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20 2016 Feb

Come prepararsi serenamente alla morte

RIP

 

 

Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni.

 

Allo stupore di Critone ho chiarito. “Vedi,” gli ho detto, “come puoi appressarti alla morte, anche se sei credente, se pensi che mentre tu muori giovani desiderabilissimidi di ambo i sessi danzano in discoteca divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, giornali e televisioni sono intesi solo a dare notizie rilevanti, imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente e si ingegnano a restaurare una natura fatta di ruscelli potabili, declivi boscosi, cieli tersi e sereni protetti da un provvido ozono, nuvole soffici che stillano di nuovo piogge dolcissime? Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te ne vai, sarebbe insopportabile.
Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”

 

Critone mi ha allora domandato: “Maestro, ma quando devo incominciare a pensare così?” Gli ho risposto che non lo si deve fare molto presto, perchè qualcuno che a venti o anche trent’anni pensa che tutti siano dei coglioni è un coglione e non raggiungerà mai la saggezza. Bisogna incominciare pensando che tutti gli altri siano migliori di noi, poi evolvere poco a poco, avere i primi dubbi verso i quaranta, iniziare la revisione tra i cinquanta e i sessanta, e raggiungere la certezza mentre si marcia verso i cento, ma pronti a chiudere in pari non appena giunga il telegramma di convocazione.

 

Convincersi che tutti gli altri che ci stanno attorno (sei miliardi) sino coglioni, è effetto di un’arte sottile e accorta, non è disposizione del primo Cebete con l’anellino all’orecchio (o al naso). Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il igorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire.

 

Quindi la grande arte consiste nello studiare poco per volta il pensiero universale, scrutare le vicende del costume, monitorare giorno per giorno i mass-media, le affermazioni degli artisti sicuri di sé, gli apoftegmi dei politici a ruota libera, i filosofemi dei critici apocalittici, gli aforismi degli eroi carismatici, studiando le teorie, le proposte, gli appelli, le immagini, le apparizioni. Solo allora, alla fine, avrai la travolgente rivelazione che tutti sono coglioni. A quel punto sarai pronto all’incontro con la morte.

 

Sino alla fine dovrai resistere a questa insostenibile rivelazione, ti ostinerai a pensare che qualcuno dica cose sensate, che quel libro sia migliore di altri, che quel capopopolo voglia davvero il bene comune.
E’ naturale, è umano, è proprio della nostra specie rifiutare la persuasione che gli altri siano tutti indistintamente coglioni, altrimenti perchè varrebbe la pena di vivere? Ma quando, alla fine, saprai, avrai compreso perchè vale la pena (anzi, è splendido) morire.

 

Critone mi ha allora detto: “Maestro, non vorrei prendere decisioni precipitose, ma nutro il sospetto che Lei sia un coglione”.

 

“Vedi”, gli ho detto, “sei già sulla buona strada.”

 

Umberto Eco
(La bustina di Minerva, Espresso, 12 giugno 1997)
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22 2016 Gen

La rivoluzione culturale deve partire dal Sud

“La rivoluzione? Ci credo ancora”. Parola di Philippe Daverio. “E – aggiunge – deve partire dal sud, per una vera rinascita culturale di tutta l’Italia”. Il professore e critico d’arte sarà nel salone d’Ercole del Palazzo Reale venerdì alle 16.30, per inaugurare la serie di “Appuntamenti con Murat”. Gli incontri, organizzati dal Polo museale e dalla Soprintendenza assieme al Consolato francese, sono dedicati alla fine delle celebrazioni del bicentenario dalla morte di Gioacchino Murat, generale di Napoleone e re di Napoli, fucilato a Pizzo Calabro nel 1815. L’intervento di Daverio verterà su “Cos’è la rivoluzione?” (info 081 575 2524). Seguirà, alle 18, un approfondimento su “Monsù, la cucina al tempo di Murat”, con Fabrizio Mangoni di Santo Stefano.

Professor Daverio, parlerà di rivoluzione nella città delle rivoluzioni perdute.
“Motivo in più per farlo. Una speranza tradita: il popolo di Napoli si ribella, ma tutto poi torna come prima. Come in una sorta di Gattopardo. Masaniello nel 1647, i giacobini nel 1799: Sembrano appartenere ad un passato remoto, ma sono fondamentali per comprendere la situazione oggi. È soprattutto dalla controrivoluzione borbonica dopo la Repubblica Napoletana che si viene a plasmare una parte della mentalità depressiva del sud”.

Tutta colpa dell’arretratezza del Regno di Napoli?
“Per carità. L’idea della Spagna vista come il diavolo è una tesi manzoniana: un’altra accusa denigratoria del nord verso il sud. Che poi si trasformerà in antimeridionalismo. Napoli era una capitale fiorente, nelle arti e nelle opere: ben più ricca del Piemonte. Va da sé che dopo la Restaurazione cambia tutto. E nasce il contagioso germe della rassegnazione italica. Parte la dicotomia tra nord e sud: l’uno si fa rivoluzionario, l’altro reazionario”.

