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30 2016 Mar

Gli archivi digitali hanno rivoluzionato l’archeologia

L’archeologia ha sempre richiesto una buona capacità di destrezza. Devi riuscire a restringere il campo per concentrarti su un piccolo bottone incrostato di terra e al tempo stesso allargare il campo per apprezzare l’importanza di quell’antico bottone. Ogni reperto è al centro della sua storia, e al tempo stesso fa parte di una storia più grande.

“Le asce di pietra costruite migliaia di anni fa e le tazze di porcellana del settecento portano con sé i messaggi di chi le ha fabbricate e di chi le ha usate”, ha scritto l’archeologo e storico James Deetz nel suo libro In small things forgotten. “È compito dell’archeologo decodificare questi messaggi e usarli per capire la storia dell’umanità”.

Oggi questo compito si può svolgere in modi inimmaginabili fino a poco tempo fa. Nell’era della collisione tra il mondo fisico e quello digitale l’archeologia sta cambiando profondamente. Un enorme archivio di terracotte, per esempio, permette a un archeologo in Giordania di trovare un frammento dell’età del ferro e nel giro di pochi minuti collegarlo a tutti gli scavi della Terra santa. Le strutture che gli studiosi usano oggi per rimettere insieme le testimonianze del passato sono create combinando miliardi di dati.

Risultato: la gente può provare l’esperienza di camminare in un sito archeologico senza uscire di casa

“Ho vissuto il passaggio dall’archeologia classica a quella contemporanea”, racconta Thomas Levy, archeologo e professore di antropologia all’università della California di San Diego. “Lavoriamo ancora come si faceva nell’ottocento – con palette, secchielli, spazzolini da denti e tutto il resto – ma un tempo la nostra abilità di raccogliere i dati era molto limitata. Dovevamo essere più selettivi. Oggi grazie agli strumenti digitali (gps, stazioni totali, scanner laser) possiamo archiviare una quantità illimitata di dati”.

Levy, che ha contribuito alla costruzione del Pottery informatics query database, un metodo per l’analisi dei reperti basato su formule matematiche, spiega che i suoi scavi sono diventati totalmente digitali intorno al 1999. Da allora raccoglie enormi quantità di dati e ha sperimentato le visualizzazioni 3d create a partire dalle informazioni raccolte negli scavi, che possono essere proiettate o rese accessibili attraverso i caschi per la realtà virtuale. Risultato: la gente può provare l’esperienza di camminare in un sito archeologico senza uscire di casa. Con una quantità sufficiente di dati è possibile camminare tra strutture che non esistono più.

Coordinate geospaziali

Più aumenta la precisione con cui i ricercatori possono descrivere la collocazione fisica di un reperto nel mondo e maggiore è il valore che gli storici possono ricavare dall’oggetto in questione e dagli oggetti collegati. Immaginate, per esempio, un’antica miniera del tempo di re Salomone. Un archeologo come Levy potrebbe scavare una trincea di cinque metri per cinque in un cumulo in cui un tempo è avvenuta una fusione di metalli. Durante lo scavo l’archeologo e i suoi colleghi potrebbero registrare le coordinate geospaziali di ogni reperto, ogni frammento di lingotto, ascia di rame o resto di fornace.

“Stiamo raccogliendo miliardi di dati come questi”, mi ha spiegato Levy. “Poi li mescoliamo tra loro e otteniamo non solo un modello 3d dello scavo del periodo biblico, ma anche una struttura digitale in cui inseriamo tutti i dati archeologici”.

