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25 2014 Ago

Fare scacco al Louvre

Mostre: bastano un po’ di quattrini e fai scacco anche al Louvre
di Tomaso Montanari | Il Fatto Quotidiano 22 agosto 2014

Una retorica globale vuole che il tramonto dello Stato coincida con l’alba di un nuovo mecenatismo, in una generale regressione dai diritti ai privilegi, dalle Costituzioni alla charity: anche in Italia è a questi messia che una politica senza progetto affida il futuro del patrimonio culturale. Se è dunque questo il modello che ci aspetta, sarà il caso di conoscerlo meglio.
Mentre da noi si è scelta la strada delle sponsorizzazioni commerciali (Della Valle al Colosseo, Stefano Ricci a Ponte Vecchio, Fendi a Fontana di Trevi,…), con cinque successive leggi approvate tra il 2003 e il 2009, lo Stato francese ha regolato e incoraggiato il mecenatismo senza contropartite, che oggi riesce a incanalare 5 miliardi di euro l’anno verso iniziative pubbliche. Il 26% di questa cifra enorme tocca alla cultura: eguagliando l’intero bilancio annuale del nostro ministero dei Beni culturali. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio: e ora in Francia il dibattito sui limiti e i rischi del mecenatismo è alimentato da una storia che non ha fin qui trovato posto sui giornali italiani, paralizzati da farse estive provinciali, come quella dei Bronzi di Riace nominati testimonial dall’Expo leghista.