Questo accadeva 150 anni anni fa, però.
“Nella storia delle società equivale a ieri mattina. Si tratta di elementi sintomatici, che però meritano una riflessione. C’è grande necessità di un revisionismo di tutta questa era, prima di andare avanti. Io, per “dovere di famiglia” credo ancora nella rivoluzione (un mio parente, Francesco Daverio, è stato tra i fautori delle Cinque Giornate di Milano). E se deve esserci, deve partire proprio da Napoli e dal sud. Affidandola agli intellettuali, agli “optimates”. Così che possa puntare sulla cultura. Appoggio l’idea di pensiero di “Save Italy”, la quale sostiene che il nostro Paese si salverà soltanto con grandi investimenti culturali, i primi nel meridione”.

Con la cultura si può mangiare, quindi?
“Basta l’esempio napoletano del mio compianto amico Giannegidio Silva alla vostra metropolitana, per capire quanto l’arte possa fare la differenza anche nel posto più pratico del mondo. E si può anche  ricordare come quel grande guru di Nicola Spinosa dirigeva il sistema museale partenopeo, per farsi l’idea di un successo oggettivo. Gli ingredienti ci sono tutti: Napoli deve solo trasformare la sua tipica arroganza mediterranea in fierezza. Sono due cose totalmente diverse: la fierezza è obbligata alla verifica costante”.

C’è un monumento di Napoli che più le piace?
“Amo piazza del Plebiscito. Un grande simbolo di urbanistica moderna”.

Ma è un prodotto della Napoli “controrivoluzionaria”.
“Vero: è un caso virtuoso in cui l’arte della controrivoluzione sposa il percorso bonapartista rivoluzionario e neoclassico. Napoli è questo: un filo rosso che unisce il pensiero di Giambattista Vico col presepe di Caserta. Un cocktail che, del resto, ha reso grande re Carlo di Borbone, che portò una rivoluzione radicale in città. Ma io continuo ad amare di più suo figlio, Ferdinando IV. Odiato e bistrattato dalla storiografia filopiemontese, fu il primo a credere nella fisiocrazia, nel trionfo dell’agricoltura. Soltanto per la sua intuizione sull’importanza dei pomodori San Marzano e della mozzarella di bufala, meriterebbe un Nobel. Per la Pace, naturalmente: quante discussioni sono terminate davanti a un piatto di spaghetti?”.

 

Fonte: http://napoli.repubblica.it/cronaca/2016/01/22/news/philippe_daverio_la_rivoluzione_culturale_per_cambiare_l_italia_deve_partire_dal_sud_-131819927/

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24 2015 Dic

Retoriche della cultura e dell’innovazione

Un maître (interpretato da Giancarlo Giannini), nella ‘splendida cornice’ del Palazzo Farnese di Caprarola, offre a noi spettatori il menu della cultura italiana. Un menuche consiste in: archivi e biblioteche; “arte in generale” (sic); siti archeologici; beni storici e antropologici (“per i palati più raffinati”); il cinema, lo spettacolo dal vivo e quello circense, presentati come “alcune delle nostre specialità”; il patrimonio paesaggistico. Lo slogan dello spot è: Italia: il cibo per la mente è in tavola.

Ora, questo catalogo ci mostra innanzitutto come la metafora “gastronomica” continui a ossessionare – anni dopo il “panino” di Tremonti – l’immaginario politico e mediatico in materia culturale. Secondo la retorica diffusa nel discorso pubblico dell’Italia recente (dunque: giacimenti e tesori e volani e indotti…), la fruizione della cultura è sempre e comunque prevista come operazione unicamente passiva: senza intervento né interazione da parte nostra. La cultura cioè viene ancora interpretata e trasmessa come insieme di “beni” (monumenti oggetti manufatti) prodotti in un passato che ha scarse relazioni con noi, con la nostra esistenza, con il nostro tempo: il “patrimonio”. Essa assume così una connotazione decisamente nostalgica (la nostalgia è la qualità fondamentale della passività: la sua temperatura), e non viene riattivata dalla produzione contemporanea.

Dunque, il cameriere esperto che offre educatamente le specialità nazionali da degustare è la figura – non nuova – di uno modo tutto italiano di concepire la fruizione e la produzione di arte e cultura: di uno scenario che, anzi, diventa ogni mese più credibile e realistico. L’Italia – insieme all’intera Europa meridionale, quella non a caso più in difficoltà dal punto di vista economico nell’era della crisi e all’interno del progetto comunitario – trasformata invacation land. Un unico grande parco di divertimenti, una nazione orientata unicamente all’intrattenimento: l’associazione, l’identificazione tra cultura e turismo nelle diciture istituzionali è d’altra parte ormai da decenni il sintomo di questo processo.

