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20 2016 Feb

Come prepararsi serenamente alla morte

RIP

 

 

Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni.

 

Allo stupore di Critone ho chiarito. “Vedi,” gli ho detto, “come puoi appressarti alla morte, anche se sei credente, se pensi che mentre tu muori giovani desiderabilissimidi di ambo i sessi danzano in discoteca divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, giornali e televisioni sono intesi solo a dare notizie rilevanti, imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente e si ingegnano a restaurare una natura fatta di ruscelli potabili, declivi boscosi, cieli tersi e sereni protetti da un provvido ozono, nuvole soffici che stillano di nuovo piogge dolcissime? Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te ne vai, sarebbe insopportabile.
Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”

 

Critone mi ha allora domandato: “Maestro, ma quando devo incominciare a pensare così?” Gli ho risposto che non lo si deve fare molto presto, perchè qualcuno che a venti o anche trent’anni pensa che tutti siano dei coglioni è un coglione e non raggiungerà mai la saggezza. Bisogna incominciare pensando che tutti gli altri siano migliori di noi, poi evolvere poco a poco, avere i primi dubbi verso i quaranta, iniziare la revisione tra i cinquanta e i sessanta, e raggiungere la certezza mentre si marcia verso i cento, ma pronti a chiudere in pari non appena giunga il telegramma di convocazione.

 

Convincersi che tutti gli altri che ci stanno attorno (sei miliardi) sino coglioni, è effetto di un’arte sottile e accorta, non è disposizione del primo Cebete con l’anellino all’orecchio (o al naso). Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il igorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire.

 

Quindi la grande arte consiste nello studiare poco per volta il pensiero universale, scrutare le vicende del costume, monitorare giorno per giorno i mass-media, le affermazioni degli artisti sicuri di sé, gli apoftegmi dei politici a ruota libera, i filosofemi dei critici apocalittici, gli aforismi degli eroi carismatici, studiando le teorie, le proposte, gli appelli, le immagini, le apparizioni. Solo allora, alla fine, avrai la travolgente rivelazione che tutti sono coglioni. A quel punto sarai pronto all’incontro con la morte.

 

Sino alla fine dovrai resistere a questa insostenibile rivelazione, ti ostinerai a pensare che qualcuno dica cose sensate, che quel libro sia migliore di altri, che quel capopopolo voglia davvero il bene comune.
E’ naturale, è umano, è proprio della nostra specie rifiutare la persuasione che gli altri siano tutti indistintamente coglioni, altrimenti perchè varrebbe la pena di vivere? Ma quando, alla fine, saprai, avrai compreso perchè vale la pena (anzi, è splendido) morire.

 

Critone mi ha allora detto: “Maestro, non vorrei prendere decisioni precipitose, ma nutro il sospetto che Lei sia un coglione”.

 

“Vedi”, gli ho detto, “sei già sulla buona strada.”

 

Umberto Eco
(La bustina di Minerva, Espresso, 12 giugno 1997)
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7 2014 Ago

