorizziamo” i beni culturali, meno potremo tutelarli e curarli. Quanto sia insensata questa equazione lo capisce chiunque, e tuttavia è quella con cui più facilmente si fa breccia nell’opinione pubblica. È un po’ come dire che la vita è una minaccia per la morte. Per altro, i buoni musei nel mondo vivono dei soldi pubblici, delle entrate proprie e dei soldi della comunità civile. Senza quest’ultimo aiuto è difficile far quadrare i conti.

E la minaccia più grande, secondo questi conservatori, sembrano le persone. Troppi turisti, che in quest’accezione non sono considerati come persone, come se il loro essere turisti li trasformi, con un maleficio oscuro, in primitivi minacciosi. Poi, non si capisce perché “tutti questi turisti” quando vanno al Metropolitan Museum di New York, e ci vanno in numero enormemente superiore che da noi, nessuno avverta minacce e danni, ma si assiste solo a gioia e vita. Il Metropolitan ha grande ospitalità, charme e vita mondana, ma anche una produzione scientifica notevole e ogni anno sforna studi, ricerche, papers di ogni tipo. Da noi l’ospitalità è spesso ostilità, mentre la produzione culturale è minima. Solo in rari casi si redigono relazioni sulle attività svolte, sull’uso delle risorse, sull’organizzazione dell’offerta, sui visitatori. Non è un problema genetico, perché i nostri storici dell’arte li ritroviamo in posti di responsabilità… all’estero. È un problema di come il personale è selezionato, di come fa carriera, e di come (si è impedito) il suo ricambio. Pareto direbbe che il sistema è chiuso e le nuove élite non hanno spazio, perciò, invece di esplodere, vanno altrove.

La verità è che i conservatori potendo, non vorrebbero troppa gente. O almeno, li vorrebbero a condizione di poterli “educare”. Entrarci però con la loro cultura pop, con il grado d’interesse che liberamente scelgono di avere, magari sorvolando sul quadro “fondamentale”, per dedicarsi a quello famoso, questo no, a loro non è concesso. La lezione di Warhol non è ancora acquisita. Quando un museo è senza visitatori, è un fallimento. Se poi la presenza della gente procura anche, come dovrebbe, entrate economiche, moneta di corso corrente, non è male per nessuno. Perciò, contrapporre la tutela alla presenza della gente e all’incasso di denaro, non ha senso.

E qui si arriva a un punto nodale, ora che i maggiori musei italiani hanno un’autonomia molto ampia. Diventerà ciascuno il luogo più importante e identitario della città? Nel mondo anglosassone gli stakeholders dei “beni culturali”, sono i cittadini, le istituzioni locali, le persone fisiche, persino le famiglie, oltre alle imprese e alle fondazioni benefiche. Ciascuno nel suo, ciascuno nella forma voluta e prevista (praticamente con una gamma infinita di possibilità) può dare il suo contributo: può finanziare, può utilizzare, può partecipare al suo governo, può avere gratificazione, dal nome inciso da qualche parte, all’intestazione di interi padiglioni. I musei producono vita e vivono della vita di ciascun soggetto. Sono patrimonio di tutti e devono parlare a tutti. Prendere un aperitivo serve alla causa, come sponsorizzare una mostra, o un restauro. Sono praterie da riempire e non riserve da preservare. Sono in sintonia con le pulsioni delle città, non luoghi asettici, improntati alla retorica del bello senza conseguenze.

Sono importanti, perché importano a tutti. E ognuno ha il suo mattoncino da aggiungere, avendo anche qualche gratificazione, perché siamo umani, non di marmo. Metterci vita nei musei, significa restituirli alla responsabilità delle comunità, non separarli. Dove è successo, c’è una grande lezione per gli “educatori”.