Produrre senso è dunque l’operazione più difficile, in questo momento, nel nostro Paese – mentre interi immaginari che crollano, e niente a sostituirli. Si intravedono solo lampi episodici (nella migliore delle ipotesi). “- Conosce le lingue, un po’ di storia romana? – Hello, madame, fifty euro… Della storia, le assicuro, non importa a nessuno, ai giapponesi, agli slovacchi. Arrivano sotto il Colosseo sfranti di stanchezza e chiedono cinque minuti di simpatia. Vengono da noi come si va in una spa del benessere. In quindici anni di mestiere ho fatto ridere un milione di turisti” (Corrado Zunino, “L’ira del centurione sfrattato dal Colosseo. “E ora chi mi dà 2mila euro al mese?”, “la Repubblica”, 27 novembre 2015).

E non siamo un po’ tutti come questo centurione del Colosseo? La cultura, la cultura italiana, la cultura di oggi, è diventata una spa. Anche da questo molto probabilmente discendono molti degli equivoci dei fraintendimenti delle sovrapposizioni le incrostazioni che negli ultimi anni intaccano la sua percezione diffusa – e quindi i camerieri di lusso nei ristoranti di lusso che declamano il lussuoso menu delle eccellenze italiane.

Forme di innovazione, futures, ricezione

Il tema dell’innovazione è naturalmente al centro di qualunque retorica alternativa a quella appena illustrata. Conviene così ripartire, almeno momentaneamente, da ciò che scriveva Erwin Panofsky in Rinascimento e rinascenze nell’arte occidentale (1960): “Una innovazione – un’‘alterazione di ciò che è stabilito’ – necessariamente presuppone che ciò che è stabilito (lo si chiami tradizione, convenzione, stile, modo di pensare) sia una costante in rapporto alla quale l’innovazione è una variabile. Per poter decidere se una ‘soluzione proposta da un individuo’ rappresenti una ‘innovazione’, dobbiamo ammettere l’esistenza di questa costante e tentar di precisarne la direzione.

Per poter decidere se l’innovazione sia ‘ricca di conseguenze’, dobbiamo tentar di decidere se la direzione in cui si muove la costante è mutata a causa della variabile” (“Rinascimento”: auto definizione o autoinganno?, in Rinascimento e rinascenze nell’arte occidentale, Feltrinelli, Milano 1971, p. 18).

Il punto è: possiamo ancora riconoscere, attorno a noi, “ciò che è stabilito”, vale a dire la tradizione come convenzione comunemente accettata, e in rapporto alla quale riconoscere l’innovazione? È qui che si apre ciò che possiamo definire “il problema della ricezione”. Uno degli aspetti più interessanti di come funziona la cultura contemporanea, ed in particolare l’apparentemente indefinibile ‘blocco psicologico’ che ha annullato la ribellione artistica e che inibisce ogni forma di avanzamento o di ‘scarto’ (non solo in Italia), è quello della ricezione.

Sintetizzando al massimo, infatti, la domanda fondamentale potrebbe essere posta in questo modo: come può esistere un oggetto culturale autenticamente rivoluzionario, se non esiste (più) il pubblico adatto a recepirlo e fruirlo? Se gli ascoltatori, i lettori, gli spettatori cioè non sono minimamente preparati e allenati a riconoscere un capolavoro – ma solo oggetti costruiti secondo codici e convenzioni molto rigidi e standardizzati – che fine fa il capolavoro? (E, in ultima analisi, abbiamo ancora bisogno oggi del capolavoro, così come della ribellione?)

Parallelamente, il sistema della cultura contemporanea appare sempre più strutturato secondo lo schema concettuale – e ideologico – dei futures: alla previsione del futuro, infatti, è subentrata la “predeterminazione” di un futuro programmato sulla base delle caratteristiche, dei valori, delle esigenze presenti. Futuro come programma – comeprocedura – e non come progetto.

Ora, esiste una contraddizione enorme e insormontabile tra la cultura come processo immaginativo contemporaneo (come produzione “vivente”) e un tipo di programmazione che richiede come sua precondizione lo “stare mortale” di cose, opere, individui, idee.

Il futuro in questa versione non è più qualcosa che per definizione non-esiste, ma è qualcosa di predefinito; il futuro è diventato così un presente, identico a quello attuale nelle sue condizioni di base e nei suoi presupposti, che di volta in volta si incarna, si invera nel presente: un presente che “sta” in un’altra zona temporale, e che burocraticamente accade. Un futuro come tempo che si fonda sul medesimo sistema di valori e di convenzioni che regola il presente, e che non se ne discosta invece radicalmente.

La differenza rimane una differenza, per così dire, “geografica”: una distanza tra qui e lì, che si accorcia sempre più fino ad annullarsi e a svanire, più che una differenza irriducibile, inconciliabile e incommensurabile di identità e di modelli. Il futuro non è un tempo ulteriore ma semplicemente un tempo “che-sta-dopo”, che si situa dopo.

È un problema, sempre e comunque, di linguaggio e di percezione. Se oggi ti inserisci dunque – come scrittore, come artista, come regista, come innovatore sociale, come politico – pienamente nella retorica condivisa, è tecnicamente impossibile per te produrre e introdurre nel tuo contesto una reale innovazione (intesa come trasformazione). Eppure, se il tuo pensiero, il tuo discorso e la tua azione seguono una via più ‘corretta’ e procedono del tutto coerentemente su questa strada, allora ti poni automaticamente fuori dal framework e dalla retorica comuni, e ti esponi al rischio di risultare letteralmente incomprensibile.

