Gli archivi digitali hanno rivoluzionato l’archeologia

L’archeologia ha sempre richiesto una buona capacità di destrezza. Devi riuscire a restringere il campo per concentrarti su un piccolo bottone incrostato di terra e al tempo stesso allargare il campo per apprezzare l’importanza di quell’antico bottone. Ogni reperto è al centro della sua storia, e al tempo stesso fa parte di una storia più grande.

“Le asce di pietra costruite migliaia di anni fa e le tazze di porcellana del settecento portano con sé i messaggi di chi le ha fabbricate e di chi le ha usate”, ha scritto l’archeologo e storico James Deetz nel suo libro In small things forgotten. “È compito dell’archeologo decodificare questi messaggi e usarli per capire la storia dell’umanità”.

Oggi questo compito si può svolgere in modi inimmaginabili fino a poco tempo fa. Nell’era della collisione tra il mondo fisico e quello digitale l’archeologia sta cambiando profondamente. Un enorme archivio di terracotte, per esempio, permette a un archeologo in Giordania di trovare un frammento dell’età del ferro e nel giro di pochi minuti collegarlo a tutti gli scavi della Terra santa. Le strutture che gli studiosi usano oggi per rimettere insieme le testimonianze del passato sono create combinando miliardi di dati.

Risultato: la gente può provare l’esperienza di camminare in un sito archeologico senza uscire di casa

“Ho vissuto il passaggio dall’archeologia classica a quella contemporanea”, racconta Thomas Levy, archeologo e professore di antropologia all’università della California di San Diego. “Lavoriamo ancora come si faceva nell’ottocento – con palette, secchielli, spazzolini da denti e tutto il resto – ma un tempo la nostra abilità di raccogliere i dati era molto limitata. Dovevamo essere più selettivi. Oggi grazie agli strumenti digitali (gps, stazioni totali, scanner laser) possiamo archiviare una quantità illimitata di dati”.

Levy, che ha contribuito alla costruzione del Pottery informatics query database, un metodo per l’analisi dei reperti basato su formule matematiche, spiega che i suoi scavi sono diventati totalmente digitali intorno al 1999. Da allora raccoglie enormi quantità di dati e ha sperimentato le visualizzazioni 3d create a partire dalle informazioni raccolte negli scavi, che possono essere proiettate o rese accessibili attraverso i caschi per la realtà virtuale. Risultato: la gente può provare l’esperienza di camminare in un sito archeologico senza uscire di casa. Con una quantità sufficiente di dati è possibile camminare tra strutture che non esistono più.

Coordinate geospaziali

Più aumenta la precisione con cui i ricercatori possono descrivere la collocazione fisica di un reperto nel mondo e maggiore è il valore che gli storici possono ricavare dall’oggetto in questione e dagli oggetti collegati. Immaginate, per esempio, un’antica miniera del tempo di re Salomone. Un archeologo come Levy potrebbe scavare una trincea di cinque metri per cinque in un cumulo in cui un tempo è avvenuta una fusione di metalli. Durante lo scavo l’archeologo e i suoi colleghi potrebbero registrare le coordinate geospaziali di ogni reperto, ogni frammento di lingotto, ascia di rame o resto di fornace.

“Stiamo raccogliendo miliardi di dati come questi”, mi ha spiegato Levy. “Poi li mescoliamo tra loro e otteniamo non solo un modello 3d dello scavo del periodo biblico, ma anche una struttura digitale in cui inseriamo tutti i dati archeologici”.

Grazie ai satelliti, i dati archeologici possono essere inseriti in una topografia dell’intero pianeta. Per esempio l’archeologa spaziale Sarah Parcak analizza le immagini satellitari della Terra alla ricerca di elementi che possano rivelare un sito archeologico perduto. Wired descrive così il processo:

Quando cerca nuovi siti archeologici, Parcak mette in ordine immagini satellitari di porzioni di terra che variano tra 20×20 e 50×50 metri quadrati. Poi applica alcuni filtri alle immagini per evidenziare diverse porzioni dello spettro elettromagnetico. L’archeologa ricerca elementi che possano mostrare cosa si nasconde nel sottosuolo. Un indizio fondamentale è lo stato della vegetazione in superficie. Una struttura architettonica sepolta sottoterra può bloccare la crescita della flora, creando una zona morta – invisibile a occhio nudo ma percepibile attraverso gli infrarossi – che ha la forma della struttura sepolta. In posti come l’Egitto, dove la vegetazione è scarsa, le immagini satellitari possono aiutare Parcak a distinguere tra i materiali naturali e quelli creati dall’uomo come i mattoni d’argilla che compongono le tombe.

