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28 2015 Giu

Programma 101

“Era un giorno di aprile del 1957. Con la mia 600, che era quanto mi era rimasto dei due anni passati alla Fiat, stavo andando da Torino a Pisa, dove l’Olivetti aveva aperto un laboratorio di ricerche avanzate nel campo dell’elettronica. Quando ero in Fiat di questo laboratorio si parlava come di una cosa mitica. D’altra parte in quegli anni tutto quanto riguardava l’Olivetti era mitico e avvolto da un alone di superiorità e di mistero, e io, che ero stato appena assunto attraverso una banalissima procedura avviata rispondendo ad un avviso sul giornale, cominciavo a sentire che la soddisfazione di aver trovato un nuovo lavoro si stava trasformando in ansia e preoccupazione a mano a mano che mi avvicinavo a Pisa”.

Con queste parole Pier Giorgio Perotto descrive l’inizio di un’avventura senza precedenti: l’invenzione del personal computer. Il termine inglese che descrive il calcolatore elettronico ci trae in inganno: la pietra miliare di un computer che stesse su di una scrivania non si deve a qualche sognatore o guru americano, ma ad un gruppo di ingegneri e designer che, cinquant’anni fa, raccolse una sfida a livello mondiale e la vinse.

Da Linkiesta:

Olivetti P101, quando gli italiani erano Steve Jobs

Il primo computer da tavolo è stato il Programma 101 dell’Olivetti, nel 1964. Concepito a Ivrea dall’ingegner Perotto, ne esportammo negli Stati Uniti quarantamila in un solo anno. Gli americani provarono anche a copiarlo. E lo fecero. Ma la Hewlett Packard perse la causa e fu costretta a pagare …

Aveva un nome, Programma 101, un soprannome, “Perottina”, e un destino: diventare il primo computer da tavolo del mondo. Perottina era stata realizzata partendo da un modello in plastilina (non essendoci i personal computer non c’erano neanche i rendering). L’aveva concepita un ingegnere dell’Olivetti, Pier Giorgio Perotto, e aveva la forma datale da un designer, Mario Bellini, destinato a diventare una delle stelle del settore. Nell’anno di grazia 1965 vede la luce il primo desktop della storia. Viene presentato negli Stati Uniti, in una fiera specializzata, e il New York Times si esprime in termini più che lusinghieri. Il 15 ottobre 1965 il quotidiano americano dà conto dell’arrivo sul mercato di due macchine che chiama «calcolatori da tavolo»: una della Victor Comptometer e una, per l’appunto, dell’Olivetti. Questa seconda è definita «più costosa, ma in grado di svolgere più funzioni». «La Programma 101», continua il giornale, «come un computer può automaticamente far girare programmi in grado di svolgere una serie di operazioni aritmetiche. Può anche conservare e ricordare questi programmi, sia al proprio interno, sia all’esterno, e attraverso di loro può prendere semplici decisioni logiche». E poi ancora: «Le sue numerose funzioni ne consentono un utilizzo sia scientifico, sia per business». Il costo di questa meraviglia tecnologica era di 3.200 dollari Usa, pari a circa 17.000 euro di oggi ma, nonostante il prezzo, nel 1966 il mercato statunitense ne assorbe oltre 40.000 pezzi.

Fino ad allora quelli che in Italia venivano chiamati “cervelli elettronici” erano enormi impianti che dovevano essere utilizzati da personale specializzato. La novità rivoluzionaria della Programma 101 è che sta su un tavolo e può essere usata da chiunque per effettuare operazioni complicate, per esempio il calcolo degli stipendi. Ma intanto succede che la statunitense Hewlett Packard ne compra un centinaio di esemplari, li copia e li immette sul mercato. L’Olivetti le fa causa, accusandola di violare il brevetto, e vince pure. L’Hp è condannata a versare un risarcimento di 900.000 dollari Usa alla società di Ivrea, ma alla sconfitta in tribunale corrisponde una vittoria sul mercato che vedrà trionfare gli americani e soccombere gli italiani (la vicenda è narrata in un documentario dal titoloQuando Olivetti inventò il Pc, andato in onda in giugno su Sky).