C’è infatti sempre uno schermo, in Italia: uno schermo che impedisce di vedere, e di sentire, la vita segreta intima profonda. E non quella continuamente raccontata e dispiegata a livello pubblico, ufficiale, istituzionale. Una vita che pure si sta rivelando – in modo del tutto insperato, eppure così naturale, spontaneo – nelle opere e nei processi, per esempio: perché sotterraneamente accade, infatti, che nell’Italia degli ultimi dieci anni siano stati pubblicati alcuni dei romanzi più importanti dell’Occidente, e in pochi se ne siano anche solo accorti?

Anche l’arte visiva, ovviamente, sta esprimendo con fatica risultati notevoli: quantomeno, presagi e annunci significativi di ciò che verrà. Sta producendo cioè senso, che stenta però a essere impiegato in modo fecondo e fertile nel processo di ricostruzione dell’identità collettiva.

O anche solo – se è per questo – a essere riconosciuto. Alcuni tra gli oggetti culturali più significativi non si sedimentano; non ne hanno il tempo. Invece scivolano via dalla percezione comune, si dissolvono (almeno momentaneamente).

Crescita organica, immaginario, transizione

Come si esce da questa impasse? Come si risolve questa contraddizione tra due sistemi di valore incommensurabili? In modo al tempo stesso molto semplice e molto complesso, costruendo con pazienza tenacia e abilità un intero nuovo immaginario in cui far planare, atterrare la psiche collettiva della nazione. L’immaginario è il telaio, la struttura fondamentale in grado di sorreggere un sistema di valori radicalmente alternativo; di costruire i presupposti e le precondizioni per la transizione.

È chiaro quanto e come, per un’operazione collettiva di questo tipo (che richiede certamente tempi lunghi: una ventina o una trentina di anni almeno), sia cruciale riaffermare il potenziale trasformativo dell’oggetto culturale – inteso anche e soprattutto come processo.

La sua capacità latente, oscura, allucinata di intervenire nel tessuto della realtà e delle relazioni umane, per illuminarli e mutarli dall’interno: “L’opera d’arte è una liberazione, ma perché è una lacerazione di tessuti propri ed alieni. Strappandosi, non sale in cielo, resta nel mondo. Tutto perciò si può cercare in essa, purché sia l’opera ad avvertirci che bisogna ancora trovarlo, perché ancora qualcosa manca al suo pieno intendimento” (Roberto Longhi, Proposte per una critica d’arte, 1950).

E in che cosa si sostanzia questa, per ora fantasmatica, transizione? Innanzitutto, è inutile e pericoloso distinguere tra varie tipologie di innovazione: per esempio, non può esistere infatti alcuna innovazione culturale all’interno di una sorta di distopia sociale. Le dimensioni dell’innovazione culturale, politica, sociale, economica si sostengono a vicenda e tendono a sovrapporsi e a coincidere.

Infine, per il momento, diremo che – per portare avanti un tipo di progettazione culturale che davvero si ponga su un piano di esistenza diverso rispetto alle retoriche e alle dinamiche mainstream (come del resto dimostrano gli esperimenti più coraggiosi e riusciti degli ultimi tempi, in settori anche lontani tra di loro) – occorre lavorare: sulla prospettiva di vita di un progetto; sull’infrastruttura di relazioni; sull’articolazione stabile di un sistema organico che cresce costantemente; sulla costruzione di una comunità, capace di mettere insieme le ferite e i traumi con le speranze e il desiderio di rinascere e di rigenerarsi; su un contesto concentrato nello spazio e nel tempo (e in grado di espanderli), che brucia, consuma in quella concentrazione: l’investimento cognitivo e economico, il pensiero, l’evoluzione.

Il modello ideale rimane sempre e comunque quello delle sottoculture: qualcosa che il nostro Paese, non a caso, ha conosciuto a differenza di altri finora in forma unicamente embrionale e subliminale.

Fonte: https://www.che-fare.com/retoriche-della-cultura-e-dellinnovazione/

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6 2015 Dic

Analisi percezione di 25 musei

52.986 è il numero di contenuti che hanno collezionato 25 principali musei italiani in 24 mesi, grazie ad altrettanti visitatori singoli che hanno lasciato un feedback online a seguito di un’esperienza di visita.
Nell’ultimo anno, si registra un aumento di contenuti del 13% rispetto all’anno precedente con prevalente provenienza da TripAdvisor (92%).

L’analisi semantica effettuata in più lingue, ci permette di tradurre in informazioni utili migliaia di dati disaggregati e avere una misura della percezione che i visitatori hanno delle risorse museali in ogni fase che compone l’esperienza di visita.

Sappiamo, dunque, che la soddisfazione generale dei visitatori per i 25 musei analizzati si attesta al 79,57% di positività nell’ultimo anno, in leggera crescita rispetto all’anno precedente (+0,71%). Dentro questo dato, ovviamente, sono racchiusi vari aspetti dell’esperienza di visita che possiamo ordinare per livelli di sentiment descrescenti, cioè dagli aspetti percepiti più positivamente a quelli percepiti più negativamente.

