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27 2015 Ago

Il piombo nell’acqua avvelenò Roma?

Vista la calura estiva, ripropongo qui un articolo di Focus di qualche tempo fa, a proposito della presenza di ossidi di piombo nell’alimentazione romana: ricordiamolo, la presenza di piombo causa saturnismo. La sua presenza nell’acqua, però, non sembra esser stata in percentuali tali da concorrere al declino della civiltà di Roma.

 

Piombo nell’acqua degli antichi romani

Nelle case dell’Urbe arrivava un’acqua con una quantità di piombo 100 volte superiore al normale. Una concentrazione notevole, ma non abbastanza alta da causare problemi di salute.

Nell’acqua che bevevano gli antichi romani c’era una quantità di piombo almeno 100 volte superiore rispetto all’acqua delle sorgenti locali: è quanto sostiene una ricerca dell’Università francese di Lumière, Lione, pubblicata sulla rivista scientifica USA Proceedings of the National Academy of Sciences.

Questa contaminazione, dovuta al complesso sistema di tubature degli acquedotti dell’Urbe, se pur non compatibile con i moderni standard igienico-sanitari non era tuttavia sufficiente – hanno concluso gli scienziati – da rappresentare una minaccia per la salute.

Dal tubo al bicchiere. Secondo alcune testimonianze storiche, proprio l’avvelenamento da piombo sarebbe stato alla base di alcuni dei malanni più diffusi nell’Antica Roma (come per esempio la gotta, una forma di artrite infiammatoria) e avrebbe in qualche modo anche contribuito al declino dell’aristocrazia – minata nella salute – e alla caduta dell’Impero.

Per verificare queste ipotesi gli archeologi hanno prelevato campioni di sedimenti in alcune delle più importanti vie d’acqua romane: nella zona che precede il delta del Tevere, nei canali limitrofi e nelle vicinanze del Portus, l’antico Porto di Claudio e Traiano dove oggi si trova Fiumicino. Le analisi geochimiche sono state confrontate con le testimonianze storiche della presenza umana nelle varie aree e con le analisi di cinque tubature per l’acqua del I-II secolo d.C.

È emerso che nel periodo di splendore dell’Impero la contaminazione di piombo nell’acqua raggiunse un picco, dovuto probabilmente alle condutture utilizzate per l’acqua. Gli isotopi di piombo rinvenuti nei sedimenti sono infatti compatibili con quelli delle miniere di Spagna, Francia, Inghilterra e Germania dove venivano estratte le materie prime per realizzare le fistulae, le tubature idriche degli acquedotti romani.

Non è colpa del rubinetto
Nonostante i livelli di piombo da record non ci sono elementi tali – scrivono gli scienziati – per sostenere che l’acqua dell’antica Roma avvelenasse i suoi abitanti, e tantomeno che l’Impero sia caduto a causa del sistema di distribuzione idrico. «Ci vuole ben altro per avvelenare un’intera civiltà» hanno affermato gli archeologi.

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11 2014 Ago

Il dovere di salvare le coste

IL DOVERE DI SALVARE LE COSTE
di Mario Tozzi, La Stampa 11 agosto 2014

I recenti dati sullo stato delle coste italiane sono terribili. Probabilmente nessun Paese, con uno sviluppo costiero così cospicuo (quasi 8000 km), ha maltrattato e distrutto il fulcro del suo patrimonio turistico.

E lo ha fatto con una perseveranza che non trova riscontro neppure in Grecia o in Spagna, e che non si ferma nemmeno davanti ai ripetuti allarmi per l’eccessivo consumo di suolo lanciati negli ultimi anni. In Italia l’occupazione delle coste è al 60% contro una media mediterranea del 40%, ma raggiunge vette dell’85% nel Lazio; in Liguria solo 19 km di coste su 135 sono liberi dal cemento, in Emilia Romagna 24 su 104. Il tutto aggravato da una feroce erosione delle coste che le ha ridotte del 40% negli ultimi decenni; erosione che trova la sua ragione nella moltitudine di dighe e cave lungo il corso dei fiumi che così non possono ripascere le spiagge.