Nel 2012, l’allora direttore del Louvre, Henry Loyrette, accetta di organizzare una mostra di fotografie naturalistiche scattate da un misterioso sudcoreano noto con il nome d’arte di Ahae (che significa “bambino”): una manifestazione straordinariamente sontuosa, con un padiglione di mille metri quadrati montato nel Giardino delle Tuileries e un catalogo da 200 euro aperto da una prefazione dello stesso Loyrette. Nell’estate dell’anno successivo Ahae (che non si mostra mai in pubblico) replica a Versailles, dove noleggia un enorme spazio dell’Orangerie, e dove organizza una serie di eventi mondani (cui partecipa anche l’ambasciatore italiano).
Negli stessi mesi, gli italiani apprendono dal sito del Fai che l’artista è anche un mecenate: “Una vendita insolita ha attirato acquirenti da tutto il mondo per aggiudicarsi un lotto davvero sui generis, battuto, infine, per 520 mila euro. Ad aggiudicarsi l’antico borgo di Courbefy è stato un artista sudcoreano, Ahae, in questi giorni protagonista di una mostra al Louvre con una raccolta di sue fotografie. Ora le dodici case con canili e stalle, e la fortezza del 1100, potranno rinascere e le autorità locali sperano che il nuovo proprietario risollevi, con il recupero architettonico, anche l’economia locale”. Questa strana congiuntura attira l’attenzione di Bernard Hasquenoph, un grafico e giornalista parigino che ha fondato il blog Louvrepourtous (Il Louvre è di tutti), sul quale conduce un prezioso lavoro d’inchiesta sulla commercializzazione dei grandi musei francesi, sulla fedeltà alla “loro missione di servizio pubblico”, sui rischi del mecenatismo.
Hasquenoph mette in fila una serie di fatti sconcertanti: nessuno conosceva Ahae prima del 2011, quando una società sudcoreana finanzia una sua mostra alla Grand Central Terminal di New York, e quando mostre altrettanto autofinanziate si aprono a Praga, a Londra, a Mosca e anche a Venezia e Firenze (in quelle “fotografie manca qualsiasi costruzione. Non c’è nulla che intacchi l’equilibrio naturale”, scrive allora Repubblica); anche la mostra del Louvre risulta prodotta e pagata da una società dell’artista e il resoconto annuale del mecenatismo dimostra che Ahae ha donato al Louvre anche un milione e 100 mila euro, vedendo il proprio nome inciso sulle pareti storiche del museo, tra quelli dei grandi benefattori; infine, anche dietro la mostra di Versailles c’è lo stesso deplorevole scambio tra denaro (si parla di donazioni per almeno 2 milioni) e riconoscimento culturale.
Basterebbe questo per nutrire più di un dubbio su un sistema che permette a un artista debuttante, ma evidentemente ricchissimo, di comprarsi una consacrazione pubblica nientemeno che al Louvre e a Versailles. Ma il meglio deve venire. Con un colpo da Pulitzer, nell’agosto del 2013, Hasquenoph riesce a svelare la vera identità del misterioso fotografo asiatico: che altri non è che l’allora 72enne Yoo Byung-eun, uno dei più ricchi imprenditori del suo paese (con trascorsi giudiziari di qualche rilievo), fondatore della Chiesa Evangelica Battista di Corea (seguita da 20.000 fedeli, e sfiorata da un episodio di suicidio di massa nel 1987) e astuto proprietario del cliccatissimo dominio web www.god.com. E anche questo era un durissimo colpo alla credibilità del Louvre, la cui carta etica proibisce di accettare doni in odore di proselitismo religioso, o provenienti da imprenditori sulla cui attività possa esistere “un dubbio di legalità”.
Ma la vicenda prende una piega veramente drammatica il 16 aprile di quest’anno, quando avviene uno dei più gravi disastri della storia civile della Corea del Sud: il traghetto Sewol affonda, causando la morte di 293 persone. Questo esito tragico si deve alla criminale incapacità dell’equipaggio di evacuare i passeggeri, ma il naufragio va addebitato alla sopraelevazione del traghetto, cui era stato aggiunto dall’armatore un ponte abusivo. Tutto ciò suscita un’enorme ondata di sdegno popolare: che conduce alle dimissioni del primo ministro Chung Hong-won, e che viene ulteriormente alimentata dal terribile video girato, nei suoi ultimi minuti di vita, da Park Su-hyeon, un passeggero di 17 anni. Il 28 maggio 2014 il governo di Seul si decide a spiccare un mandato d’arresto internazionale per il proprietario del battello: che è il nostro Yoo Byung-eun, il cui nome d’arte è (per sempre?) inciso sulle pareti del Louvre.
In tutta la Corea del Sud non si trova un avvocato disposto a difendere l’illustre latitante, sul cui capo pende ora una taglia da 350.000 euro. E tra arresti di familiari e colpi di scena d’ogni tipo, la fuga del filantropo di Versailles termina (almeno ufficialmente) il 12 giugno scorso: quando in un campo a 400 km a sud di Seul viene ritrovato un cadavere in avanzato stato di decomposizione, che un test del Dna attribuisce a Yoo Byung-eun, alias Ahae, morto in circostanze che appaiono tuttora assai dubbie.
Un finale straordinario: e “straordinaria nell’ordinario” era l’opera di Ahae nelle encomiastiche parole del direttore del Louvre, il quale (nella migliore tradizione lobbista dello scambio di ruoli) presiede oggi la potente Admical (l’Associazione per lo sviluppo del mecenatismo culturale e industriale). E se perfino al Louvre è successo di mettere il proprio nome al servizio di un simile personaggio, cosa accadrà ai nostri poveri musei, per i quali già si parla dell’interesse di fondi sovrani arabi e imprenditori asiatici? Siamo sicuri che indurli a cercare denaro non li spingerà ad associarsi al peggio della nostra società? E anche se la loro tenuta morale sarà indiscutibile, avranno i mezzi per scoprire chi sono gli aspiranti mecenati, e dunque per evitare di legittimare riciclatori di denaro sporco, santoni, mafiosi o anche solo imprenditori di dubbia fama?
Dopo il clamoroso caso Ahae queste domande sono più urgenti che mai.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/23/mostre-bastano-un-po-di-quattrini-e-fai-scacco-anche-al-louvre/1096636/

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10 2014 Ago

Se troppo successo fa male al museo

Se troppo successo fa male al museo
di Salvatore Settis
30 Luglio 2014 LA REPUBBLICA


Sterminate folle premono sui musei, sulle città d’arte. Miliardi di cinesi, indiani, giapponesi, russi che paiono dietro l’angolo disegnano nuove frontiere non della cultura ma della cupidigia di nuovi introiti.

Il turismo mordi-e-fuggi genera l’arte usa-e-getta (il 75% dei turisti che vanno a Venezia si fermano meno di un giorno lasciandovi chili di detriti).

La neomania dei selfie, sdoganati come performance individualista, inonda il web di fotoricordo che certificano non la curiosità culturale ma la presenza rituale del turista. Non archiviano il ricordo, sostituiscono lo sguardo: perciò la loro quantità è più importante della qualità. La visita a un museo somiglia più a una simulazione che all’esperienza di un tempo, l’incontro di una persona (il visitatore di oggi) con un’altra (Giotto, Caravaggio, Rembrandt). Perciò in un libro recente (2010) Steven Conn si domanda sin dal titolo se i musei hanno ancora bisogno di oggetti (Do Museums still need Objects?). Secondo lui, via via che diminuisce la fiducia nel potere degli oggetti di trasmettere conoscenza diminuiscono di numero gli oggetti esposti nei musei, crescono gli apparati tecnologici e le appropriazioni fotografiche. Il nuovo rituale turistico sostituisce la tecnologia alla storia, la rappresentazione virtuale alla realtà.