La percezione della posizione (raggiungibilità dei luoghi); degli spazi (che comprende sale, mostre, percorsi, allestimenti, illuminazione, segnaletica, pulizia, luoghi interni, luoghi esterni, ecc.) e le impressioni generali, raccolgono un sentiment che supera l’80% di positività.

La qualità della ristorazione interna ai musei (bar, ristoranti, caffetterie, ecc.); l’accoglienza (personale, guide, assistenza, gestione della biglietteria, delle code, della folla, delle attese, ecc.); le attività e gli eventi come laboratori, attività didattiche, corsi, presentazioni, ecc., raggiungono un sentiment positivo compreso tra il 70 e il 77%.

La percezione positiva dell’accessibilità delle strutture museali si attesta al 65%, mentre l’universo dei servizi legati alle guide, ai servizi tecnologici, di climatizzazione, igienici, bookshop, disponibilità e funzionamento del WiFi, ecc. raggiunge nel complesso un sentiment pari al 59,08% di positività.

La percezione dei costi legata in maggior misura ai prezzi dei biglietti d’ingresso e in minor misura all’acquisto di servizi e prodotti internamente ai musei, raggiunge un livello di positività nella percezione del 51,32%, probabilmente segno di una non corrispondenza tra prezzo e valore percepito dell’offerta museale.

La soddisfazione generale dei visitatori per i 25 musei analizzati da Travel Appeal è compresa tra il 73 e il 94% di positività, la maggioranza di questi presentano una soddisfazione dei visitatori compresa tra l’80 e l’88% di positività.

Forti turbolenze si notano nella gestione dei canali digitali direttamente collegati ai musei: solo lo 0,02% di recensioni su Tripadvisor presentano una risposta nell’ultimo anno da parte di un responsabile e la gestione dei canali social, quando presenti, scarseggia a causa di una mancanza di strategie dedicate nella maggior parte dei casi che comportano discontinuità del lavoro.

Musei monitorati:

Museo Nazionale del Bargello, Galleria Nazionale dell’Umbria, Reggia di Caserta, Galleria Estense, Museo di Capodimonte, Museo Nazionale del Cinema di Torino, MART – Museo di Arte Moderna e Contemporanea, Museo Nazionale Archeologico di Taranto, Palazzo Reale di Genova, MUSE – Museo delle Scienze, Palazzo Ducale di Mantova, Palazzo Reale di Torino. Galleria Borghese, Parco Archeologico di Paestum, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Pinacoteca di Brera, Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Corsini, Gallerie dell’Accademia di Venezia, Museo Archeologico di Napoli, Galleria degli Uffizi, Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Barberini, Galleria Nazionale delle Marche, Musei Vaticani

Fonte: https://www.travelappeal.com/infografica-25-musei-italiani/

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28 2015 Lug

Perché Internet non salverà il mondo

Intervista con Evgeny Morozov, il filosofo avversario della Silicon Valley [estratti]

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28 2015 Apr

Ecco i 70 siti archeologici vietati ai turisti

«A me sta Fontana de Anna Perenne non mi risulta che esista». È la sconfortante risposta di un centralinista del numero della Sopraintendenza al quale abbiamo chiesto informazioni per visitare la Fonte di Anna Perenna, uno dei 70 e più siti archeologici “minori” della Capitale, che non possono essere visitati. Un patrimonio unico al mondo di cui milioni di visitatori, italiani e stranieri, non possono godere a causa della cronica malagestione del tesoro nascosto nella Citta eterna. Lavori interminabili, restauri mai iniziati, consolidamenti mai portati a termine, ma soprattutto la profonda ignoranza di chi è pagato per dare informazioni e davanti alla lingua straniera è costretto a riattaccare per la vergogna di non saper rispondere. Il Tempo ha mappato, in maniera certosina, i siti archeologici della Capitale chiusi al pubblico oppure visitabili solo su prenotazione. Si tratta di monumenti che non rientrano tra le aree turistiche più visitate come il Colosseo. Attraverso estenuanti chiacchierate telefoniche con i centralinisti preposti alle prenotazioni, Il Tempo ha scoperto che due siti archeologici su tre della Capitale, non sono visitabili. Le telefonate, registrate, raccontano scuse e ancora scuse: dalla mancanza di custodi fino «all’area ancora in allestimento», passando per il «non sappiamo di cosa state parlando». E quando in rari casi viene data la disponibilità per una visita guidata, i tempi di attesa possono raggiungere addirittura i tre mesi. Dall’Antiquarium Forense a quello Comunale, dai Templi del Foro Olitorio passando per l’area di Sant’Omobono, fino al tristemente famoso Mausoleo di Augusto. La lista completa, lunghissima, potete scorrerla nella mappa che pubblichiamo in questa pagina. Ma anche Colosseo e Fori possono riservare al turista sprovveduto, amare sorprese. Pagando l’ingresso, infatti, non si accede a tutte le aree del sito e per poterne godere occorre aggiungere un supplemento, a seconda dell’area che si vuole visitare. Questa improbabile “caccia al tesoro” dimostra che Roma Capitale e ministero dei Beni Culturali non sono all’altezza della Città eterna che, per giunta, a breve ospiterà il Giubileo di Papa Francesco. Ascoltate sul sito internet de Il Tempo le telefonate al call center e ci darete ragione [audio delle telefonate ai call center 1 – 2 – 3].