È incredibile la quantità di dati che in questo periodo si riversano negli annali dell’archeologia, ma lo stesso fattore che rende questi dati così utili – l’enorme volume di informazioni – presenta nuove sfide. Gli archeologi non hanno ancora trovato il modo migliore per conservare questi gruppi di dati, e non sanno come e in che formato dovrebbero essere condivisi in rete.

Molti studiosi sono alla ricerca delle risposte a questi interrogativi. Levy e i suoi colleghi delle università californiane stanno costruendo una rete che contiene informazioni provenienti da decine di migliaia di siti archeologici. Ci sono altre risorse, come il Mediterranean archaeology network, che contiene database regionali a disposizione dei ricercatori. Tuttavia il problema di amministrare questi archivi fa parte di un dibattito più ampio che potrebbe ridefinire il concetto di biblioteca. Tutto questo riflette un profondo cambiamento nel modo in cui la conoscenza umana sarà contestualizzata, archiviata e condivisa mentre la quantità di dati raccolti continua ad aumentare.

Sempre più spesso le persone cercano un modo per classificare e collegare gli archivi. La biblioteca del congresso degli Stati Uniti, per esempio, sta mettendo a punto un nuovo sistema di catalogazione (per la prima volta in 40 anni) ottimizzato per il web semantico. Oggi la maggior parte delle più grandi biblioteche del mondo usa un sistema di catalogazione chiamato Marc, lo standard che negli anni settanta ha sostituito i cataloghi a schedario. L’idea è che la prossima generazione di biblioteche possa avere un sistema che riconosca più campi di metadati e sia capace di trovare le connessioni ad altre risorse.

Una biblioteca non è una grossa scatola piena di libri

Anziché limitarsi ad archiviare i libri e i documenti in base a titolo, autore, parola chiave e genere, le biblioteche pensano a come essere più descrittive nei titoli e molto più complete rispetto alle connessioni tra le diverse risorse. Inoltre stanno cercando un modo per gestire grandi dataset (collezioni di dati) che riguardano gli ambiti più disparati, dai fenomeni climatici ai censimenti passando per le immagini satellitari e gli scavi archeologici.

Ho intervistato diversi bibliotecari che stanno pensando seriamente a come rendere disponibiliqueste informazioni a chiunque ne abbia bisogno (stiamo parlando di specialisti che stanno ristrutturando istituzioni come la biblioteca del congresso e quella di Oxford, Yale e Harvard) e tutti mi hanno detto che i datasettrasformeranno le funzioni fondamentali di una biblioteca.

“Una biblioteca non è una grossa scatola piena di libri”, mi ha spiegato Catherine Murray-Rust, direttrice delle biblioteche di Georgia Tech. “Non è solo un’aula studio. Dobbiamo recuperare l’antica nozione di biblioteca, uno spazio (anche virtuale) in cui le persone possono apprezzare il sapere del passato creando il sapere del futuro. Georgia Tech sta rinnovando il sistema bibliotecario, che comprenderà la rimozione di molti libri dagli spazi pubblici (i materiali stampati che saranno rimossi saranno comunque disponibili su richiesta). Mentre il progetto prosegue, Murray-Rust spiega che la squadra al lavoro sul nuovo sistema bibliotecario ha adottato “un approccio più radicale all’idea di come dovrebbe essere una biblioteca”.

I dati raccolti oggi potrebbero essere tutto quello che resta quando le grandi strutture saranno crollate.

“In questo momento la questione fondamentale riguarda i dati”, spiega. “Probabilmente sono più importanti del testo. Abbiamo sale di letture tradizionali dove in realtà ci sono pochi libri. I libri sono un forte indizio della solennità di un ambiente. Amiamo il libro in quanto tecnologia, ma sappiamo che non è l’unico veicolo di contenuti (e in alcuni ambiti non è neanche il migliore). Questo concetto è evidente quando si parla di dati: il libro non è adatto”.

Secondo gli archeologi, i dati raccolti oggi – e le visualizzazioni che ne derivano – potrebbero esser tutto quello che rimane quando le grandi strutture saranno crollate.

“Naturalmente avere la vera Palmira è molto più importante di un modello 3d”, mi ha spiegato Levy riferendosi all’antica città dove negli ultimi mesi i combattenti del gruppo Stato islamico hanno distrutto diversi siti archeologici. “Ma in un mondo in cui il patrimonio culturale viene distrutto intenzionalmente, siamo in grado di registrare questo patrimonio in modi che dieci anni fa sembravano impossibili”.

Questo articolo è stato pubblicato su The Atlantic.
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