I musei, la gente, e la rivoluzione attesa della cultura

Gli intellettuali “educatori” non hanno mai cambiato il mondo. Forse neppure migliorato. Quelli che vogliono educare il mondo, in genere, svaniscono nell’irrilevanza. Il mondo prende le sue strade, giuste o sbagliate che siano, e non si fa educare da nessuno. Se non da sé stesso.

Quest’apertura dal tono definitivo si addice ai beni culturali e all’eterno problema di come, pur ritenuti importanti, fondamentali, anzi essenziali, siano poi lasciati al decadimento, a una vita grama, senza (quasi) nessuna produzione di valore.

Possibile che tutto il danno stia nella mancanza di fondi? Pompei ha avuto una marea di soldi, la cui maggioranza è stata o spesa male o non spesa (e tuttavia i responsabili della programmazione, da cui dipende Pompei, sono sempre gli stessi…). Possibile che la decadenza dei beni culturali sia dovuta al mondo esterno, che non è sensibile, non dà risorse, e non dedica loro abbastanza attenzione? Non ci dobbiamo accontentare. Ci dev’essere dell’altro.

Un problema è già nel nome. Il concetto di beni culturali ha un significato limitato rispetto a quello di cultura. E il linguaggio tradisce sempre verità scomode. La missione di un programma pubblico nella cultura è promuovere la capacità d’inventare, di creare, di esprimere liberamente il talento; di favorire la creazione di opere nei vari campi dell’arte e di far in modo che la cultura raggiuga il più gran numero di persone, se non di tutti. Insomma, migliorare la vita della nazione, mettendoci sempre più bellezza.

Poi, anche il fine della bellezza non è (tanto) la sua ammirazione esteriore. È quando entra nel nostro mondo interiore, che ci cambia davvero. La cultura non è frequentare un museo (lo è anche, naturalmente), è crescere personalmente nella coscienza delle cose, e Shakespeare fa capire le vicende umane più di chiunque, così come Dante ci fa sentire vicini al senso del bene e del male, più di ogni altro. La lista è lunga e ognuno ha la sua. La cultura è questo: la consapevolezza che cresce dentro di noi. Capire come si sta al mondo, che vita scegliamo di avere, come sentire gli altri vicini, uniti dalla comune umanità.

Nella concezione imperante, la cultura diventa e s’identifica con i “beni culturali”, con l’eredità materiale da tutelare. Un conservare per l’umanità. E se il presente potesse scomparire, sarebbe anche meglio. Come i Faraoni che mettevano nelle loro tombe le cose più care per averle con sé per l’eternità, così pensiamo che il ruolo della nostra generazione sia preservare i “beni” per quelle future, dimenticandoci del presente, dimenticando che servono anche a noi. Come sono serviti alla generazione che li ha generati. Ogni “bene culturale” è sedimentazione di vita, della comunità che l’ha usato, di storia che si è svolta intorno a loro e insieme a loro, senza nessuna “autorizzazione”. Tutelare è una qualità indispensabile, farsene imprigionare, no. L’idea che il “bene culturale” sia da isolare, immobilizzare, da rendere indisponibile, forse è solo un’idea italiana, forse è solo della generazione che ha governato questo mondo. Altrove non se ne trova traccia.

Non è perciò strano che chi sente la propria missione esclusiva nella conservazione dei beni, poi impronti sé stesso al massimo del conservatorismo. L’oggetto del lavoro, diventa il soggetto dell’identità. Almeno fossero ben conservati, ma purtroppo non è così. I crolli c’erano anche quando non c’era la spending review. È evidente che conservare è una condizione necessaria ma non sufficiente, per creare un mondo più ambizioso, rispetto alla “cura e tutela”.