Alessio Buzzelli e Francesca Pizzolante

Fonte: http://www.iltempo.it/roma-capitale/2015/04/27/ecco-i-70-siti-archeologici-vietati-ai-turisti-1.1408903

La replica della Soprintendenza.

«Un numero verde anti-figuracce»

Le fantozziane telefonate al call center del Comune (060608) pubblicate ieri su «Il Tempo» che documentavano i tentativi falliti di prenotare visite ad alcuni siti archeologici (dalle scuse per non saper parlare inglese alle false indicazioni su un sito chiuso che invece era aperto) corredate poi dal nutrito elenco di monumenti chiusi al pubblico, hanno destato malumori alla Soprintendenza dei Beni Archeologici di Roma. Difronte alla situazione catastrofica le rimostranze sono state risibili: «sbagliato» telefonare al call center del Comune, e aver fatto «confusione» tra la Soprintendenza Statale e la Sovrintendenza Capitolina. Una «v» o una «p» di troppo rispetto allo scoop de Il Tempo che ha trovato 70 siti archeologici vietati ai turisti e ai cittadini. Il Soprintendente ai Beni archeologici di Roma Francesco Prosperetti si arrampica sugli specchi. Spiega che i siti «statali» chiusi nell’elenco erano soltanto tre e che altri tre erano chiusi ma prenotabili. Poi, alla fine, si arrende, ammettendo che le disfunzioni ci sono e sono gravi per la Capitale dell’archeologia mondiale.

Fonte: http://www.iltempo.it/roma-capitale/2015/04/28/ecco-la-replica-del-soprintendente-dopo-lo-scoop-sui-siti-dimenticati-un-numero-verde-anti-figuracce-1.1409216

 

Mappa dei 70 siti non visitabili (purtroppo non sono riuscito a trovare un’immagine a più alta risoluzione, ndS)

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11 2014 Ago

Museo della città: Londra, Roma e l’importanza dell’identità

Quando si visita una città, in special modo se la città in questione è una delle grandi capitali mondiali, occorre fare i conti con la complessità della sua compagine rispetto al poco tempo a disposizione per farsene un’idea e comprendere realmente le sfumature del luogo prescelto per la visita. La soluzione più naturale è quella di avere a disposizione un museo pensato proprio per la funzione di fornire uno sguardo generale, strutturandolo a più livelli di approfondimento e di rimandi al contesto urbano, generalmente realizzato in primis per sensibilizzare chi in quella città ci abita, plasmandone ed educandone l’animo civico tale da trasformarlo da residente in cittadino a tutti gli effetti. Tale museo, essendo portavoce dell’intera città, deve avere una propria identità, immediatamente percepibile dall’avventore occasionale, dal turista più smaliziato, dal cittadino stesso: già dal logo deve essere in grado di esprimere la propria particolarità, il proprio valore aggiunto in quanto sintesi efficace della multiformità di una realtà pluristratificata ed in continua evoluzione.

Il Museo di Londra, fondato nel 1976, racconta la vita e l’evoluzione della capitale inglese dalla preistoria ad oggi. Si tratta di un museo all’avanguardia, orientato alla cittadinanza innanzitutto – essendo qui racchiuso tutto il background della città in cui vivono, articolato anche in una sezione dedicata ai Docks (l’area portuale) e alla parte archeologica vera e propria – e quindi ai turisti, ai quali viene offerta una visuale a 360 gradi sulla città che sono andati a visitare: attratti da altri monumenti ed istituzioni ben più celebri – ad esempio, il British Museum – vengono qui sensibilizzati e fatti partecipi delle vicende cittadine. Per meglio comunicare la propria missione, nel 2009 ha avviato una sperimentazione riguardo il logo, alla ricerca di una identità per sé e le due istituzioni connesse. Il risultato, progettato da londinese Coley Porter Bell, è quello sottostante:

museum_of_london_logo

museum_of_london_sub

Immagini: http://www.underconsideration.com/brandnew/archives/london_over_time_as_a_logo.php#.U-TrU_l_uSo

Le diverse aree colorate sono rappresentazioni schematiche dell’evoluzione della pianta di Londra, dalle sue origini fino ai giorni nostri. Per le Docklands la dominante è il colore azzurro, legato all’acqua; per l’archeologia, il marrone. In una maniera semplice ed immediata, moderno e bello a vedersi, il logo fornisce ai futuri visitatori una sintesi visuale e concettuale di tutto ciò che potranno vedere nelle sale del museo, rimando ipertestuale alla città ed alla sua complessità.