Il papà del primo computer da tavolo è un ingegnere torinese, nato nel 1930, laureato al Politecnico della sua città e morto a Genova nel 2002. Pier Giorgio Perotto entra alla Fiat nel 1955 e proprio lì comincia a interessarsi di computer. Un paio d’anni dopo passa all’Olivetti, e nel 1962 comincia a lavorare al progetto di una macchina per elaborare dati che sia piccola a sufficienza per stare in ogni ufficio e anche programmabile, dotata di memoria, flessibile e semplice da usare.

Nel frattempo, però, l’Olivetti subisce importanti modifiche societarie: disinveste nell’elettronica e cede il 75 per cento della divisione, assieme a tutto il personale, alla General Electric. Perotto invece no: rimane a Ivrea col suo piccolo gruppo e continua a lavorare al progetto; nel 1964 il prototipo della Programma 101 è pronto.
Mario Bellini, il designer che le dette la forma, se lo ricorda bene quando fu incaricato di “vestire” l’apparecchio. «Avevo cominciato da poco a collaborare con l’Olivetti, nel 1963», racconta, «e avevo già realizzato una macchina che aveva vinto il Compasso d’oro. Sono stato chiamato una domenica da Roberto Olivetti nella sua casa milanese di Foro Bonaparte. C’erano lui e l’ingegner Perotto, avevano in mano un primo tentativo di corpo del quale però non erano soddisfatti. Olivetti mi ha chiesto se sarei stato contento di occuparmi della cosa e io gli ho detto di sì. Andavo a Ivrea, in alcuni locali che mi avevano messo a disposizione. Lavoravo a questa macchina che non doveva essere a colonna, innalzandosi da terra, come il primo prototipo. La grande intuizione che avevano avuto Olivetti e Perotto era che dovesse essere una macchina da tavolo. Ho cominciato a lavorarci e l’ho fatta diventare una macchina da tavolo».

Doveva «addomesticare il mostro», come dice oggi l’architetto, e descrive come ha concepito il nuovo oggetto: «Sul retro c’era un cassettone di schede stampate con i transistor – al tempo non esistevano ancora i microchip – la parte anteriore era quella che si metteva in comunicazione con l’operatore. A sinistra ho messo i tasti e sulla destra uno spazio specifico in cui si infilava la scheda. Sopra c’era una parte che saliva, con le spie luminose che indicavano quando era in funzione. Se fosse stato un animale, quella sarebbe stata la testa. Sulla parte anteriore, in continuità con la tastiera c’era una specie di becco, in modo da permettere di appoggiare il palmo della mano e usare le dita per digitare. Abbiamo realizzato un modello al vero di plastilina, mettendoci sopra ogni sera uno straccio umido perché non si seccasse; poi un modello in legno, con i tasti e lo abbiamo presentato a Olivetti e Perotto che ne sono rimasti molto soddisfatti».

Eccolo qua, il primo desktop del mondo, frutto del sapere e del genio italiani, della collaborazione tra un ingegnere e un architetto. Oltreoceano qualcun altro si rende conto che quella novità è dirompente. Passa qualche anno e Mario Bellini riceve una telefonata. Dall’altro capo del filo c’è un ancor giovane e non molto conosciuto Steve Jobs. «Ho ricevuto una telefonata personale di Jobs», racconta l’architetto, «che mi chiedeva se volevo disegnare per loro. Gli ho risposto che avevo un contratto di consulenza esclusiva con Olivetti e pertanto non potevo collaborare con lui». Rimpianti? Una grande occasione mancata? «Ho vissuto ancora altri 15 anni di straordinarie avventure. Olivetti aveva un prestigio immenso, era invidiata anche da Ibm».
E secondo Bellini tra Apple e Olivetti c’è una relazione stretta. Jobs, come prima la casa di Ivrea, hanno creato «totem in grado di scatenare il piacere di possederli». Apple è «l’erede più fortunato di Olivetti: hanno costruito cose analoghe, ma Jobs lo ha fatto negli Usa e non in Italia», conclude Mario Bellini, «e questa è la differenza».