 

Fonte: http://www.huffingtonpost.it/antonio-preiti/musei-gente-rivoluzione-cultura_b_5747716.html?utm_hp_ref=tw

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11 2014 Ago

Museo della città: Londra, Roma e l’importanza dell’identità

Quando si visita una città, in special modo se la città in questione è una delle grandi capitali mondiali, occorre fare i conti con la complessità della sua compagine rispetto al poco tempo a disposizione per farsene un’idea e comprendere realmente le sfumature del luogo prescelto per la visita. La soluzione più naturale è quella di avere a disposizione un museo pensato proprio per la funzione di fornire uno sguardo generale, strutturandolo a più livelli di approfondimento e di rimandi al contesto urbano, generalmente realizzato in primis per sensibilizzare chi in quella città ci abita, plasmandone ed educandone l’animo civico tale da trasformarlo da residente in cittadino a tutti gli effetti. Tale museo, essendo portavoce dell’intera città, deve avere una propria identità, immediatamente percepibile dall’avventore occasionale, dal turista più smaliziato, dal cittadino stesso: già dal logo deve essere in grado di esprimere la propria particolarità, il proprio valore aggiunto in quanto sintesi efficace della multiformità di una realtà pluristratificata ed in continua evoluzione.

Il Museo di Londra, fondato nel 1976, racconta la vita e l’evoluzione della capitale inglese dalla preistoria ad oggi. Si tratta di un museo all’avanguardia, orientato alla cittadinanza innanzitutto – essendo qui racchiuso tutto il background della città in cui vivono, articolato anche in una sezione dedicata ai Docks (l’area portuale) e alla parte archeologica vera e propria – e quindi ai turisti, ai quali viene offerta una visuale a 360 gradi sulla città che sono andati a visitare: attratti da altri monumenti ed istituzioni ben più celebri – ad esempio, il British Museum – vengono qui sensibilizzati e fatti partecipi delle vicende cittadine. Per meglio comunicare la propria missione, nel 2009 ha avviato una sperimentazione riguardo il logo, alla ricerca di una identità per sé e le due istituzioni connesse. Il risultato, progettato da londinese Coley Porter Bell, è quello sottostante:

museum_of_london_logo

museum_of_london_sub

Immagini: http://www.underconsideration.com/brandnew/archives/london_over_time_as_a_logo.php#.U-TrU_l_uSo

Le diverse aree colorate sono rappresentazioni schematiche dell’evoluzione della pianta di Londra, dalle sue origini fino ai giorni nostri. Per le Docklands la dominante è il colore azzurro, legato all’acqua; per l’archeologia, il marrone. In una maniera semplice ed immediata, moderno e bello a vedersi, il logo fornisce ai futuri visitatori una sintesi visuale e concettuale di tutto ciò che potranno vedere nelle sale del museo, rimando ipertestuale alla città ed alla sua complessità.

A Roma, invece, cosa accade? Anzi, cosa non accade: non esiste, nonostante se ne parli grossomodo da un secolo, un museo della città. Il facente funzione, al momento, è il Museo di Roma di Palazzo Braschi, che però inizia la sua narrazione dal Medioevo, con un orientamento spiccatamente artistico. La visione di Roma, invece, dovrebbe spaziare liberamente, con un maggiore accento – inevitabile quanto comprensibile – sull’archeologia. “Il patrimonio archeologico, in particolare, è privo di narrazioni e ricostruzioni. Il museo della città dietro Santa Maria in Cosmedin, ideato da Veltroni, non ha fatto passi avanti: sarebbe un luogo per conoscere, che compenserebbe la transumanza [del turismo mordi e fuggi, ndr]”, scriveva Andrea Carandini sul Corriere della Sera [Roma, Mercoledì 5 Giugno, 2013]. Era invece il 23 dicembre 2009 quando uscì invece questa notizia: http://roma.repubblica.it/dettaglio/il-museo-della-citta-di-roma-avra-un-cuore-digitale/1812769. “Non sarà un’esposizione di collezioni di opere d’arte” – disse l’assessore dell’epoca – “ma un luogo per capire nel profondo la complessità storica di Roma. Diventerà lo strumento per capire la città più antica del mondo [per] turisti e cittadini”. Ovviamente non se ne fece nulla. Roma è dunque tuttora priva di un luogo sede della narrazione di sé stessa, frammentata tra una miriade di musei purtroppo sconosciuti al più dei residenti, figurarsi ai visitatori che rimangono nell’Urbe lo spazio di un fine settimana, in media.
Fermiamoci allora all’esistente, al circuito museale del Comune di Roma. Ecco il logo:

portaledeimuseiincomune

Fatta salva l’idea di unificare la gestione in un unico circuito, in una realtà orientata verso la personalizzazione e l’addizione di valori quale particolarità dovrebbe esprimere tale grafica? La comunicazione – e dunque la compartecipazione dell’utente – inizia già dall’elemento primo identificativo: ma qui regna l’anonimato e l’insipidezza più spinta. Speculare è il portale web, un maelstrom di informazioni ridondanti ed inutili, in cui i pochi contenuti sono sacrificati ad una struttura farraginosa che schiaccia l’individualità del museo stesso. Un portale dovrebbe avere – come dice il nome stesso – funzione di smistamento degli interessi, di accoglienza, di guida, di relazioni e percorsi dinamici, non di vetrina statica. Tra frammentarietà ed anonimato, Roma risulta dunque incapace di raccontarsi, di coinvolgere il turista – che si accontenterà per lo più di autoscatti nei punti più rappresentativi – e, peggio, la cittadinanza stessa, che risulterà gradualmente sempre più disaffezionata verso di essa.

Tutto per l’incapacità di comunicare, lì dove il logo – incapace di trasformarsi in brand – è il sintomo più evidente.

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10 2014 Ago

Kaulon, tesoro a rischio

Regione Calabria: “La tutela? Non è nostra competenza
L’ex colonia greca, oggi parco archeologico, è salva grazie a collette, opere di volontariato e i contributi occasionali delle istituzioni. Due mareggiate hanno eroso parte del tempio dorico. L’archeologo: “Se non si trovano soldi per salvaguardare l’area, bisogna coprire tutto entro l’inverno”

C’è un tesoro dimenticato nel profondo Sud Italia. È il parco archeologico di Kaulon, sul litorale di Monasterace, in provincia di Reggio Calabria, che rischia di essere risucchiato dalle onde del Mar Ionio per colpa dell’inettitudine politica. Lo scorso inverno due mareggiate hanno eroso la duna di sabbia che separa la polis greca dalla battigia provocando il crollo delle mura e degli altari del tempio dorico e della parte orientale dell’antico abitato.

Solo nell’emergenza il sito attira l’attenzione dei piani alti e qualche investimento straordinario. Come i 300 mila euro stanziati il 2 febbraio dal ministero dei Beni culturali per un piano di salvataggio dell’area. Ma “questi soldi potrebbero non essere sufficienti per la messa in sicurezza di tutta l’area lunga la costa”, avverte Maria Teresa Iannelli, direttrice della Sovrintendenza archeologica della Calabria. In questo momento sono all’opera i geologi per misurare la resistenza della sabbia e nei prossimi mesi è prevista la costruzione di una barriera di protezione. “Dopo la prima mareggiata la Provincia aveva stanziato 60 mila euro per realizzare una palizzata di pietre, che però non è servita ad arginare l’acqua sui lati durante la seconda burrasca – spiega Iannelli -. Oltre alla barriera esterna, ne servirebbe anche una subacquea per spezzare la forza del mare”.

L’ex colonia greca di Kaulon, scoperta nel 1911 dall’archeologo Paolo Orsi, è salva grazie a collette, opere di volontariato e i contributi occasionali delle istituzioni. “Fare gli scavi conta poco se non possono essere conservati nel futuro”, sottolinea Francesco Cuteri, 51 anni, l’archeologo che dal 1998 dirige gli scavi nel sito e nel 2013 ha portato alla luce il più grande mosaico di epoca ellenistica nella Magna Grecia, di 30 metri quadrati, raffigurante un corteo marino sulla pavimentazione della sala termale. Un anno prima nella Casamatta ne era stato ritrovato un altro, di 25 metri quadrati, con l’immagine di un enorme drago contornato da un rosone e motivi floreali. L’attiva di scavo si riduce a due mesi l’anno, luglio e agosto, e viene svolta gratuitamente dal team di Cuteri e dagli studenti dell’Università di Pisa e Firenze (vitto e alloggio almeno sono a carico del Comune di Monasterace e della Sovrintendenza dei beni culturali). L’ultimo restauro fatto risale al 2008.