A Roma, invece, cosa accade? Anzi, cosa non accade: non esiste, nonostante se ne parli grossomodo da un secolo, un museo della città. Il facente funzione, al momento, è il Museo di Roma di Palazzo Braschi, che però inizia la sua narrazione dal Medioevo, con un orientamento spiccatamente artistico. La visione di Roma, invece, dovrebbe spaziare liberamente, con un maggiore accento – inevitabile quanto comprensibile – sull’archeologia. “Il patrimonio archeologico, in particolare, è privo di narrazioni e ricostruzioni. Il museo della città dietro Santa Maria in Cosmedin, ideato da Veltroni, non ha fatto passi avanti: sarebbe un luogo per conoscere, che compenserebbe la transumanza [del turismo mordi e fuggi, ndr]”, scriveva Andrea Carandini sul Corriere della Sera [Roma, Mercoledì 5 Giugno, 2013]. Era invece il 23 dicembre 2009 quando uscì invece questa notizia: http://roma.repubblica.it/dettaglio/il-museo-della-citta-di-roma-avra-un-cuore-digitale/1812769. “Non sarà un’esposizione di collezioni di opere d’arte” – disse l’assessore dell’epoca – “ma un luogo per capire nel profondo la complessità storica di Roma. Diventerà lo strumento per capire la città più antica del mondo [per] turisti e cittadini”. Ovviamente non se ne fece nulla. Roma è dunque tuttora priva di un luogo sede della narrazione di sé stessa, frammentata tra una miriade di musei purtroppo sconosciuti al più dei residenti, figurarsi ai visitatori che rimangono nell’Urbe lo spazio di un fine settimana, in media.
Fermiamoci allora all’esistente, al circuito museale del Comune di Roma. Ecco il logo:

portaledeimuseiincomune

Fatta salva l’idea di unificare la gestione in un unico circuito, in una realtà orientata verso la personalizzazione e l’addizione di valori quale particolarità dovrebbe esprimere tale grafica? La comunicazione – e dunque la compartecipazione dell’utente – inizia già dall’elemento primo identificativo: ma qui regna l’anonimato e l’insipidezza più spinta. Speculare è il portale web, un maelstrom di informazioni ridondanti ed inutili, in cui i pochi contenuti sono sacrificati ad una struttura farraginosa che schiaccia l’individualità del museo stesso. Un portale dovrebbe avere – come dice il nome stesso – funzione di smistamento degli interessi, di accoglienza, di guida, di relazioni e percorsi dinamici, non di vetrina statica. Tra frammentarietà ed anonimato, Roma risulta dunque incapace di raccontarsi, di coinvolgere il turista – che si accontenterà per lo più di autoscatti nei punti più rappresentativi – e, peggio, la cittadinanza stessa, che risulterà gradualmente sempre più disaffezionata verso di essa.

Tutto per l’incapacità di comunicare, lì dove il logo – incapace di trasformarsi in brand – è il sintomo più evidente.

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10 2014 Ago

Open source, amministrazione e lungimiranza

Due notizie a confronto:

Il Comune di Torino rinnova i pc e dà l’addio a Microsoft: “Risparmiamo 6 milioni”. La città si avvia a diventare il primo grande centro italiano “open source”: passaggio graduale, gestito dal Csi, al software gratuito Linux: finora la spesa per ognuna delle 8300 postazioni era di 300 euro. La novità potrebbe estendersi ad altri enti come Regione e comparto sanità
(Fonte: http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/08/03/news/il_comune_rinnova_i_pc_e_d_laddio_a_microsoft_risparmiamo_6_milioni-93067980/)

e

Pc, telefoni, luce: tutti gli sprechi del Comune di Roma. Per l’acquisto dei software per i computer, il Campidoglio spende quasi il 600% in più rispetto ai costi di riferimento. Ecco gli interventi previsti dall’amministrazione capitolina nel piano di rientro per risparmiare 440 milioni di euro in tre anni (Fonte: http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/08/07/news/pc_telefoni_luce_tutti_gli_sprechi_del_comune-93285659/)

 

Nel primo si legge “Microsoft e compagnia, addio: in Comune approderà Linux e Gates e i suoi soci si vedranno alleggerire le casse di 300 euro per ciascuno degli 8300 computer dell’amministrazione comunale”. Nel secondo: “Per la precisione, Roma capitale spende per dotare i propri pc di comunissimi software 4.037 euro a computer anziché 585, esattamente il 590% in più“.

A ognuno le sue considerazioni.

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10 2014 Ago

Se troppo successo fa male al museo

Se troppo successo fa male al museo
di Salvatore Settis
30 Luglio 2014 LA REPUBBLICA


Sterminate folle premono sui musei, sulle città d’arte. Miliardi di cinesi, indiani, giapponesi, russi che paiono dietro l’angolo disegnano nuove frontiere non della cultura ma della cupidigia di nuovi introiti.

Il turismo mordi-e-fuggi genera l’arte usa-e-getta (il 75% dei turisti che vanno a Venezia si fermano meno di un giorno lasciandovi chili di detriti).