Di tutta questa gloriosa storia – devo ammetterlo – non sapevo nulla: ne ho scoperto l’esistenza la scorsa sera quando, dopo OpenPompei, ho assistito al TEDx nell’area archeologica. Tra i tanti relatori, uno di eccezione: Gastone Garziera, membro del gruppo di lavoro della P101, alle prese proprio con la sua creazione. Qui il video, da gustare in ogni suo attimo grazie alla simpatia del personaggio.

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5 2014 Ago

Pompei, crollo «mai visto» nella Casa di Ganimede

Pompei, crollo «mai visto» nella Casa di Ganimede: ha ceduto un intero solaio

La segnalazione all’autorità giudiziaria c’è stata, quella agli organi di informazione pure, attraverso un comunicato datato 21 marzo 2014. Che recitava così: «È in corso un censimento delle aree più a rischio del sito archeologico di Pompei. Le prime ispezioni di questa mattina si sono concentrate nell’area interdetta al pubblico della Regio VII dove sono presenti diverse strutture in cemento risalenti ai restauri degli anni Ottanta. I funzionari della soprintendenza hanno constatato il cedimento di un solaio latero-cementizio estremamente degradato che è stato immediatamente comunicato alle autorità competenti».

Non ci sono riferimenti precisi alla domus oggetto del cedimento, ma l’episodio in questione è avvenuto nella Casa di Ganimede, nota anche come Casa delle Quattro Stagioni, al civico 4 dell’Insula 13, Regio VII, edificio scavato tra il 1839 e il 1863, noto agli archeologi soprattutto per le pubblicazioni dello studioso tedesco Hans Eschebach. Il solaio dell’oecus, il soggiorno delle antiche case romane, è completamente crollato, i resti insieme con le tracce di un restauro in cemento armato che risale presumibilmente agli anni Ottanta giacciono ancora oggi accumulati al suolo. Con una certa «discrezione», tuttavia: la casa, tradizionalmente chiusa al pubblico, ha infatti il cancello d’ingresso coperto da un telone di tessuto non tessuto bianco. La stessa discrezione di quello che fu il comunicato stampa. Pochi i dipendenti degli scavi a conoscenza di dettagli sull’accaduto. Qualcuno, per vezzo, lo chiama «il crollo mai visto». La domus è stata subito inserita nell’elenco dei monumenti dell’area archeologica che necessitano di interventi di somma urgenza, ma sfortunatamente sorge nella regio VII: il bando per lavori di messa in sicurezza dell’area, a valere sui fondi del Grande progetto da 105 milioni, è uno dei due che fino a questo momento sono stati impugnati davanti al Tar. Sono insomma più dei 30 finora raccontati dalla stampa i crolli verificatisi a Pompei negli ultimi cinque anni, nessuno per fortuna dell’entità di quello della Schola Armatorum, venuta giù nel dicembre del 2010. Tra gli ultimi episodi, i cedimenti al Tempio di Venere, alla Tomba di Lucius Publicius Syneros e a una bottega di via di Nola, accertati a marzo scorso. Casi dopo i quali qualcuno ipotizzò addirittura una regia occulta, atta a screditare agli occhi dei media internazionali l’immagine del sito archeologico meglio noto e peggio conservato del mondo. Non sempre però, come testimonia il caso della domus di Ganimede, il crollo arriva con il clamore dei media sottobraccio.

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Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2014-08-04/pompei-crollo-mai-visto-casa-ganimede-ha-ceduto-intero-solaio-143527.shtml?uuid=ABVhIFhB