C’è un altro infido luogo comune che bisogna debellare: il rapporto tra i soldi e la cultura. È convinzione generale che occorre creare valore dai beni culturali, insomma ricavarci qualche soldo in più, rispetto al poco di oggi. Allora qui parte un braccio di ferro insensato: i sovrintendenti-conservatori, quelli della cura e tutela, si lanciano con veemenza contro la “mercificazione”. Contro il potere demoniaco dei soldi (cui loro per definizione sono indifferenti), che piegherebbe la bellezza dell’arte alla meschina servitù del denaro. S’instaura perciò un’equazione corriva: più “valorizziamo” i beni culturali, meno potremo tutelarli e curarli. Quanto sia insensata questa equazione lo capisce chiunque, e tuttavia è quella con cui più facilmente si fa breccia nell’opinione pubblica. È un po’ come dire che la vita è una minaccia per la morte. Per altro, i buoni musei nel mondo vivono dei soldi pubblici, delle entrate proprie e dei soldi della comunità civile. Senza quest’ultimo aiuto è difficile far quadrare i conti.

E la minaccia più grande, secondo questi conservatori, sembrano le persone. Troppi turisti, che in quest’accezione non sono considerati come persone, come se il loro essere turisti li trasformi, con un maleficio oscuro, in primitivi minacciosi. Poi, non si capisce perché “tutti questi turisti” quando vanno al Metropolitan Museum di New York, e ci vanno in numero enormemente superiore che da noi, nessuno avverta minacce e danni, ma si assiste solo a gioia e vita. Il Metropolitan ha grande ospitalità, charme e vita mondana, ma anche una produzione scientifica notevole e ogni anno sforna studi, ricerche, papers di ogni tipo. Da noi l’ospitalità è spesso ostilità, mentre la produzione culturale è minima. Solo in rari casi si redigono relazioni sulle attività svolte, sull’uso delle risorse, sull’organizzazione dell’offerta, sui visitatori. Non è un problema genetico, perché i nostri storici dell’arte li ritroviamo in posti di responsabilità… all’estero. È un problema di come il personale è selezionato, di come fa carriera, e di come (si è impedito) il suo ricambio. Pareto direbbe che il sistema è chiuso e le nuove élite non hanno spazio, perciò, invece di esplodere, vanno altrove.

La verità è che i conservatori potendo, non vorrebbero troppa gente. O almeno, li vorrebbero a condizione di poterli “educare”. Entrarci però con la loro cultura pop, con il grado d’interesse che liberamente scelgono di avere, magari sorvolando sul quadro “fondamentale”, per dedicarsi a quello famoso, questo no, a loro non è concesso. La lezione di Warhol non è ancora acquisita. Quando un museo è senza visitatori, è un fallimento. Se poi la presenza della gente procura anche, come dovrebbe, entrate economiche, moneta di corso corrente, non è male per nessuno. Perciò, contrapporre la tutela alla presenza della gente e all’incasso di denaro, non ha senso.

E qui si arriva a un punto nodale, ora che i maggiori musei italiani hanno un’autonomia molto ampia. Diventerà ciascuno il luogo più importante e identitario della città? Nel mondo anglosassone gli stakeholders dei “beni culturali”, sono i cittadini, le istituzioni locali, le persone fisiche, persino le famiglie, oltre alle imprese e alle fondazioni benefiche. Ciascuno nel suo, ciascuno nella forma voluta e prevista (praticamente con una gamma infinita di possibilità) può dare il suo contributo: può finanziare, può utilizzare, può partecipare al suo governo, può avere gratificazione, dal nome inciso da qualche parte, all’intestazione di interi padiglioni. I musei producono vita e vivono della vita di ciascun soggetto. Sono patrimonio di tutti e devono parlare a tutti. Prendere un aperitivo serve alla causa, come sponsorizzare una mostra, o un restauro. Sono praterie da riempire e non riserve da preservare. Sono in sintonia con le pulsioni delle città, non luoghi asettici, improntati alla retorica del bello senza conseguenze.

Sono importanti, perché importano a tutti. E ognuno ha il suo mattoncino da aggiungere, avendo anche qualche gratificazione, perché siamo umani, non di marmo. Metterci vita nei musei, significa restituirli alla responsabilità delle comunità, non separarli. Dove è successo, c’è una grande lezione per gli “educatori”.

 

Fonte: http://www.huffingtonpost.it/antonio-preiti/musei-gente-rivoluzione-cultura_b_5747716.html?utm_hp_ref=tw