La neomania dei selfie, sdoganati come performance individualista, inonda il web di fotoricordo che certificano non la curiosità culturale ma la presenza rituale del turista. Non archiviano il ricordo, sostituiscono lo sguardo: perciò la loro quantità è più importante della qualità. La visita a un museo somiglia più a una simulazione che all’esperienza di un tempo, l’incontro di una persona (il visitatore di oggi) con un’altra (Giotto, Caravaggio, Rembrandt). Perciò in un libro recente (2010) Steven Conn si domanda sin dal titolo se i musei hanno ancora bisogno di oggetti (Do Museums still need Objects?). Secondo lui, via via che diminuisce la fiducia nel potere degli oggetti di trasmettere conoscenza diminuiscono di numero gli oggetti esposti nei musei, crescono gli apparati tecnologici e le appropriazioni fotografiche. Il nuovo rituale turistico sostituisce la tecnologia alla storia, la rappresentazione virtuale alla realtà.

Le immagini su un cellulare acquistano un grado di verità e un’intensità di esperienza che non si accontentano di essere equivalenti al contatto con «la cosa vera», vogliono essere superiori ad esso. Consentono manipolazioni (ingrandire un dettaglio), archiviazione di impressioni momentanee, scambi di opinioni via Facebook. L’oggetto d’arte diventa il mero innesco di un processo sensoriale che si svolge prevalentemente altrove. Davanti alla Gioconda, il 20% dell’esperienza (diciamo) è quella del quadro nell’affollatissima sala del Louvre; ma l’80% ha luogo nello smartphone, nell’i-Pad, in un labirinto di modalità interattive che consentono inedite forme di appropriazione. Secondo Conn, la storia (la “cosa vera”) sta diventando noiosa, la tecnologia la rivitalizza; la realtà virtuale è superiore alla realtà tangibile, l’illusione prende il posto della riflessione, la duplicazione spodesta l’unicità dell’originale. L’irriducibile diversità del passato si diluisce e si annienta in un gratuito bricolage. Viene in mente Baudrillard: «Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; la verità è il simulacro, e nasconde che non c’è alcuna verità. Solo il simulacro è vero».

Le folle che si accalcano davanti alla Gioconda e ignorano i Leonardo della sala lì accanto e l’accanimento fotografico che sostituisce lo sguardo sono fratelli: due declinazioni della fretta, di una concezione del museo come esperienza di consumo, di una stessa rinuncia alla riflessione. Vi sono rimedi? Il Louvre ci sta provando a Lens, città mineraria in gran decadenza, dove un “secondo Louvre” è stato aperto con gran successo un anno fa, e ha già avuto più di un milione di visitatori, rianimando un’area di scarsa attrattività. Scegliendo oggetti della collezione e disponendoli in ordine cronologico (ma mescolando le opere d’arte dei vari dipartimenti), sia lo staff del museo che i visitatori sono invitati a riflettere sulla consistenza e sulla storia delle collezioni; collocando a Lens una bellissima mostra sui Disastri della guerra che ricorda l’anniversario 1914-2014, una parte cospicua di visitatori è attratta altrove, e moltiplica le potenzialità di quel grande museo. Se arrestare la valanga di selfie pare difficile, sarà possibile diffondere una cultura della lentezza che nell’osservazione dell’opera d’arte veda un’occasione di riflessione e di crescita civile? È immaginabile mettere in rete i tour operator e indirizzare i flussi turistici non solo su poche destinazioni iconiche, ma sulla trama minuta dei monumenti, delle città, dei musei?

A queste domande nessuno si aspetta più risposte dirimenti dall’Italia, che pure è il Paese con la più nobile tradizione museografica, con le più antiche norme di tutela, prescritta dalla Costituzione nell’art. 9, sempre celebrato e mai pienamente attuato. Volgari approssimazioni vedono nell’arte delle nostre città e dei nostri musei un’occasione di business e non un’esperienza di vita; circola nei palazzi del potere la stolta ipotesi che un manager vale per principio più di uno storico dell’arte; si ipotizza di chiudere musei e siti archeologici con pochi visitatori, si ironizza sul fatto che gli Uffizi abbiano meno visitatori del Louvre (che è 30 volte più grande). E intanto è in fase di cottura una riforma del ministero dei Beni culturali innescata non (come sarebbe giusto) dalla voglia di investire sulla cultura, di assumere nuovo personale, di mettere l’Italia in prima fila in un discorso, quello sul rapporto fra arte e cittadinanza, che sarà fra i più importanti del nostro secolo; ma da una pretestuosa spending review , e cioè da ulteriori tagli che vanno ad aggiungersi a quelli perpetrati dal 2008 in poi da governi d’ogni colore. Ma la colpevole insistenza sul turismo come ragione ultima delle cure dovute al nostro patrimonio culturale trascura il solo punto essenziale: quel patrimonio non è dei turisti, ma dei cittadini; è “nostro” a titolo di sovranità (questo dice la Costituzione), è consustanziale al diritto di cittadinanza, serbatoio di energie morali per costruire il futuro. L’Italia ha su questo fronte un diritto di primogenitura, ma pare decisa a rinunciarvi.

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5 2014 Ago

Sei principi per comunicare correttamente i dati