Grazie ai satelliti, i dati archeologici possono essere inseriti in una topografia dell’intero pianeta. Per esempio l’archeologa spaziale Sarah Parcak analizza le immagini satellitari della Terra alla ricerca di elementi che possano rivelare un sito archeologico perduto. Wired descrive così il processo:

Quando cerca nuovi siti archeologici, Parcak mette in ordine immagini satellitari di porzioni di terra che variano tra 20×20 e 50×50 metri quadrati. Poi applica alcuni filtri alle immagini per evidenziare diverse porzioni dello spettro elettromagnetico. L’archeologa ricerca elementi che possano mostrare cosa si nasconde nel sottosuolo. Un indizio fondamentale è lo stato della vegetazione in superficie. Una struttura architettonica sepolta sottoterra può bloccare la crescita della flora, creando una zona morta – invisibile a occhio nudo ma percepibile attraverso gli infrarossi – che ha la forma della struttura sepolta. In posti come l’Egitto, dove la vegetazione è scarsa, le immagini satellitari possono aiutare Parcak a distinguere tra i materiali naturali e quelli creati dall’uomo come i mattoni d’argilla che compongono le tombe.

È incredibile la quantità di dati che in questo periodo si riversano negli annali dell’archeologia, ma lo stesso fattore che rende questi dati così utili – l’enorme volume di informazioni – presenta nuove sfide. Gli archeologi non hanno ancora trovato il modo migliore per conservare questi gruppi di dati, e non sanno come e in che formato dovrebbero essere condivisi in rete.

Molti studiosi sono alla ricerca delle risposte a questi interrogativi. Levy e i suoi colleghi delle università californiane stanno costruendo una rete che contiene informazioni provenienti da decine di migliaia di siti archeologici. Ci sono altre risorse, come il Mediterranean archaeology network, che contiene database regionali a disposizione dei ricercatori. Tuttavia il problema di amministrare questi archivi fa parte di un dibattito più ampio che potrebbe ridefinire il concetto di biblioteca. Tutto questo riflette un profondo cambiamento nel modo in cui la conoscenza umana sarà contestualizzata, archiviata e condivisa mentre la quantità di dati raccolti continua ad aumentare.

Sempre più spesso le persone cercano un modo per classificare e collegare gli archivi. La biblioteca del congresso degli Stati Uniti, per esempio, sta mettendo a punto un nuovo sistema di catalogazione (per la prima volta in 40 anni) ottimizzato per il web semantico. Oggi la maggior parte delle più grandi biblioteche del mondo usa un sistema di catalogazione chiamato Marc, lo standard che negli anni settanta ha sostituito i cataloghi a schedario. L’idea è che la prossima generazione di biblioteche possa avere un sistema che riconosca più campi di metadati e sia capace di trovare le connessioni ad altre risorse.

Una biblioteca non è una grossa scatola piena di libri

Anziché limitarsi ad archiviare i libri e i documenti in base a titolo, autore, parola chiave e genere, le biblioteche pensano a come essere più descrittive nei titoli e molto più complete rispetto alle connessioni tra le diverse risorse. Inoltre stanno cercando un modo per gestire grandi dataset (collezioni di dati) che riguardano gli ambiti più disparati, dai fenomeni climatici ai censimenti passando per le immagini satellitari e gli scavi archeologici.

Ho intervistato diversi bibliotecari che stanno pensando seriamente a come rendere disponibiliqueste informazioni a chiunque ne abbia bisogno (stiamo parlando di specialisti che stanno ristrutturando istituzioni come la biblioteca del congresso e quella di Oxford, Yale e Harvard) e tutti mi hanno detto che i datasettrasformeranno le funzioni fondamentali di una biblioteca.

“Una biblioteca non è una grossa scatola piena di libri”, mi ha spiegato Catherine Murray-Rust, direttrice delle biblioteche di Georgia Tech. “Non è solo un’aula studio. Dobbiamo recuperare l’antica nozione di biblioteca, uno spazio (anche virtuale) in cui le persone possono apprezzare il sapere del passato creando il sapere del futuro. Georgia Tech sta rinnovando il sistema bibliotecario, che comprenderà la rimozione di molti libri dagli spazi pubblici (i materiali stampati che saranno rimossi saranno comunque disponibili su richiesta). Mentre il progetto prosegue, Murray-Rust spiega che la squadra al lavoro sul nuovo sistema bibliotecario ha adottato “un approccio più radicale all’idea di come dovrebbe essere una biblioteca”.

I dati raccolti oggi potrebbero essere tutto quello che resta quando le grandi strutture saranno crollate.