“Il tempio però non siamo mai stati in grado di ristrutturarlo”, denuncia la direttrice della Sovrintendenza. Poi il grido di aiuto dell’archeologo: “Se non si trovano soldi per salvaguardare l’area, bisogna coprire tutto entro l’inverno”. Nel 2012, 44 studenti dell’Istituto comprensivo “Amerigo Vespucci” di Vibo Valentia hanno lanciato la campagna “Adotta il drago”, promossa sul portale web del Miur, per raccogliere i fondi destinati al recupero del mosaico del drago, che altrimenti sarebbe rimasto interrato. “Alunni, genitori e insegnanti della scuola hanno donato cinque mila euro, spesi in parte l’anno scorso per acquistare gli attrezzi e quest’anno per pagare il vitto agli archeologi – comunica la dirigente scolastica, Maria Salvia – Finora sul conto corrente della scuola c’è stato un solo versamento esterno, di 10 euro, da parte di un bambino di sette anni, che vive in Puglia e ha costretto il padre ad andare alle Poste per salvare il drago”.

La campagna “Adotta il drago” si inserisce nel progetto regionale “Calabria Jones”, che ha l’obiettivo di fare conoscere ai bambini i siti archeologici sul territorio. “Viviamo in una città con un alto tasso di criminalità organizzata, nel nostro istituto tanti studenti hanno i genitori in carcere – commenta la dirigente -. Attraverso iniziative del genere facciamo vedere ai ragazzi che ci sono alternative al degrado”. Ma una colletta scolastica non può bastare a risollevare un pezzo del patrimonio culturale italiano. La manutenzione dell’area non è in programma. Il taglio di erbacce e sterpaglie avviene una volta all’anno verso la metà di giugno. Per il resto la pulizia è affidata alla buona volontà dei cittadini di due associazioni, “Ereticamente” e “Orme del parco”, che da due anni organizzano la giornata “Ambientiamoci” per ripulire il luogo.

“Il cittadino deve smettere di essere spettatore passivo – chiosa Nuccio Cantelmi curatore del blog Ereticamente -. Dopo esserci occupati di salvaguardare il bosco dell’Archiforo di Serra San Bruno abbiamo deciso di accendere i riflettori su Monasterace perché rischia di scomparire per sempre e c’è veramente poco tempo per correre ai ripari”. “Il tempo delle deleghe in bianco è finito – dice invece Massimiliano Capalbo, amministratore di Orme nel Parco-. Ci sono alcune scelte strategiche che vanno compiute per il bene di questo territorio e noi vigileremo perché ciò avvenga. Non è importante chi andrà al governo di questa regione nel prossimo autunno, l’argomento ci appassiona poco. A chiunque andrà metteremo fiato sul collo”.

La Regione Calabria, interpellata, si difende dicendo che “la salvaguardia e la tutela di Kaulon non rientra nelle sue competenze” e che al massimo “può valorizzare” quello che già esiste. Allora perché non far pagare il biglietto ai visitatori? Solo nel 2013 sono passati di lì 4639 turisti senza versare un centesimo.

 

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/10/kaulon-tesoro-archeologico-a-rischio-regione-calabria-la-tutela-non-e-nostra-competenza/1069809/