Con le spiagge ce la siamo presa particolarmente: su circa 3500 km, quasi 1000 sono occupati dagli stabilimenti ufficiali, poi bisogna aggiungere campeggi, villaggi turistici, infrastrutture varie e le opere residenziali (molte abusive), arrivando a circa una buona metà del demanio marittimo occupato per usi privati. Solo il 29% delle coste italiane (circa 2200 ettari) è libero da insediamenti e integro. Quasi il 60% è invece stato già fatto oggetto di occupazione intensiva che ha comunque sempre comportato almeno la cancellazione della duna e della macchia. Come se non bastasse, il restante 11% è in via di occupazione.

Una volta la grande bellezza italica era anche il mare, ma negli ultimi 25 anni le nostre coste si sono sostanzialmente trasformate in aree urbane. Se aggiungiamo che siamo il paese più caro del Mediterraneo, per quale ragione i turisti stranieri dovrebbero venire, e soprattutto tornare, al mare da noi? E’ vero, il patrimonio artistico, storico e monumentale dell’ex Belpaese è ancora attraente, ma è sommerso dalla grande bruttezza di periferie inguardabili o assediato da costruzioni moderne nemmeno completate. Il valore di contesto, quello che rendeva unico un paese in cui, passeggiando in riva al mare, trovavi il teatro greco o il porto romano, le tagliate etrusche e i villaggi padani, è sfregiato orribilmente. Soprattutto è l’ambiente a essere stato impoverito e distrutto, così la qualità dei soggiorni, soprattutto dei turisti nord-europei è scaduta e ci lasciano a favore delle mete tradizionali (Grecia, Croazia e Spagna) o di quelle nuove (Cina e Sudest asiatico). Perché dovrebbero cercare una natura che non esiste più in Calabria o in Sicilia quando in Thailandia o Indonesia è ancora in gran parte intatta, costa molto meno e viene offerta con una ospitalità che noi abbiamo dimenticato? Forse fra dieci anni anche questi luoghi saranno ricoperti di costruzioni, ma questo è il nodo cruciale del turismo mondiale, la legge non scritta per cui, quando l’infrastrutturazione supera un certo limite, allora il godimento si abbassa in maniera intollerabile e arrivano le infiltrazioni malavitose. E la costa perduta è perduta per sempre.

Se vogliamo conservare e potenziare il motore economico del nostro sistema turistico estivo, abbiamo davanti una strada obbligata, che serve anche a tutelare natura e ricchezza della vita. Portare a 1000 metri dal mare il divieto di costruire (oggi è di 300) e applicare una moratoria di almeno cinque anni alle nuove costruzioni. Le coste sono i nostri gioielli di famiglia esattamente come i monumenti, per via di un legame fra cultura e natura che è da noi più stretto che altrove. Il nostro patrimonio non è tanto la somma dei monumenti, ma il contesto: quello che rende(va) unico in tutto il mondo un Paese che dovrebbe ancora porre a perno della propria identità nazionale e della propria memoria collettiva i valori culturali e naturalistici.

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8 2014 Ago

Online il portale Vincoli in rete sui beni culturali Architettonici e Archeologici

SiGECweb collabora a Vincoli in rete, piattaforma di cooperazione che integra le diverse applicazioni informatiche MiBACT che detengono dati sui beni architettonici, archeologici e paesaggistici. Da un punto di accesso unico, professionisti e cittadini possono reperire tutte le informazioni anagrafiche ed amministrative relative al patrimonio culturale immobile.

Vincoli in rete integra aree diverse che vanno dal censimento, alla catalogazione, alla vincolistica, alla georeferenziazione cartografica. Tutto ruota intorno all’identificazione univoca del bene basata sul numero di catalogo generale (NCT).