“In questo momento la questione fondamentale riguarda i dati”, spiega. “Probabilmente sono più importanti del testo. Abbiamo sale di letture tradizionali dove in realtà ci sono pochi libri. I libri sono un forte indizio della solennità di un ambiente. Amiamo il libro in quanto tecnologia, ma sappiamo che non è l’unico veicolo di contenuti (e in alcuni ambiti non è neanche il migliore). Questo concetto è evidente quando si parla di dati: il libro non è adatto”.

Secondo gli archeologi, i dati raccolti oggi – e le visualizzazioni che ne derivano – potrebbero esser tutto quello che rimane quando le grandi strutture saranno crollate.

“Naturalmente avere la vera Palmira è molto più importante di un modello 3d”, mi ha spiegato Levy riferendosi all’antica città dove negli ultimi mesi i combattenti del gruppo Stato islamico hanno distrutto diversi siti archeologici. “Ma in un mondo in cui il patrimonio culturale viene distrutto intenzionalmente, siamo in grado di registrare questo patrimonio in modi che dieci anni fa sembravano impossibili”.

Questo articolo è stato pubblicato su The Atlantic.
This article was originally published on Theatlantic.com. Click here to view the original. © 2015. All rights reserved. Distributed by Tribune Content Agency.
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19 2015 Mag

Un catasto per le antichità di Roma

Da Archeo 324, febbraio 2012 (!)

Può la pubblica condivisione dei dati archeologici promuovere, nei cittadini, una maggiore attenzione verso i problemi della tutela e della conservazione? 

di Daniele Manacorda

Poco più di un anno fa si è tenuto a Roma un convegno nel quale sono stati presentati i primi risultati del grande lavoro che la locale Soprintendenza archeologica sta svolgendo in vista della costruzione di un Sistema Informativo Territoriale per l’Archeologia di Roma (SITAR). L’uscita degli atti di quell’incontro è stata l’occasione per riflettere su questa esperienza strategica, non solo per la Capitale, ma per l’intero territorio nazionale.


Che cosa è il SITAR? Potremmo semplicemente rispondere che si tratta di un catasto archeologico, cioè della rappresentazione puntuale di ciò che si vede o si è visto del sottosuolo di Roma, di ciò che resta o non c’è più, ma anche di ciò che dovrebbe esserci. Intendo dire, cioè, della nuova conoscenza che la messa in pianta di tutto ciò che è noto produce in termini di ricostruzione possibile o probabile dei contesti topografici di una città stratificata dalla storia millenaria.


Sono secoli che si fanno i catasti; ma questo catasto archeologico viene a colmare decenni di ritardo, e forse non a caso proprio ora, quando la somma ormai ipertrofica dei dati d’archivio e di quelli che emergono ogni giorno dal sottosuolo sembra avere superato la soglia della tollerabilità gestionale. Il salto di quantità ha dunque generato il salto di qualità, che andava fatto ora o mai piú. E per fortuna è stato fatto: al servizio dell’attività quotidiana della soprintendenza, certo, ma anche per orientare la pianificazione territoriale e per interagire con gli altri enti che governano la città. E per mettere tutti in condizione di studiare su un solo schermo l’espansione della città antica e moderna e anche di quella che ancora non c’è, mettendo quindi al centro del tavolo la storia urbana e l’urbanistica, disciplina che, in fondo, altro non dovrebbe essere che un insieme di saperi e di scelte che da questa storia derivano.
Il raggiungimento di un obiettivo cosí difficile è stato il frutto di una collaborazione efficace fra tutto il personale della Soprintendenza, ma anche di una sinergia fra soggetti istituzionali diversi, come la Regione, la Provincia, il Comune, e le Università, in primo luogo con la cattedra di Archeologia classica dell’Università «La Sapienza», il cui Atlante storico di Roma va in stampa in queste settimane.