Le immagini su un cellulare acquistano un grado di verità e un’intensità di esperienza che non si accontentano di essere equivalenti al contatto con «la cosa vera», vogliono essere superiori ad esso. Consentono manipolazioni (ingrandire un dettaglio), archiviazione di impressioni momentanee, scambi di opinioni via Facebook. L’oggetto d’arte diventa il mero innesco di un processo sensoriale che si svolge prevalentemente altrove. Davanti alla Gioconda, il 20% dell’esperienza (diciamo) è quella del quadro nell’affollatissima sala del Louvre; ma l’80% ha luogo nello smartphone, nell’i-Pad, in un labirinto di modalità interattive che consentono inedite forme di appropriazione. Secondo Conn, la storia (la “cosa vera”) sta diventando noiosa, la tecnologia la rivitalizza; la realtà virtuale è superiore alla realtà tangibile, l’illusione prende il posto della riflessione, la duplicazione spodesta l’unicità dell’originale. L’irriducibile diversità del passato si diluisce e si annienta in un gratuito bricolage. Viene in mente Baudrillard: «Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; la verità è il simulacro, e nasconde che non c’è alcuna verità. Solo il simulacro è vero».

Le folle che si accalcano davanti alla Gioconda e ignorano i Leonardo della sala lì accanto e l’accanimento fotografico che sostituisce lo sguardo sono fratelli: due declinazioni della fretta, di una concezione del museo come esperienza di consumo, di una stessa rinuncia alla riflessione. Vi sono rimedi? Il Louvre ci sta provando a Lens, città mineraria in gran decadenza, dove un “secondo Louvre” è stato aperto con gran successo un anno fa, e ha già avuto più di un milione di visitatori, rianimando un’area di scarsa attrattività. Scegliendo oggetti della collezione e disponendoli in ordine cronologico (ma mescolando le opere d’arte dei vari dipartimenti), sia lo staff del museo che i visitatori sono invitati a riflettere sulla consistenza e sulla storia delle collezioni; collocando a Lens una bellissima mostra sui Disastri della guerra che ricorda l’anniversario 1914-2014, una parte cospicua di visitatori è attratta altrove, e moltiplica le potenzialità di quel grande museo. Se arrestare la valanga di selfie pare difficile, sarà possibile diffondere una cultura della lentezza che nell’osservazione dell’opera d’arte veda un’occasione di riflessione e di crescita civile? È immaginabile mettere in rete i tour operator e indirizzare i flussi turistici non solo su poche destinazioni iconiche, ma sulla trama minuta dei monumenti, delle città, dei musei?

A queste domande nessuno si aspetta più risposte dirimenti dall’Italia, che pure è il Paese con la più nobile tradizione museografica, con le più antiche norme di tutela, prescritta dalla Costituzione nell’art. 9, sempre celebrato e mai pienamente attuato. Volgari approssimazioni vedono nell’arte delle nostre città e dei nostri musei un’occasione di business e non un’esperienza di vita; circola nei palazzi del potere la stolta ipotesi che un manager vale per principio più di uno storico dell’arte; si ipotizza di chiudere musei e siti archeologici con pochi visitatori, si ironizza sul fatto che gli Uffizi abbiano meno visitatori del Louvre (che è 30 volte più grande). E intanto è in fase di cottura una riforma del ministero dei Beni culturali innescata non (come sarebbe giusto) dalla voglia di investire sulla cultura, di assumere nuovo personale, di mettere l’Italia in prima fila in un discorso, quello sul rapporto fra arte e cittadinanza, che sarà fra i più importanti del nostro secolo; ma da una pretestuosa spending review , e cioè da ulteriori tagli che vanno ad aggiungersi a quelli perpetrati dal 2008 in poi da governi d’ogni colore. Ma la colpevole insistenza sul turismo come ragione ultima delle cure dovute al nostro patrimonio culturale trascura il solo punto essenziale: quel patrimonio non è dei turisti, ma dei cittadini; è “nostro” a titolo di sovranità (questo dice la Costituzione), è consustanziale al diritto di cittadinanza, serbatoio di energie morali per costruire il futuro. L’Italia ha su questo fronte un diritto di primogenitura, ma pare decisa a rinunciarvi.