Vincoli in rete attualmente interopera con:

Carta del Rischio (www.cartadelrischio.it)
SiGECweb (www.sigecweb.beniculturali.it);
Beni tutelati (www.benitutelati.it);
SITAP (www.sitap.beniculturali.it);
il Geoportale nazionale (www.pcn.minambiente.it).
Sono presenti nel sistema circa 150.000 evidenze monumentali. La piattaforma offre agli uffici del MiBACT strumenti per la gestione cartografica dei dati relativi ai beni vincolati, per il loro aggiornamento e la loro integrazione, per il rilascio delle certificazioni. Ai cittadini offre strumenti di ricerca, navigazione, interrogazione, richieste amministrative verso la P.A.

Alla piattaforma di interoperabilità già realizzata per i beni immobili, si aggiungerà quella riferita ai beni mobili (opere d’arte e reperti archeologici). Dai dati contenuti in Carta del rischio e in SIGECweb si potrà estendere la cooperazione a tutti gli altri sistemi del MiBACT e di altri enti, attraverso il perfezionamento e l’evoluzione del concetto di “contenitore” di beni mobili già sviluppato in SIGECweb. In Vincoli in rete il pubblico, come i funzionari dell’amministrazione, vedranno rappresentati dal punto di vista cartografico le quantità di opere contenute nei beni immobili presenti nel sistema con evidenti importanti ricadute funzionali sia nell’ambito della prevenzione del rischio e nella gestione dell’emergenza che su quello del turismo culturale.

Approfondimenti: Vincoli in rete

Fonte: ICCD, http://www.archeomatica.it/ict-beni-culturali/online-il-portale-vincoli-in-rete-sui-beni-culturali-architettonici-e-archeologici

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3 2014 Ago

Dissesto annunciato

DISSESTO ANNUNCIATO
di Salvatore Settis, La Repubblica 4 agosto 2014

BOMBA d’acqua” fuori stagione? Forse, anche se l’annessione dell’Italia ai Tropici sembra ormai un fatto compiuto. Ma mentre tutti si stracciano le vesti, non nascondiamoci dietro un dito.