Di dominio pubblico
In questa collaborazione vorrei vedere lo stesso spirito di costruzione di una rete complessa, ma nella sua ispirazione assai semplice, che quasi 15 anni fa ci aveva fatto sognare la nascita di un «sistema della tutela», che continua a sembrare ai miei occhi la strada maestra per chiamare tutte le energie presenti nel nostro Paese al grande compito di conoscenza, salvaguardia, valorizzazione e comunicazione del patrimonio, a cui nessuno può pensare di fare fronte da solo, e tanto meno in condizioni di conflittualità.
«La Soprintendenza si è impegnata a condividere tutti i dati delle proprie ricerche effettuate a partire dal 1975 fino al 2002». Questa piccola frase entrerà negli annali della storia della amministrazione dei beni archeologici in Italia. È la prima volta, infatti, che le informazioni relative al patrimonio vengono rese diffusamente di dominio pubblico. Perché questo strumento funzioni ci vuole condivisione, che è una somma di libere scelte, e ci vuole l’accettazione di alcune semplici regole, ovvero degli standard minimi per redigere la documentazione archeologica, che, a partire dal 2012, dovranno essere utilizzati da quanti opereranno sul territorio di Roma al fine di rendere possibile l’omogeneizzazione dei dati e l’auto-implementazione del sistema. In questo caso l’obbligatorietà è davvero la migliore strada possibile, perché è qui che lo Stato, a mio modo di vedere, deve essere autorevole e impositivo, per creare e far vivere la base della condivisione, non per ostacolare – come ancora avviene – la circolazione delle informazioni.

«Petrolio a parole»
L’esperienza del SITAR è stata l’occasione di un primo contatto con la gestione concreta della tutela per molti giovani archeologi, perlopiú in cerca di una occupazione stabile, costretti cioè a lavorare da precari in un Paese che si fregia retoricamente di possedere percentuali fantasiose dei beni culturali del pianeta, senza che questo comporti un minimo decente di investimento nella formazione e nella occupazione produttiva in questo settore. Il nostro «petrolio a parole» genera chiacchiere, tante (anche le mie), ma non posti di lavoro. Il lavoro di questi giovani dà fiducia e speranza, perché è il segno che la formazione universitaria può ancora raggiungere livelli elevati di qualità, e perché ci dice che le nostre soprintendenze possono aspirare a essere quello che tutti vorremmo che fossero, cioè un efficiente istituto culturale.
C’è un’incognita nella dilatazione della conoscenza, cioè nella democratizzazione dell’informazione? Faccio mia la domanda di Giovanni Azzena, perché di questo parliamo quando parliamo del SITAR. La sfida democratica si gioca oggi a livello globale: i regimi autoritari guardano con sospetto alla comunicazione globale, priva di filtri, così come la pretende Internet. Questo esito quasi fisiologico della rivoluzione liberale del Settecento nei nostri stati occidentali mette magari in crisi la secolare bardatura burocratica delle amministrazioni pubbliche, che ancora non hanno digerito neppure gli impervi sentieri della legge 241 che dovrebbe garantire la trasparenza degli atti pubblici in favore del cittadino. Trasparenza e condivisone delle conoscenze sono davvero un obiettivo epocale, per il quale vale la pena di impegnarsi. Nel nostro caso intendo dire che, fatto il passo decisivo della condivisione fra istituzioni, tutt’altro che scontato nella pratica amministrativa del nostro Paese, sorge il bisogno di estendere questa condivisione non solo a quanti sono impegnati in progetti sul territorio, ma a quella che chiamiamo «società civile». 