Luciano Canfora: gli Antichi sono falliti di successo

GLI ANTICHI SONO FALLITI DI SUCCESSO Il filologo spiega per il Mulino perché latini e greci sono attuali, al di là della retorica sui valori Canfora: posero temi scottanti, senza cercare consolazioni di Antonio Carioti, Corriere della Sera 4 agosto 2014 Di solito, quando si pongono in appendice a un libro brani di studiosi illustri, lo scopo è invocare la loro autorità in appoggio alla tesi sostenuta dall’autore. Ma a Luciano Canfora non piace essere banale. Quindi fa il contrario: nel pamphlet Gli antichi ci riguardano (II Mulino, pagine 104, €10) offre ai lettori una breve antologia d’interventi che a suo avviso risultano inefficaci nel difendere la causa, da lui caldeggiata con vigore, del mantenimento di un ruolo rilevante per gli studi classici nel sistema scolastico italiano. Non lo convincono le argomentazioni del «fascista di sinistra» Goffredo Coppola, insigne grecista, che «scade nel generico e nel patriottardo-nazionalistico». Ma neppure approva le posizioni assunte da un personaggio a lui politicamente ben più vicino, il grande latinista Concetto Marchesi, esponente del Pci, al quale addebita «un pessimistico aristocratismo». Più in generale Canfora confuta la motivazione più consueta e retorica che viene di solito addotta a difesa degli autori greci e latini. A renderne indispensabile lo studio, si usa dire, sarebbero «i valori fondanti» contenuti nelle loro opere. Tesi che però s’infrange di fronte all’elementare constatazione che i classici dell’antichità non andavano affatto d’accordo tra loro, ma anzi propugnavano visioni del mondo nettamente antagonistiche, per cui è un proposito del tutto velleitario pensare di estrarre dal loro variegatissimo lascito indicazioni univoche. In realtà, osserva Canfora, dietro il richiamo ai principi fondamentali agisce un meccanismo di «rispecchiamento» piuttosto strumentale: «Una volta stabiliti i valori che noi riteniamo prioritari, li ritroviamo anche in una serie di autori, e così, invertendo la prospettiva, diciamo che quegli autori sono i portatori dei valori che ci formano. In realtà sono i valori che noi abbiamo deciso di porre in posizione preminente». Neppure l’idea che imparare le lingue classiche sia innanzitutto utile come esercizio faticoso, dunque formativo, soddisfa del tutto Canfora, che pure in fatto d’istruzione boccia ogni atteggiamento accomodante, ogni demagogica «rincorsa del nuovo», e afferma la necessità di una severa disciplina, basata proprio sull’apprendimento delle tanto vituperate «nozioni», come unico percorso in grado di suscitare l’indispensabile «assunzione di un abito critico» da parte dello studente. Attribuire al greco e al latino una funzione di impegnativa palestra intellettuale, pervia delle difficoltà che presenta il loro apprendimento, è perciò «una risposta che merita attenzione». Ma a Canfora non basta. A suo avviso la ragione più importante per cui è necessario continuare a confrontarsi con Tucidide e con Fiatone, con Grazio e con Euripide, con Lucrezio e con Tacito, risiede paradossalmente nel loro fallimento epocale. Nonostante gli sforzi profusi senza risparmio, essi non sono stati capaci di risolvere i problemi del loro tempo: non sono riusciti a individuare la migliore forma di governo per la convivenza umana, né tanto meno hanno trovato una soluzione allo stridente contrasto tra gli ideali universalistici, per cui tutti gli uomini dovrebbero godere di pari diritti, e le molteplici distinzioni di rango prodotte continuamente dalla storia attraverso i meccanismi escludenti della politica e dell’economia. Ebbene, aggiunge Canfora, forse che tali questioni non si ripresentano anche oggi, in termini per molti versi analoghi? In fondo, per rendersene conto, basta aprire un quotidiano o assistere a un notiziario televisivo. L’attuale crisi delle democrazie rappresentative, evidente soprattutto in Europa, non smentisce l’idea ingenua che le nostre società avessero adottato un sistema di governo ottimale, foriero di un progresso stabile e duraturo? E la retorica dei diritti umani universali, tanto in voga nel discorso pubblico contemporaneo, come si può conciliare con la persistenza di regimi tirannici e sanguinari in buona parte del pianeta, ma in fondo anche con le condizioni di sfruttamento ed emarginazione in cui troppo spesso sono costretti a vivere in Occidente gli immigrati provenienti dai Paesi poveri. Interpellare gli antichi, scrive Canfora, serve ad acquisire una migliore consapevolezza di temi giganteschi e inquietanti come questi, cui se ne possono aggiungere altri: la natura del diritto, la cause della guerra, il significato dell’utopia. Ed è tanto più utile in quanto quegli autori non si sono rifugiati nella visione consolatoria delle religioni rivelate, per cui, se questo mondo ci appare una valle di lacrime, si può tuttavia sperare in una salvezza ultraterrena. La loro ricerca è tutta laica, immanentistica: non prevede scorciatoie sovrannaturali, bensì una tragica assunzione di responsabilità. Una lezione aspra, ma terribilmente attuale. E quanto mai istruttiva.