FRANE , fiumi in piena, disastri naturali ritmano la cronaca di questi anni. Ogni volta, proclami e promesse, in attesa del prossimo lutto. «Una devastazione che mai ci saremmo aspettati» dichiara il presidente del Veneto Zaia, dimentico di smottamenti ed esondazioni nella stessa zona di Refrontolo, lo scorso febbraio.
«Ora si volta pagina, investiamo in opere di difesa» proclama il sito del Governo, con una velina-fotocopia di quelle di altri governi. Per citarne uno, Corrado Clini (allora ministro dell’Ambiente), che dopo una frana in Liguria (settembre 2012) dichiarò pensosamente: «Servirebbe un piano contro il dissesto idrogeologico». Gran prova d’intuito, da parte di chi era stato direttore generale dello stesso Ministero per dieci anni.
Ma in Italia ogni disastro è opera del fato avverso o di congiunture astrali. Mai che si parli di responsabilità o di punire i colpevoli: che sarebbe la prima mossa per voltar pagina davvero, e non a parole. E a che cosa è mai servito il monito del Capo dello Stato, quando dopo un’altra alluvione con quattro morti (settembre 2011) dichiarò che «bisogna affrontare il grande problema nazionale della tutela e della messa in sicurezza del territorio, passando dall’emergenza alla prevenzione»?
Con un territorio allo sfascio dal Cervino a Pantelleria, anziché analizzarne le fragilità e concepire piani d’insieme aspettiamo che i riflettori si accendano su piccole porzioni di territorio, per metterci una pezza: oggi Treviso, ieri Sibari affogata nel fango o Giampilieri coi suoi 38 morti. Come se tutto il resto fosse al sicuro.
L’Italia ha il territorio più fragile d’Europa (mezzo milione di frane), il più esposto al danno idrogeologico, che colpisce periodicamente le persone, l’economia, il paesaggio. Eventi che dovrebbero imporre la redazione di mappe del rischio e la ricerca di soluzioni.
Invece, gli investimenti per la messa in sicurezza del territorio sono diminuiti del 50%, e i lavori per un’aggiornata carta geologica sono stati affossati. Usiamo ancora quella al 100.000, voluta da Quintino Sella nel 1862 più per le risorse minerarie che per lo stato dei suoli.
La nuova carta al 50.000 prevedeva 652 fogli, ma solo 255 sono stati realizzati (il 40 % del territorio), dopo di che, per i tagli lineari alla Tremonti o la spending review che ne è l’impudico sinonimo, il progetto si è arenato. E se del 60% del territorio non c’è carta geologica, come intende il Governo «chiudere la stagione che ha visto l’Italia inseguire le emergenze »? Secondo il rapporto Ance-Cresme (ottobre 2012), il 6,6% del territorio è in frana, il 10% a elevato rischio idrogeologico, il 44% a elevato rischio sismico.
I costi della mancata manutenzione sono stati valutati in 3,5 miliardi di euro l’anno (senza contare i morti): negli anni 1985-2011 si sono registrati oltre 15.000 eventi di dissesto, di cui 120 gravi, con 970 morti. Nonostante questi segnali di allarme, scrive il rapporto, cresce senza sosta «l’abbandono della manutenzione e presidio territoriale che assicuravano l’equilibrio del territorio».
Continua invece il consumo di suolo: secondo dati Ispra, otto metri quadrati al secondo, per ciascun secondo degli ultimi cinque anni (e il Lombardo-Veneto è al primo posto). Dati che trascinano l’Italia fuori dall’Europa, dove il consumo medio del suolo è del 2,8%, a fronte di un devastante 6,9% per il nostro Paese. Pretestuose “grandi opere” pubbliche si aggiungono
a “piani-casa” e condoni edilizi, con l’assunto che basta “mettere in moto i cantieri” e l’economia è salva: la stessa litania menzognera che ci viene ripetuta da Craxi in qua.
Ma questa dissennata cementificazione uccide i suoli agricoli, colpisce al cuore l’agricoltura di qualità, copre i suoli di una coltre di cemento, con perdita irreversibile delle funzioni ecologiche di sistema che aggrava gli effetti di frane e alluvioni. Eppure, secondo l’Associazione Nazionale Costruttori, un piano nazionale per la messa in sicurezza del territorio richiederebbe un investimento annuo di 1,2 miliardi per vent’anni, che assorbirebbe manodopera bilanciando il decremento delle nuove fabbricazioni.
Con un curioso lapsus, Erasmo D’Angelis, che a Palazzo Chigi guida‪#‎italiasicura‬, struttura contro il dissesto idrogeologico, ha dichiarato all’Ansa che il Governo intende procedere allo «sblocca dissesto ». Si spera che intendesse “bloccare il dissesto”, perché a sbloccarlo ci pensano le bombe d’acqua. Ma il decreto “Sblocca Italia” prevede «permessi edilizi più facili e grandi opere accelerate», senza distinguere (lo ha notato Asor Rosa sul Manifesto ) «fra le opere in ritardo per motivi burocratici e quelle nei confronti delle quali si è manifestata la consapevole opposizione dei cittadini in nome di una vivibilità che fa tutt’uno con il rispetto del territorio e dell’ambiente, anzi facendo intenzionalmente d’ogni erba un fascio».
Se sarà così, il lapsus di D’Angelis si rivelerà tragicamente profetico. Per non dire che le “leggi ad alta velocità” servono spesso (come per il Mose) a indirizzare fondi pubblici sul profitto privato dei soliti noti: lo hanno mostrato benissimo Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri nel loro impeccabile Corruzione a norma di legge.
La lobby delle grandi opere che affonda l’Italia ( Rizzoli).
«Il maggior rischio degli investimenti in infrastrutture è la vanità», intitolava il Financial Times del 5 gennaio 2014. Ma nell’Italia delle frane e delle bombe d’acqua la vanità dovrebbe essere bandita.

http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=111786