Il potenziale archeologico
Ricordo le appassionate discussioni di venti anni fa, quando, prendendo atto che il sistema statale di tutela non possedeva, a oltre un secolo dalla sua istituzione, neanche un pallido barlume di una carta archeologica del territorio nazionale. In molti sognavamo (era una fuga in avanti?) di un Paese in cui, a sportello, il funzionario comunale per rifare una fognatura, l’imprenditore privato per costruire un edificio, il singolo cittadino per fare il garage nel suo giardino, grazie a un semplice monitor, potessero domandare che cosa già si sapeva che ci fosse nel sito puntuale del loro intervento e nell’areale di riferimento; per conoscere prima l’eventuale esistenza di un vincolo, ma anche per orientare, modificare, condividere prima il progetto e sentirsi quindi partecipi attivi della tutela. Parlo insomma di quella progettazione condivisa, dove – come scrive Mirella Serlorenzi, che ha coordinato il lavoro del SITAR – «il tanto temuto rischio archeologico si possa chiamare con tranquillità potenziale archeologico».
Penso anch’io, infatti, che la migliore arma per la tutela del territorio e per la conservazione del paesaggio sia la condivisione della conoscenza con i cittadini che vi abitano, che li faccia sentire coinvolti, non estromessi dalle problematiche archeologiche. Sono convinto anch’io che «la forza di tante persone consapevoli supera ampiamente quella di un vincolo puntuale ed è in grado di arrestare una speculazione edilizia o una connivenza politica» (Serlorenzi). Perché non vogliamo più sentirci dire che la conoscenza archeologica del territorio alimenta gli scavi clandestini (anche se capiamo le necessarie cautele), o che la libertà di fotografare i beni di proprietà pubblica alimenta un inesistente mercato delle cartoline…

Una nuova pagina
Una base di conoscenza condivisa è uno strumento culturale potente, perché genera attenzione e fa stringere alleanze. Perché la carta archeologica è uno strumento atteso al di fuori della nostra cerchia di specialisti piú di quanto possiamo immaginare. È un dispositivo democratico, che può sviluppare sinergie tra soggetti sociali diversi, portatori di esigenze diverse, eppure capaci di trovare, nell’attenzione al patrimonio, una sintesi alta, generatrice di fiducia nelle istituzioni e di tutela attiva partecipata. È un sogno? Forse. Lasciateci allora sognare che «un’azione integrata di conoscenza del c.d. bene comune invece che di discendere dalla norma – come scrive Giovanni Azzena – possa col tempo invece influenzarla». 
Oggi salutiamo dunque un salto di qualità amministrativo, che tanto piú consola quanto piú perché figlio di un organo periferico di un ministero che, da vent’anni almeno, è al centro di una crisi di identità e di efficienza. Una crisi che tanto piú preoccupa quanto piú appare generata da un avvitamento interno, frutto di una delegittimazione che giunge prevalentemente dal mondo della politica e che ha prodotto infinite nuove norme, nuovi decreti, nuovi codici, nuove denominazioni, nuove carte intestate e vuotato al tempo stesso centro e periferia di personale, di mezzi, di capacità di intervento. Speriamo, insomma, che da un «semplice» catasto si apra davvero una pagina nuova per il patrimonio storico del nostro Paese.

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29 2015 Gen

Vino, scoperto in Sardegna il vitigno più antico del Mediterraneo occidentale

ROMA – Una scoperta che riscrive la storia della viticultura dell’intero Mediterraneo occidentale. A farla gli studiosi dell’Università di Cagliari. L’équipe archeobotanica del Centro Conservazione Biodiversità (CCB), guidata dal professor Gianluigi Bacchetta, ha rinvenuto semi di vite di epoca Nuragica, risalenti a circa 3000 anni fa. E ha avanzato l’ipotesi che in Sardegna la coltivazione della vite non sia stata un fenomeno d’importazione, bensì autoctono.

Sino ad oggi, infatti, i dati archeobotanici e storici attribuivano ai Fenici, che colonizzarono l’isola attorno all’800 a.C., e successivamente ai Romani, il merito di aver introdotto la vite domestica nel Mediterraneo occidentale. Ma la scoperta di un vitigno coltivato dalla civiltà Nuragica dimostra che la viticoltura in Sardegna era già conosciuta: probabilmente ebbe un’origine locale e non fu importata dall’Oriente. A suffragio di questa ipotesi, il gruppo del CCB sta raccogliendo materiali in tutto il Mediterraneo: dalla Turchia al Libano alla Giordania si cercano tracce per verificare possibili “parentele” tra le diverse specie di vitigni.