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7 2014 Ago

Luciano Canfora: gli Antichi sono falliti di successo

GLI ANTICHI SONO FALLITI DI SUCCESSO Il filologo spiega per il Mulino perché latini e greci sono attuali, al di là della retorica sui valori Canfora: posero temi scottanti, senza cercare consolazioni di Antonio Carioti, Corriere della Sera 4 agosto 2014 Di solito, quando si pongono in appendice a un libro brani di studiosi illustri, lo scopo è invocare la loro autorità in appoggio alla tesi sostenuta dall’autore. Ma a Luciano Canfora non piace essere banale. Quindi fa il contrario: nel pamphlet Gli antichi ci riguardano (II Mulino, pagine 104, €10) offre ai lettori una breve antologia d’interventi che a suo avviso risultano inefficaci nel difendere la causa, da lui caldeggiata con vigore, del mantenimento di un ruolo rilevante per gli studi classici nel sistema scolastico italiano. Non lo convincono le argomentazioni del «fascista di sinistra» Goffredo Coppola, insigne grecista, che «scade nel generico e nel patriottardo-nazionalistico». Ma neppure approva le posizioni assunte da un personaggio a lui politicamente ben più vicino, il grande latinista Concetto Marchesi, esponente del Pci, al quale addebita «un pessimistico aristocratismo». Più in generale Canfora confuta la motivazione più consueta e retorica che viene di solito addotta a difesa degli autori greci e latini. A renderne indispensabile lo studio, si usa dire, sarebbero «i valori fondanti» contenuti nelle loro opere. Tesi che però s’infrange di fronte all’elementare constatazione che i classici dell’antichità non andavano affatto d’accordo tra loro, ma anzi propugnavano visioni del mondo nettamente antagonistiche, per cui è un proposito del tutto velleitario pensare di estrarre dal loro variegatissimo lascito indicazioni univoche. In realtà, osserva Canfora, dietro il richiamo ai principi fondamentali agisce un meccanismo di «rispecchiamento» piuttosto strumentale: «Una volta stabiliti i valori che noi riteniamo prioritari, li ritroviamo anche in una serie di autori, e così, invertendo la prospettiva, diciamo che quegli autori sono i portatori dei valori che ci formano. In realtà sono i valori che noi abbiamo deciso di porre in posizione preminente». Neppure l’idea che imparare le lingue classiche sia innanzitutto utile come esercizio faticoso, dunque formativo, soddisfa del tutto Canfora, che pure in fatto d’istruzione boccia ogni atteggiamento accomodante, ogni demagogica «rincorsa del nuovo», e afferma la necessità di una severa disciplina, basata proprio sull’apprendimento delle tanto vituperate «nozioni», come unico percorso in grado di suscitare l’indispensabile «assunzione di un abito critico» da parte dello studente. Attribuire al greco e al latino una funzione di impegnativa palestra intellettuale, pervia delle difficoltà che presenta il loro apprendimento, è perciò «una risposta che merita attenzione». Ma a Canfora non basta. A suo avviso la ragione più importante per cui è necessario continuare a confrontarsi con Tucidide e con Fiatone, con Grazio e con Euripide, con Lucrezio e con Tacito, risiede paradossalmente nel loro fallimento epocale. Nonostante gli sforzi profusi senza risparmio, essi non sono stati capaci di risolvere i problemi del loro tempo: non sono riusciti a individuare la migliore forma di governo per la convivenza umana, né tanto meno hanno trovato una soluzione allo stridente contrasto tra gli ideali universalistici, per cui tutti gli uomini dovrebbero godere di pari diritti, e le molteplici distinzioni di rango prodotte continuamente dalla storia attraverso i meccanismi escludenti della politica e dell’economia. Ebbene, aggiunge Canfora, forse che tali questioni non si ripresentano anche oggi, in termini per molti versi analoghi? In fondo, per rendersene conto, basta aprire un quotidiano o assistere a un notiziario televisivo. L’attuale crisi delle democrazie rappresentative, evidente soprattutto in Europa, non smentisce l’idea ingenua che le nostre società avessero adottato un sistema di governo ottimale, foriero di un progresso stabile e duraturo? E la retorica dei diritti umani universali, tanto in voga nel discorso pubblico contemporaneo, come si può conciliare con la persistenza di regimi tirannici e sanguinari in buona parte del pianeta, ma in fondo anche con le condizioni di sfruttamento ed emarginazione in cui troppo spesso sono costretti a vivere in Occidente gli immigrati provenienti dai Paesi poveri. Interpellare gli antichi, scrive Canfora, serve ad acquisire una migliore consapevolezza di temi giganteschi e inquietanti come questi, cui se ne possono aggiungere altri: la natura del diritto, la cause della guerra, il significato dell’utopia. Ed è tanto più utile in quanto quegli autori non si sono rifugiati nella visione consolatoria delle religioni rivelate, per cui, se questo mondo ci appare una valle di lacrime, si può tuttavia sperare in una salvezza ultraterrena. La loro ricerca è tutta laica, immanentistica: non prevede scorciatoie sovrannaturali, bensì una tragica assunzione di responsabilità. Una lezione aspra, ma terribilmente attuale. E quanto mai istruttiva.