La ricerca. Nel sito nuragico di Sa Osa, nel territorio di Cabras, nell’Oristanese (non lontano dal luogo del ritrovamento dei Giganti di Mont’e Prama), la squadra di archeobotanici del professor Bacchetta, grazie alla collaborazione con la Soprintendenza per i Beni  Archeologici per le province di Cagliari e Oristano, ha trovato oltre 15.000 semi di vite, perfettamente conservati in fondo a un pozzo che fungeva da ‘paleo-frigorifero’ per gli alimenti. “Si tratta di vinaccioli non carbonizzati, di consistenza molto vicina a quelli ‘freschi’ reperibili da acini raccolti da piante odierne – spiega Bacchetta – . Grazie alla prova del Carbonio 14 i semi sono stati datati intorno a 3000 anni fa (all’incirca dal 1300 al 1100 a. C.), età del bronzo medio e periodo di massimo splendore della civiltà Nuragica”.

Gli archeosemi ritrovati e analizzati sono quelli della Vernaccia e della Malvasia, varietà a bacca bianca coltivate proprio nelle aree centro-occidentali della Sardegna. “Affermare che la viticoltura in Occidente sia nata nell’Isola sarebbe esagerato – spiega ancora Bacchetta –  e non sarebbe supportabile in base alle evidenze scientifiche attuali. Quello che è certo, però, è che la vite in Sardegna non è stata portata dai Fenici, che in Libano già la coltivavano ancor prima dell’età Nuragica. Più che un fenomeno di importazione, dunque, noi pensiamo che in Sardegna si sia verificata quella che noi chiamiamo ‘domesticazione’ in loco di specie di vite selvatiche, che ancora oggi sono diffuse ampiamente in tutta la Sardegna. Va tenuto conto, però, che i Nuragici erano un popolo molto attivo negli scambi commerciali e hanno avuto contatti anche con altre civiltà, come quella cretese o di Cipro, che conoscevano la vite”.

La scoperta è il frutto di oltre 10 anni di lavoro condotto sulla caratterizzazione dei vitigni autoctoni della Sardegna e sui semi archeologici provenienti dagli scavi diretti dagli archeologi della Soprintendenza e dall’Università di Cagliari. I risultati sono giunti anche grazie all’innovativa tecnica di analisi d’immagine computerizzata messa a punto dai  ricercatori del Ccb in collaborazione con la Stazione Consorziale  Sperimentale di Granicoltura per la Sicilia. L’analisi sfrutta particolari funzioni matematiche che analizzano le forme e le dimensioni dei vinaccioli (semi di vite), mettendo a confronto i dati morfometrici dei semi archeologici con le attuali cultivar e le popolazioni selvatiche della Sardegna. Ciò ha permesso di scoprire che questi antichissimi semi erano appartenuti alle varietà coltivate mostrando, come visto, una relazione parentale anche con quelle silvestri che crescono spontanee sull’Isola.

 


“Adesso abbiamo la prova scientifica che i Nuragici conoscessero la vite domestica e la coltivassero – spiega Andreino Addis, presidente di Assoenologi Sardegna. Una buona occasione per rilanciare in grande stile la viticoltura sarda, che pesa ancora troppo poco sul piano nazionale”.

Questi semi di vite provenienti dal passato sono dunque un patrimonio prezioso per valorizzare le produzioni vitivinicole doc e dei vitigni in via di sparizione. Che poi è lo scopo per cui L’Università di Cagliari è scesa dalla cattedra e si è calata nel territorio: “Da anni diciamo che la ricerca scientifica può aiutare molto le produzioni locali  – conclude Bacchetta – e avere importanti ricadute economiche. Caratterizzare un prodotto, conoscerne le origini costituiscono elementi essenziali per riuscire a dare un valore aggiunto. Di fatto stiamo operando di comune accordo con numerose cantine sociali che credono nel nostro lavoro. E cerchiamo di dare il nostro contributo concreto allo sviluppo economico della Sardegna”.

Fonte: http://www.repubblica.it/salute/alimentazione/2015/01/29/news/vino_scoperto_in_sardegna_il_pi_antico_vitigno_del_mediterraneo-105918935/?ref=HRLV-23